Brianzecum

ottobre 13, 2009

LA “RIVOLUZIONE SCIENTIFICA” DI KEYNES

DSCF1114

RIFLESSIONI SUL PARADIGMA DELL’ECONOMIA
DAL NUOVO LIBRO DEL PROF. PASINETTI

Tutto iniziò nell’agosto 1930, in una fresca località del Tirolo. Quella mattina un economista di Cambridge che vi era in vacanza, il prof. Kahn, uno dei più stretti collaboratori di Keynes, al risveglio ebbe un’idea luminosa. Dall’ottobre precedente il mondo economico – pratico e teorico – era in subbuglio di fronte alla più grave crisi mai sperimentata in precedenza: quella iniziata appunto nel 1929. Gli economisti non erano in grado di suggerire ai politici ricette convincenti per il suo superamento: erano convinti che il mercato fosse il supremo regolatore, in grado di realizzare l’equilibrio ottimale (formalizzabile anche con raffinati modelli matematici). Ai politici potevano dare pochi consigli oltre ad attendere che il mercato operasse secondo la sua logica, fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio “ottimale”. Nella economia reale però andavano moltiplicandosi disoccupati e fallimenti di imprese; crollavano produzione e consumi in modo cumulativo: nel senso che la disoccupazione riduce i consumi, ciò comporta minore produzione, nuovi disoccupati e via di seguito.

L’idea luminosa del prof. Kahn fu di porre freno a questa involuzione cumulativa attraverso il rilancio dei consumi da parte dello Stato. Lo Stato può indebitarsi, effettuare opere pubbliche e, con i salari così messi in circolo, favorire la ripresa dei consumi e della produzione, secondo un meccanismo detto del moltiplicatore. Sembra una ricetta semplice e ragionevole; e in effetti ebbe un buon successo pratico e teorico. Non in linea però con l’impianto di base prevalente tra gli economisti e consolidato da quasi un secolo. Colui che capì lucidamente la necessità di dover cambiare radicalmente l’impostazione della scienza economica fu il più eminente economista della scuola di Cambridge, Keynes. Dotato di eccezionale intuito e di grande onestà intellettuale, ripudiò i suoi studi precedenti e si applicò a riscriverli con la sua fondamentale: Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, (ed. italiana UTET 1971), in cui appunto c’era lo sforzo di applicare un nuovo paradigma scientifico ai diversi capitoli dell’economia.

Il paradigma scientifico. Qualificati filosofi della scienza ritengono che il progresso non proceda in modo continuativo, ma principalmente attraverso “rivoluzioni scientifiche”, intendendo con questo termine il cambio del paradigma, cioè l’insieme di teorie, leggi e strumenti, accettati universalmente, che definiscono una tradizione di ricerca. L’occasione viene spesso determinata dal verificarsi di fallimenti o anomalie, cioè eventi che vanno contro il paradigma dominante. Il nuovo paradigma può inglobare quello precedente. In campo economico riflessioni ne sono state fatte in tutti i tempi, ma quelle considerabili “scientifiche” non risalgono a prima del 18° secolo. L’oggetto degli studi era in prevalenza l’aumento della ricchezza realizzabile attraverso gli scambi commerciali. Il pensiero dei mercantilisti, prevalso in Europa dal 16° al 18° secolo, era centrato su questo tema, ma non era sistematico, e questa è una ragione non secondaria della vittoria intellettuale dei successivi pensatori liberisti, i fisiocrati e i “classici”, con i quali è nata la scienza economica dopo la metà del ‘700, in parallelo con l’avvento della Rivoluzione industriale.

Con la Rivoluzione industriale andava anche modificandosi l’oggetto delle riflessioni economiche: la ricchezza non discendeva più soltanto dagli scambi commerciali, ma sempre più dalla produzione industriale, aprendo nuovi e complessi problemi di occupazione, investimenti, distribuzione, ecc. In breve la realtà fattuale implicava una modifica nel “paradigma” della scienza economica: dagli scambi alla produzione, appunto. Ecco alcuni cenni per comprenderne le importanti conseguenze: da un’analisi prevalentemente statica si dovrebbe passare ad una dinamica, dagli stock ai flussi, da indagini atomistiche a grandezze complessive. Dovrebbero essere presi in considerazione aspetti storici e istituzionali, accanto all’analisi astratta. Ai nostri giorni poi hanno assunto un’importanza enorme fattori come il cambiamento tecnologico e il processo di apprendimento, cioè gli aspetti immateriali dell’economia. Un paradigma centrato sugli scambi e sull’analisi statica ne riduce la comprensione, così come ne riduce per altri aspetti della realtà moderna. È forse per questo che fatica ad essere accettata l’idea che oggi l’educazione e la cultura devono avere la priorità, anche in economia.

Le anomalie nel funzionamento del sistema economico costituiscono un altro grosso punto debole dell’analisi economica che ancora oggi prevale, quella che si rifà alla scuola neoclassica o marginalista. Questo è il pensiero più divulgato dai media e soprattutto il più gradito all’establishment. Ben pochi economisti infatti sono stati in grado sia di prevedere che di contrastare fenomeni macroscopici come la grande depressione del ’29, gli shock petroliferi, nonché le crisi attuali: si tratta di quei “fallimenti o anomalie” che vanno contro il paradigma del mercato e che dovrebbero indurre un miglioramento “rivoluzionario” nel campo della scienza economica.

Una rivoluzione incompiuta. Anche dopo l’opera di Keynes, la maggioranza degli economisti non volle abbandonare il vecchio impianto della scuola marginalista, in particolare nelle eleganti elaborazioni di Walras e Pareto della seconda metà dell’ottocento. Modifiche e aggiornamenti a non finire sono state apportati a questo modello neoclassico, nel tentativo di adeguarlo alla realtà ormai troppo cambiata, ma la base è sempre quella: il paradigma dello scambio, la realtà che prevaleva secoli addietro. Persino l’opera innovatrice di Keynes è stata manipolata (da J.R.Hicks, seguito da tanti altri) per adattarla allo schema marginalista. I motivi della mancata “rivoluzione scientifica” sono illustrati in un libro avvincente:  Keynes e i Keynesiani di Cambridge. Una ‘rivoluzione in economia’ da portare a compimento, Roma: Laterza, 2010, scritto da un protagonista, il prof. Luigi Pasinetti, economista dell’Università  Cattolica, che a Cambridge ha studiato e insegnato per diversi anni. La rivoluzione scientifica auspicata da Keynes non ha potuto affermarsi per una serie di circostanze quali: la sua malattia e prematura morte, l’avvento massacrante della guerra, la successiva contrapposizione dei due blocchi nella guerra fredda, il fatto che il paradigma della produzione fosse sostenuto allora dai marxisti, pur essendo Keynes un sincero anti marxista, e altro ancora. Sta il fatto che “adottare uno schema teorico costruito sulle caratteristiche della più vecchia ‘fase del commercio’ della storia economica moderna e pretendere di usarlo come base su cui inserire tutti gli eventi evolutivi che hanno caratterizzato le successive fasi rivoluzionarie della moderna storia industriale sembra illogico. Proprio una logica elementare suggerirebbe di seguire un cammino esattamente opposto: concentrarsi in primo luogo sulla costruzione di una base teorica appropriata alla nuova fase industriale della nostra storia e successivamente – e solo successivamente – guardare indietro e recuperare, se e dove possibile, qualsivoglia aspetto della precedente fase che possa essere ancora considerato rilevante o utile” (pag. 205). Per comprendere la realtà che cambia ed essere in grado di dominarla. Infatti “il fine basilare di ogni sforzo scientifico non è quello di fare in modo che la teoria di qualcuno sopravviva: è quello di dare una migliore e sempre più soddisfacente spiegazione dei fatti” (pag. 51).

Per riflettere:

-l’idea luminosa del prof. Kahn per vincere la crisi, stimolando i consumi;

-opporsi all’involuzione cumulativa;

-l’insufficienza del mercato per realizzare l’equilibrio ottimale;

-l’onestà intellettuale di Keynes e l’applicazione del nuovo paradigma alla scienza economica;

-la grande crisi del ’29 come fallimento che induce a cambiare paradigma;

-motivi della mancata rivoluzione scientifica in economia:

– la grande guerra, la guerra fredda, la polarizzazione intellettuale marxismo-liberismo…

ottobre 12, 2009

CONTRO LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA ALZARE L’ASTICELLA

È NECESSARIO UN RAPPORTO VIRTUOSO TRA GOVERNANTI E GOVERNATI

La situazione di crisi è pressoché connaturata alla democrazia: questa infatti può essere definita come un rapporto circolare tra governanti e governati, o anche tra movimenti che vengono dal basso e istituzioni dall’alto, tra dinamiche spontanee e definizioni di regole. La democrazia quindi vive fra due poli tra loro in tensione che non garantiscono alcuna stabilità o perpetuità. In origine la democrazia (diretta) consentiva che ogni governato potesse diventare anche governante (magari attraverso il sorteggio). Oggi la democrazia è indiretta (passa cioè attraverso l’elezione), la dualità tra governati e governanti si accentua e può coniugarsi anche in modo non virtuoso. La democrazia moderna ha avuto grandi meriti, specie nella realizzazione dei diritti di cittadinanza, nella triplice scansione dei diritti civili, politici e sociali. Il rapporto circolare tra governanti e governati è infatti un potente motore di progresso, purché siano osservate alcune condizioni essenziali della democrazia, come: la razionalità nelle scelte, l’apertura al cambiamento, il perseguimento della meta utopica di una maggiore democrazia. Nelle esperienze del secolo scorso si è accusato il peso di una spesa pubblica crescente, specie nell’ambito dello “stato sociale”, che peraltro ha spesso favorito chi già stava bene, piuttosto che gli emarginati. C’è stato il ritorno ai servizi privati così che la soddisfazione dei bisogni essenziali non è stata più garantita a tutti. Oggi è soprattutto messa alla prova o persino interrotta la circolarità virtuosa tra governanti e governati. Questi ultimi non partecipano più alla presa delle decisioni collettive e il flusso rimane unidirezionale: dall’alto verso il basso e non più viceversa. Il popolo è chiamato soltanto a convalidare le scelte prese in alto, non può dire null’altro, non partecipa attivamente all’elaborazione delle scelte.

Deriva plebiscitaria è stata chiamata anni addietro questa situazione da alcuni studiosi (Habermas), mentre altri (Dahrendorf, Crouch) hanno rincarato la dose parlando di post democrazia, una situazione cioè in cui la democrazia non c’è più (forse persino senza ritorno). In effetti ogni situazione di crisi, come quella in cui si dibattono oggi diverse democrazie, tra cui la nostra, può portare o a un declino definitivo (come i totalitarismi del secolo scorso, di triste memoria), oppure al rafforzamento della democrazia: tutto dipende dalla volontà e lucidità dei cittadini. Ma vediamo più in dettaglio alcuni motivi di questa deriva nel mondo attuale:
• cambiano i luoghi della decisione. L’economia acquisisce un’importanza tale che spesso riesce ad oscurare o almeno condizionare il potere politico;
• si indebolisce lo stato nazione, sia per l’aggregazione di poteri a livello superiore (es. Europa), sia a livello inferiore (federalismo);
• molte scelte odierne richiedono un livello di conoscenze tecniche o scientifiche non presenti nelle masse (si pensi alla bioetica o al nucleare);
• vi è la presenza pervasiva dei media, che attua un flusso unidirezionale dall’alto verso il basso e perciò stesso tende a rendere passive le persone, anche in campo politico. La famosa definizione di Mc Luhan: il medium è il messaggio, può essere intesa, empiricamente, in questa accezione: il medium trasmette sé stesso. Diventa ad es. un rito, un obbligo, ascoltare il telegiornale, se non si vuole sentirsi “out”.
• Anche per questo la politica diventa spettacolo, gestita sempre più attraverso spot pubblicitari, secondo una logica commerciale, con sondaggi di gradimento. Si è interrotto però, in tal modo, il circuito virtuoso tra governanti e governati. Non si perseguono più interessi generali ma quello delle clientele o dei potentati. I soggetti a vario titolo non si identificano con i partiti, non più portatori di una forte connotazione ideologica. Si apre la via ad un rapporto diretto tra leader e masse, senza corpi intermedi di mediazione e partecipazione, ciò che definisce il degrado della democrazia nel populismo.

Il populismo, come anche il termine connesso popolo, vengono spesso usati in modo ambiguo, talvolta con connotazioni negative, talaltra positive. Ad es. l’illuminista Voltaire parlava di populace, canaglia, mentre col suo contemporaneo Rousseau si comincia a parlare di popolo come saggezza e razionalità (capace quindi di esercitare democrazia). Anche al termine populismo si è cercato di attribuire connotati positivi, specie da parte di esponenti della destra, ma di solito esso assume significato deteriore, come appunto la deriva plebiscitaria della democrazia. Si intende di solito quel processo di semplificazione che non solo cerca di rendere superflue le articolazioni istituzionali della democrazia (partiti, sindacati, associazioni e via dicendo) ma si estende anche alla semplificazione del linguaggio, fino a ridurlo a spot pubblicitari. Questo linguaggio viene spesso usato in maniera strumentale, per garantirsi il consenso delle masse ignoranti. La situazione di ignoranza è infatti funzionale al populismo e viene dunque prolungata e perseguita attraverso diverse vie, quali l’inefficienza dell’istruzione pubblica, della politica culturale e soprattutto l’uso non qualificato dei media. Si fa leva sulla predominanza del coinvolgimento emotivo e passionale, così che il carattere di argomentazione e persuasione razionale, necessario per l’agire politico corretto, viene a deteriorarsi.

La funzione del cambiamento è un altro aspetto importante del degrado in atto. Il potere tende ad esaltare la propria capacità di innovazione e di progresso, moltiplicando i cambiamenti. In realtà vengono promossi solo quei cambiamenti che servono a non cambiare la sostanza delle cose. Si possono così avere molte innovazioni e scarsa novità, la democrazia viene ridotta a una sorta di amministrazione dell’esistente. Crouch ha ipotizzato una fase di entropia della democrazia, sostenendo la necessità di attraversare questa fase, nella quale si può avere sia il deterioramento delle sue forme proprie, sia la regressione a forme di governo politico del passato. Opporsi all’entropia della democrazia richiede forza di organizzazione e di costruzione, alte dosi di tenacia e pazienza, anzitutto la fiducia che potrà esserci uno sbocco positivo. Non deve mai essere abbandonata infatti la meta utopica di una maggiore democrazia.

Due vie, battute da Obama, tra le tante, possono essere qui ricordate per ottenere oggi un salto qualitativo contro la crisi della democrazia:
a) l’allargamento nel tempo e nello spazio, fino all’intero pianeta, degli obbiettivi perseguiti, avendo presente non solo gli aspetti civili e sociali, ma anche gli equilibri climatici e ambientali;
b) suscitare il contatto con la base, stimolare il suo protagonismo e la circolaritàDSCF1086 virtuosa tra governanti e governati, con l’uso intelligente della rete internet, che, a differenza della televisione, consente il flusso bidirezionale della comunicazione. Essa inoltre è particolarmente congeniale ai giovani, che, avendo davanti la vita, sono necessariamente più sensibili all’evoluzione positiva e democratica della società. Potrebbero costituire un target importante anche nella dinamica della competizione elettorale.

*dalle lezioni del prof. Francesco Totaro il 18 e 19 luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano


Per riflettere:

-democrazia come rapporto circolare tra governanti e governati;

-ogni governato poteva diventare governante;

-oggi la democrazia è quasi solo indiretta, elettiva;

-è motore di progresso solo sotto certe condizioni;

-si deve perseguire la meta di maggiore democrazia;

-il flusso circolare è diventato solo dall’alto verso il basso;

-il popolo non partecipa all’elaborazione delle scelte;

-l’economia spesso condiziona il potere politico;

-molte scelte esulano dalle competenze delle masse;

-i media attuano un flusso unidirezionale;

-la politica diventa spettacolo;

-così si è interrotto il circuito virtuoso tra governanti e governati;

-si apre la porta ad un rapporto diretto tra leader e masse;

-cioè al degrado della democrazia nel populismo o deriva plebiscitaria;

-processo di semplificazione che rende superflui i corpi intermedi (come partiti o sindacati);

-semplificazione del linguaggio fino a ridurlo a spot pubblicitari;

-l’ignoranza delle masse viene proseguita e prolungata;

-molti cambiamenti ma senza cambiare la sostanza delle cose;

-allargare gli obbiettivi nel tempo e nello spazio;

-utilizzare la rete internet, che consente flussi bidirezionali.

ottobre 8, 2009

PERSONA E DIRITTI UMANI

Individuo, sostanza, natura, logos (ragione, intelletto); ciascuna di queste quattro idee erano state fortemente approfondite dal pensiero greco, il quale però non era riuscito a pensarle assieme, portando alla definizione di persona. Vi è giunto invece il pensiero cristiano, avendo dovuto riflettere a lungo su alcuni punti della rivelazione, poi definiti come dogmi. Si allude in particolare al mistero della Trinità (tre persone e un’unica sostanza divina) e a quello dell’incarnazione di Cristo (un’unica persona e due nature, umana e divina). Per analogia tra il Creatore e la creatura il termine persona è stato applicato anche all’uomo. Salvo qualche cenno in Tertulliano (II secolo) e Agostino (nel De Trinitate, inizio del V secolo), l’autore che ha compiutamente sviluppato il concetto di persona è il filosofo romano Boezio (anche lui all’inizio del V secolo). La sua definizione di persona è: rationalis naturae individua substantia, un individuo di natura intellettuale o spirituale, dotato di ragione, linguaggio, libertà, cognizione del bene e del male, ecc. Ciascuna delle quattro idee meriterebbe approfondimenti, ma si rimanda al testo: V. Possenti, Il principio persona, Armando 2006. Con l’evento del cristianesimo c’è quindi stata una sorta d’illuminazione che ha interessato la filosofia e la ragione umana. C’è stato cioè uno stimolo a pensare più profondamente sul piano stesso della filosofia. Il concetto di persona umana, dotata appunto di intelletto, linguaggio, libertà, ecc., è una conquista a cui la filosofia poteva arrivare per conto suo, ma non c’è arrivata senza l’impulso della rivelazione cristiana. Si può dire che la scoperta della persona è stata il compito della patristica, della scolastica medievale e del primo umanesimo (ancora intimamente legato alla rivelazione cristiana).

Personalismo. Questo guadagno del tempo passato, ha avuto una nuova giovinezza nell’epoca moderna a partire dall’illuminismo fino al 20° secolo, quando è stato coniato per la prima volta l’idea di personalismo. Indica un’area che prendeva sviluppo nel pensiero giuridico, politico, economico, medico.., in particolare opponendo l’idea di persona alle sfide dei totalitarismi. Questi hanno cercato di spegnere la realtà dell’individuo o della persona, per farne una parte senza residui della collettività o della razza o della classe. Negli anni 1920 e ’30 la tematica della persona è stata applicata dal pensiero moderno a questioni che il precedente pensiero cristiano aveva appena sfiorato, specie in relazione alla tematica dei diritti umani. Nati con la rivoluzione americana, ripresi da quella francese, anche i diritti hanno trovato nuovo impulso nel secolo scorso. Contro i totalitarismi si è verificato un incastro di attenzioni tra le linee dei diritti umani e l’ambito del personalismo. Ha influito anche il pensiero di Kant, il quale, riprendendo (forse inconsciamente) un tema tomista, aveva così formulato il secondo dei suoi imperativi categorici dell’etica: assumi la persona, che è in te e che è nell’altro, mai come mezzo, ma sempre come fine. Queste linee di pensiero personalista hanno avuto un notevole rilievo anche nel campo giuridico e politico, tanto che diverse costituzioni, in particolare quella italiana e quella tedesca, fanno esplicito riferimento alla persona. La nostra ad es. all’art. 2, proposto da Dossetti, in cui si parla di diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Il personalismo pertanto è stato anche un cespite importante del costituzionalismo, oltre a contrastare la deriva totalitaria.

Un’origine importante dell’anti personalismo può essere fatta risalire al giovane Marx, che, nella sua VI tesi su Feuerbach nel 1845, affermava: l’essere umano non è un’astrazione immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà, esso è l’insieme dei rapporti sociali. La persona è negata, esiste solo la realtà della collettività, delle classi, delle relazioni sociali. Cade quindi il valore di fine dell’uomo. Questi aspetti sono entrati nel sistema ideologico comunista, come, sotto altri profili, in quello nazista. In quest’ultimo sistema l’io era riportato all’elemento puramente biologico (corpo, sangue, razza). Sono le due grandi forme dell’anti personalismo che hanno portato alle grandi catastrofi del ‘900. Dopo la seconda guerra mondiale si è imposta l’idea di affermare i diritti universali da estendere a ogni uomo nel mondo, al fine di evitare altre catastrofi belliche. Si è posto il problema dei fondamenti di tali diritti. Molti ritengono che la loro elencazione nei 30 articoli della Dichiarazione universale del 1948, cui hanno partecipato attivamente tutti gli Stati aderenti all’ONU, abbia solo un valore storico-pratico e che ciascuno possa ricercarne i fondamenti ideologici che preferisce. Il pensiero personalista – o, in generale quello giusnaturalistico – ritiene invece che i diritti universali possano avere un fondamento nelle inclinazioni fondamentali della natura umana (e per questo valere per ogni persona, indipendentemente da religione, nazionalità, razza, sesso o altro). Ecco le inclinazioni fondamentali da cui possono essere fatti derivare i diversi diritti umani, secondo il pensiero personalista:
1) a persistere nella vita;
2) alla sessualità;
3) alla procreazione;
4) a vivere in società;
5) a conoscere la verità.

Si può terminare ricordando un pensiero di Pascal, scritto tre secoli e mezzo fa, ma ancora attualissimo: “Avevo trascorso gran tempo nello studio delle scienze astratte, ma la scarsa comunicazione che vi si può avere con gli uomini me ne aveva disgustato. Quando cominciai lo studio dell’uomo, capii che quelle scienze astratte non si addicono all’uomo, e che mi sviavo di più dalla mia condizione con l’approfondirne lo studio, che gli altri con l’ignorarle. Ho perdonato agli altri di saperne poco, ma credevo almeno di trovare molti compagni nello studio dell’uomo. Sbagliavo: son meno ancora di quelli che studiano le matematiche”. Le scienze umane hanno avuto uno sviluppo incredibile, basti pensare a sociologia, economia, psicologia… L’immagine dell’uomo che ne emerge è però sempre frammentata e c’è il rischio di andare da una parte soltanto. Così è capitato ad es. dopo le grandi scoperte di Newton, quando i suoi seguaci hanno tentato di estendere il metodo newtoniano anche alla realtà della vita, cioè con una biologia meccanicistica: cosa sostanzialmente fallita. Ancora oggi si continua a tentare un’interpretazione monocorde dell’uomo, ad es. nel campo delle neuroscienze, e i risultati non possono che essere negativi. Anche nell’insegnamento, cosa può dire la pedagogia se non ha un’idea precisa della persona cui si deve tendere? Così nelle scienze umane si ha spesso verso l’uomo un approccio funzionalistico, invece di un approccio ontologico-personalistico.

DSCF1070*da una conversazione del prof. Vittorio Possenti, filosofo.

INVECCHIAMENTO ATTIVO

I genetisti assicurano che il Dna dell’uomo è programmato per una vita di almeno 120 anni – se fossimo capaci di non ammalarci, ovviamente. Dopo la quarta età, indicativamente sopra gli 80 anni, si parla già di una quinta età per gli ultra centenari – sempre meno rari. In ogni caso è ben noto che nella nostra società vi è un marcato invecchiamento della popolazione, cioè aumenta la percentuale di vecchi sulla popolazione totale. Questo invecchiamento ha aspetti positivi, come la minore mortalità e il conseguente allungamento della vita (speranza di vita) e aspetti problematici, legati alla minore natalità e minore fertilità, con modifiche nella struttura della popolazione. Implica problemi economici e sociali, ad es. la dipendenza economica da un minor numero di persone in età produttiva. Per complessi motivi si verifica inoltre l’abbassamento dell’età a rischio di estromissione dal mercato del lavoro (mentre in precedenza l’età a rischio era attorno ai 55 anni, si è passati ai 45 anni e oggi si parla anche di rischi a partire dai 35). Le persone avanti nell’età sono concepite come risorse, essendo in grado di produrre beni e servizi, contribuendo così al benessere generale, oltre che al loro bene, dato che essere attivi è la condizione di una buona qualità della vita.

Diverse strategie sono state proposte per valorizzare queste risorse anziane, mentre l’Unione europea ha proposto la politica dell’invecchiamento attivo, come prolungamento della vita lavorativa e posticipazione del pensionamento. Il punto più importante, però, è forse la motivazione delle persone. Dall’esterno si può operare affinché non si sentano discriminate a causa dell’età, percepiscano il loro contributo come apprezzato, possano trarre il massimo vantaggio dalle competenze accumulate in precedenza, ecc. Ma è chiaro che le motivazioni attengono ad un atteggiamento personale e una cultura che vanno a lungo preparati e diffusi. Tra le proposte e le esperienze si possono ricordare gli sforzi di rendere più flessibile l’orario di lavoro, con part-time per gli anziani, forme di pensionamento graduale, job sharing (lavoro ripartito tra due o più persone) e simili. In tal modo si potrebbero attuare forme di affiancamento/tutoraggio da parte dei più anziani nei confronti dei giovani in entrata, quale esempio di solidarietà intergenerazionale. La premessa di tutto ciò è un problema culturale e sociale di grande rilievo: che venga diffusa l’attitudine allo studio e all’apprendimento durante tutta la vita (lifelong learning). A questo proposito, mentre un tempo si pensava che potesse bastare l’educazione elementare o quella dell’obbligo come base minima, oggi si è passati alla media superiore e in qualche paese si parla addirittura del livello universitario necessario per tutti. L’attitudine all’apprendimento dovrebbe essere diffuso ovunque con seminari, corsi, anni sabbatici ecc. Vanno inoltre ricordati i cambiamenti che sarebbero necessari sul piano della organizzazione familiare. Spesso la donna riveste un triplice ruolo: come madre, come lavoratrice e come addetta alla cura degli anziani. Anche qui sarebbero necessarie modifiche per rendere al contempo più flessibile l’inserimento del lavoro femminile, ma anche garantite le forme di sicurezza sociale che negli ultimi decenni, con la globalizzazione, si è cercato invece di smantellare. Si è parlato cioè di flexicurity: un misto di flessibilità e sicurezza. Tutto ciò è necessario ma non sufficiente a motivare le persone. Sembra importante ricordare due aspetti che sono all’opposto di quanto propinato quotidianamente dalla televisione e dagli altri media, nonché dalla politica-spettacolo, cui i media stessi ci hanno abituato: la cultura della solidarietà e della gratuità, nonché una certa visione della salute.

La gratuità, con la sua validità anche sul piano strettamente economico, è stata di recente rilanciata da Benedetto 16°nella enciclica Caritas in veritate. Eccone alcuni passaggi. L’essere umano è fatto per il dono (…). La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme (§ 34). Nell’epoca della globalizzazione, l’attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. (..) La solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non può essere delegata solo allo Stato (§ 38). Il binomio esclusivo mercato-Stato corrode la socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità (§ 39). Gratuità, socialità, responsabilità sembrano quindi le parole chiave per motivare ad un impegno di solidarietà sociale o intergenerazionale.

Il valore della salute. C’è spesso la convinzione che la salute possa essere facilmente acquistata… in farmacia. In realtà i farmaci non sempre consentono la salute come definita dall’OMS: “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale” e non invece come semplice assenza di patologie. C’è motivo per ritenere che l’alta attitudine ad ammalarsi degli umani possa essere ricondotta oggi ad un eccessivo consumismo farmacologico, e ancor più a quello alimentare. Se qualche decennio addietro la salute era compromessa dalla scarsità, oggi lo è dall’eccesso. Tra gli animali possiamo verificare che la salute e la lunghezza della vita sono assai maggiori per quelli liberi di seguire i propri istinti alimentari che non per quelli allevati in batteria, sia pure con criteri “scientifici”. Il segreto di una vita lunga e sana potrebbe essere dunque non tanto nella tecnologia, quanto nello scoprire e nel seguire le regole sobrie della natura, nascoste dai media.

*da una conversazione del prof. Luigi Frey, economista, con riflessioni a margine.DSCF1062

settembre 23, 2009

SOVRANITÀ PAROLA DA ABOLIRE

PER REALIZZARE UN NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE

La seconda guerra mondiale rappresenta un tornante nella storia dell’umanità: la lunghezza, l’estensione geografica, la durezza, culminata con l’orrenda strage di civili innocenti a Hiroshima e Nagasaki, resero palese a chiunque che non era più possibile considerare la guerra come strumento giuridico di soluzione dei conflitti – come fino allora era considerata quasi unanimemente. Guerra e violenza dovevano invece essere bandite definitivamente dalla sfera della civiltà. A tal fine bisognava realizzare un nuovo ordine internazionale, nel quale gli stati rinunciassero a parte della loro sovranità e si sottoponessero all’osservanza dei principi del costituzionalismo democratico. In un famoso discorso del 1941, quando gli Stati Uniti non erano ancora entrati in guerra, Roosevelt aveva sottolineato che per avere la pace è necessario garantire ovunque nel mondo le quattro libertà fondamentali: di pensiero, di religione, dal bisogno e dalla paura. In precedenza il diritto internazionale era ispirato alla premessa che ogni Stato è sovrano e non riconosce altre sovranità sopra di lui. Con gli altri Stati sovrani interviene la contrattazione, che sfocia nella forma del trattato internazionale. Quando sorgono controversie tra Stati, non essendoci un’autorità superiore (come il giudice per i cittadini), l’unico strumento giuridico per la soluzione dei conflitti era la guerra: ma è chiaro che con questa vince non chi ha ragione, ma chi è più forte.

Il nuovo ordine internazionale non doveva più essere basato sulla forza, ma sul diritto, come per i cittadini negli Stati costituzionali. Strumento di questo nuovo ordine sarà l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite). Annunciata nel 1944, viene istituita nel 1945, sulle macerie fumanti della guerra, con lo scopo di creare un ordine internazionale fondato sugli stessi principi che due secoli prima erano stati enunciati e faticosamente perseguiti nelle costituzioni nazionali. Si capisce così perché il primo atto dell’ONU è stata l’elaborazione – col contributo di tutti i paesi partecipanti – della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, promulgata nel 1948. Si tratta sostanzialmente degli stessi diritti enunciati allora, pur se con maggior dettaglio e attualizzazione; ciò che è nuovo è il fatto di essere una dichiarazione universale, il tentativo di attuare un universalismo costituzionalistico, estendendolo all’intera umanità. Senza l’estensione universale non ci potrà essere un nuovo ordine mondiale, né si potrà uscire dalla spirale della guerra. L’universalità dei diritti umani diventa così la nuova frontiera del diritto internazionale. La Dichiarazione universale è il primo atto di questo sforzo. Fu approvata senza voti contrari, con 50 Stati favorevoli e 8 astenuti (i 6 del blocco sovietico, Arabia Saudita e Sudafrica). Da allora gli stati aderenti all’ONU sono passati da 58 a 192 (praticamente tutti gli Stati del mondo) e l’adesione all’ONU implica automaticamente la sottoscrizione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, almeno sulla carta. Da notare che tra i 30 articoli della dichiarazione, che sviluppano e completano le 4 libertà fondamentali di Roosevelt, ve ne è uno finale, il 28, che recita: Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati. Tutti gli abitanti della terra hanno diritto a vivere in un paese che aderisce al nuovo ordine internazionale e rifiuta la guerra.

Riduzione delle sovranità. Le costituzioni più recenti, come quella italiana (elaborata contemporaneamente alla Dichiarazione universale), hanno recepito il principio di limitare la propria sovranità. Basti ricordare della nostra costituzione l’art.10, che accetta di conformarsi alle norme del diritto internazionale, e l’art.11, col ripudio della guerra e quindi l’accettazione della limitazione di sovranità per far posto al nuovo ordine internazionale di pace. Altre costituzioni precedenti alla nostra, come quella francese, obbligano invece a modifiche costituzionali quando il paese aderisce a nuovi trattati che ne limitano la sovranità, come quello di Lisbona. Si dice che nei paesi democratici la sovranità appartiene al popolo. A parte gli equivoci che possono essere connessi con quest’ultima parola, neppure il popolo può essere considerato del tutto sovrano, cioè svincolato da ogni potere. Infatti la nostra costituzione, all’art.1 pone dei limiti all’esercizio della sovranità popolare: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Non si può non ricordare che punto centrale di ogni costituzionalismo è la divisione dei 3 poteri statuali: legislativo, amministrativo e giudiziario, che non devono mai essere concentrati nelle stesse mani. Tutto ciò consente di concludere che il termine sovranità è da considerare obsoleto in un regime costituzionale. Semmai sembra lecito affermare che gli stessi poteri statuali oggi possono essere appannati dalla potenza di convinzione della pubblicità, del marketing, dei media, gestiti dal potere economico anche multinazionale, o da politici non democratici.

I rischi di crisi dell’idea universalista dei diritti sembrano oggi collegabili prevalentemente con due fattori. Il primo è lo sviluppo del terrorismo, soprattutto di quello suicida di matrice islamica. Specialmente dopo l’11 settembre la necessità di difendersi dagli attentati e ristabilire la sicurezza, hanno indotto a non riconoscere ai terroristi tutti i diritti dell’uomo. Si sono così avuti i fatti disgustosi di Guantanamo e Abu Graib. Il secondo fattore (più intellettuale che pratico) consiste nell’idea che i diritti umani sono frutto dell’occidente e imposti alle altre culture come una sorta di colonialismo culturale. È un grave errore perché i diritti umani non sono legati a particolari ideologie o filosofie, ma rappresentano un problema di ordine storico-pratico. Ogni madre li vorrebbe per i propri figli, anche se appartiene a culture, come quella castale dell’induismo, che sono lontane dalle aperture sociali dell’occidente. Del resto basti pensare a quanto poco radicati fossero nella cultura occidentale certi aspetti, come l’uguaglianza uomo-donna o il rifiuto della guerra, quando furono enunciati inizialmente i diritti umani e le idee costituzionaliste. Molti passaggi sono stati sostenuti da forti istanze utopiche, ma se guardiamo ai progressi compiuti nei due secoli e mezzo di storia del costituzionalismo, si può affermare trattarsi di utopie utili, quelle che fanno progredire l’umanità e che meritano di essere perseguite.

* Dall’intervento del prof. Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

Per riflettere:

-rinunciare a parte della sovranità statuale;

-quattro libertà fondamentali da garantire a tutti;

-con la guerra vince non chi ha ragione, ma chi è più forte;

-nuovo ordine internazionale basato sul diritto con l’Onu;

-Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo;

-i tre poteri statuali, legislativo, amministrativo, giudiziario, non devono essere concentrati nelle stesse mani;

-universalismo dei diritti messo in crisi dal terrorismo e dal dubbio che siano espressione dell’occidente;

-utopie utili che fanno progredire l’umanità.

DSCF1388

VOCAZIONE UNIVERSALISTA DEL COSTITUZIONALISMO

SFORZO GRADUALE DI ESTENDERE I DIRITTI VINCENDO AUTORITARISMI E REGIMI ANTICOSTITUZIONALI

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”. In questa frase, tratta dal secondo capoverso della Dichiarazione d’indipendenza americana del 1776, sono già contenute tutte le enunciazioni-base del costituzionalismo, cioè di quel movimento che darà luogo al nascere delle costituzioni in diversi paesi del mondo. Si tratta, in particolare:

1) dell’uguaglianza degli esseri umani, quella che oggi potremmo tradurre come il principio del personalismo o della pari dignità di ogni uomo;

2) l’esistenza di diritti inalienabili dell’uomo;

3) il fatto che l’autorità, cioè il potere nella società, si esercita anzitutto per garantire i diritti degli individui;

4) l’idea che l’autorità si fonda sul consenso dei governati.

In questo, che è tra i primi documenti del costituzionalismo, è evidente l’esistenza di principi universalisti, nel senso che queste enunciazioni si riferiscono non solo ai cittadini statunitensi, ma a tutti gli uomini. Si può anche intravedere una matrice religiosa, là dove si parla di uomini creati uguali dal loro Creatore.

Sviluppo faticoso.  Se il costituzionalismo nasce da queste matrici universaliste, si sviluppa per due secoli in ambiti soltanto nazionali, dando luogo, appunto, alle costituzioni dei singoli stati nazionali. La dichiarazione francese del 1789, ad es., è stata chiamata Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: l’ispirazione è universalista, ma l’applicazione è per il cittadino francese. Si possono individuare alcune linee evolutive nella storia del costituzionalismo. Anzitutto che molte enunciazioni non vengono di fatto applicate, se non con grossi ritardi. In diversi Stati americani, ad es., è stata mantenuta legale la schiavitù per quasi un secolo dopo la sopra ricordata dichiarazione di indipendenza (e di eguaglianza). In modo analogo, nonostante l’affermazione che l’autorità emana dal consenso dei cittadini, per diversi decenni e paesi solo una piccola percentuale di popolazione ha potuto votare, prima di arrivare al suffragio universale. Anche il colonialismo, operato in gran parte dalle democrazie occidentali, è una palese negazione dei principi costituzionalisti. Un secondo percorso evolutivo può essere individuato nella consistenza dei diritti. Inizialmente furono evidenziate le garanzie del cittadino nei confronti di possibili arbitrii delle autorità, per passare in seguito alle conquiste sociali (diritto al lavoro, all’istruzione, alla partecipazione…) per realizzare un ordine più giusto. Infine si passa dall’applicazione dei principi agli individui, alla loro espansione anche ai gruppi sociali e alle nazioni. Uno sviluppo lento e faticoso del costituzionalismo, attraverso le contraddizioni della storia.

Il tornante della seconda guerra mondiale.  La guerra del 1915-18 può essere considerata l’ultima guerra tra le nazioni e per le nazioni (avendo segnato il crollo degli imperi multinazionali austro-ungarico e turco-ottomanno e avendo portato a compimento l’aspirazione di molti popoli a costituirsi in Stato nazionale). La seconda guerra mondiale segna invece un tornante nella storia, introducendo un fattore più ideologico. La discriminante tra le potenze in guerra era infatti proprio il costituzionalismo: da una parte c’erano le potenze alleate che ne riconoscevano i principi; dall’altra i regimi autoritari che non solo non li riconoscevano nella prassi, ma li rifiutavano pure ideologicamente. Dicevano che è sbagliato affermare che tutti gli uomini sono uguali, che hanno diritti inalienabili, che l’autorità è per l’individuo, ecc., ma che invece bisogna partire dal principio opposto, che quello che conta è la collettività, la nazione, il gruppo. L’autorità viene prima dell’individuo, il potere non si fonda sul consenso dei governati, ma sul principio del capo, sul principio di autorità. Possiamo tecnicamente affermare che questi regimi erano anticostituzionali: di fatto non avevano costituzioni, o non le osservavano (come l’Italia fascista nei confronti del vecchio Statuto albertino, formalmente ancora in vigore). Gli alleati invece erano tutti paesi costituzionali, anche quelli del blocco sovietico. Questi ultimi avevano una costituzione con i principi democratici sopra ricordati, ma differivano dai paesi occidentali per una sopra-valutazione dell’uguaglianza economica nel raggiungimento degli stessi ideali democratici. Ritenevano – poi smentiti dalla storia – che a questa uguaglianza si possono sacrificare le garanzie di libertà politica. Ma c’è una netta differenza tra la deviazione di regimi che, fondandosi sugli stessi principi democratici giungono a rifiutarne alcuni, rispetto ai regimi autoritari che li rifiutano tutti in blocco già dall’inizio.

Forse la vicenda dei paesi del blocco sovietico insegna che i principi del costituzionalismo sono indivisibili, sono sempre necessari tutti, anche se talvolta sembrano ostacoli, sembra che le democrazie debbano lottare con una mano legata dietro la schiena. Forse sono da considerare altrettanti fini e mai mezzi. Spesso si negano i diritti umani perché non vi è concordanza sui loro fondamenti teorici. Si può obiettare che, al di là del loro fondamento, i diritti umani del costituzionalismo hanno ormai una verifica pratica e storica. Non se ne può prescindere pertanto se si vogliono – e si devono – raggiungere sempre nuove conquiste democratiche. Nella sintesi che ne ha fatto in un famoso discorso del 1941, enunciando le quattro libertà: di pensiero, di religione, dal bisogno e dalla paura, il presidente Roosevelt sottolineava come compito della sua generazione fosse quello di portarle ovunque nel mondo: una premessa per la pace. Riprendeva l’idea universalistica che c’è alla base dei diritti umani fin dall’origine.

* Dall’intervento del prof. Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

Per riflettere:

-tutti gli uomini sono creati eguali e dotati di inalienabili diritti;

-principio del personalismo;

-autorità per l’individuo o prima dell’individuo?

-autorità fondata sul consenso dei governati;

-principi universalisti del costituzionalismo, non solo per i cittadini di un Paese;

-ritardi nell’applicazione dei principi;

-colonialismo come negazione dei principi costituzionalisti;

-dalle garanzie alle conquiste sociali;

-attraverso le contraddizioni della storia;

-il tornante della seconda guerra mondiale;

-democrazie contro regimi anticostituzionali;

-sopra-valutazione dell’uguaglianza economica nei Paesi del blocco sovietico;

-indivisibilità dei principi del costituzionalismo;

-sintesi delle 4 libertà enunciate da Roosevelt.

luglio 27, 2009

DUE COMPONENTI PER COMPRENDERE LA CRISI

CONSEGUENZA DELL’AVER DIMENTICATO VALORE D’USO E INTERESSI DEI CONSUMATORI

Ogni giovane che si appresta a svolgere un’attività professionale può impegnarsi a fondo per acquisire capacità lavorative, oppure impegnarsi meno su queste e più sugli appoggi, le raccomandazioni, la furbizia o anche l’attitudine a saper valorizzare le proprie qualità, in parole semplici a “sapersi vendere”. Due esempi estremi potrebbero essere da un lato il modello del puro inventore o del puro artista, dotati di grandi capacità creative, ma incapaci di valorizzarsi e di vendere adeguatamente il prodotto del loro ingegno. A un altro estremo si potrebbe mettere la prostituta di lusso (quella da 2000 euro a notte), che non ha bisogno di acquisire particolari capacità professionali se non quella di sapersi vendere. È chiaro che le due componenti, delle capacità professionale e della loro valorizzazione artificiale, devono essere presenti in ciascuno di noi, così come è ovvio che ciascuno possa essere per natura orientato più sull’una che sull’altra.

In campo imprenditoriale,  questa distinzione può essere altrettanto chiara e importante. Chi guida un’azienda può puntare sulla validità oggettiva della produzione – per la perfezione tecnica o per saper soddisfare bisogni umani meritevoli di attenzione – oppure puntare a far soldi anche da produzioni di scarsa validità, fino alla creazione artificiale di bisogni superflui per soddisfarli con ciò che si vende. Questo è oggi possibile – e molto perseguito – grazie all’uso dei media, l’impiego di tecniche pubblicitarie, psicologiche, di marketing, sempre più efficaci e persuasive. Come il giovane studente, l’imprenditore può scegliere la via virtuosa della validità oggettiva di ciò che produce, oppure quella, meno virtuosa, di saper vendere comunque, prescindendo dalla validità oggettiva. Sconfinando talvolta con la truffa.

Oggi la distinzione è quasi del tutto assente.  Il motivo è che le riflessioni sull’economia sono dominate dalla teoria neoclassica, la quale si limita a rilevare gli scambi in base all’utilità soggettiva: se quanto offerto sul mercato viene acquistato dai consumatori, vuol dire che soddisfa i loro bisogni ed è quindi sempre utile. Secondo questa teoria non serve indagare se ciò che si vende ha validità tecnica o sociale o se invece risponde soltanto allo scopo di far soldi: tutto viene messo in un unico calderone, quello del famigerato PIL. Questo, per inciso, si incrementa (in termini monetari) se lo scoppio di una centrale distrugge 50 Km di coste (per la spesa del disinquinamento) o se la speculazione fa alzare i prezzi, ma si riduce quando i prezzi si abbassano grazie a innovazioni organizzative o tecnologiche. È curioso notare che invece la distinzione, almeno in nuce, era già presente agli economisti classici, a cavallo tra ‘700 e ‘800, che concentravano la propria attenzione sulla produzione, anziché sullo scambio. Affermarono ad es. che esiste un valore tendenziale o naturale di ogni prodotto, individuabile nella quantità di lavoro necessario per produrlo. Operarono la distinzione tra valore di scambio (quello che si stabilisce nel mercato) e valore d’uso (l’utilità effettiva del consumatore)[1]. La teoria neoclassica, centrata sull’utilità soggettività, ha trascurato le valutazioni oggettive. E dietro all’abbandono pressoché totale delle intuizioni dei classici, per affermare invece la validità assoluta del “mercato”, non è malizioso vedere l’interesse del mondo economico di non volere messe in discussione le proprie scelte produttive.

In definitiva, è quasi banale scorgere nei fatti che hanno portato all’attuale crisi mondiale quasi soltanto la seconda componente, quella viziosa. Le “bolle” speculative, prima quella immobiliare in America, poi quella finanziaria ed economica a livello mondiale, cosa sono state se non il tentativo di far soldi senza impegno lavorativo? Fino a vendere “merci” incredibili, come titoli basati sui crediti subprime, difficilmente esigibili, o artifici finanziari sofisticati che sono in sostanza varianti della vecchia catena di s. Antonio. Forse basterebbe ricuperare la profetica intuizione dei padri costituenti, quando definirono che la repubblica è basata sul lavoro – da intendersi come impegno non staccato dall’interesse generale – non su bolle speculative, rendite, indebitamento, catene di s. Antonio, pubblicità o altro ancora. Tutto ciò che i sostenitori dell’attuale capitalismo liberista si ostinano a non considerare “aberrazioni del mercato”.


[1] Ecco ad es. come esemplificava la differenza A. Smith in La Ricchezza delle Nazioni – Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, p. 82 : «Nulla è più utile dell’acqua, ma difficilmente con essa si comprerà qualcosa, difficilmente se ne può avere qualcosa in cambio. Un diamante, al contrario, ha difficilmente qualche valore d’uso, ma in cambio di esso si può ottenere una grandissima quantità di altri beni.»

Per riflettere:

-la distinzione tra capacità intrinseche e quella di sapersi vendere;

-vale anche in campo imprenditoriale;

-una via è virtuosa, l’altra meno;

-la distinzione oggi è quasi scomparsa;

-perché si è imposta in economia la teoria soggettiva o neoclassica;

-il PIL si incrementa anche con eventi dannosi;

-distinzione degli economisti classici tra valore d’uso e valore di scambio;

-aberrazioni del mercato;

-la crisi è dovuta essenzialmente alla componente non virtuosa;

-intuizione profetica dei padri costituenti che definirono: Repubblica fondata sul lavoro;

-in realtà oggi contano solo gli interessi dei produttori e non quelli dei consumatori, sia nella pratica che nella teoria economica prevalente.


giugno 11, 2009

SERVILISMO MAFIOSO E CUMULO DEI POTERI

Il potere logora chi non ce l’ha. Lo diceva un anziano uomo di potere della nostra “serva Italia”, come l’ha chiamata Dante. Forse sarebbe meglio parlare esplicitamente di servilismo degli italiani, sempre pronti ad applaudire acriticamente il vincitore di turno. Questo servilismo, più o meno attinente alla presenza mafiosa, potrebbe spiegare come sia possibile che nel nostro paese appaia contraddetta persino un’altra sentenza della sapienza universale, secondo la quale è possibile ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo, ma è ben difficile ingannare molte persone per molto tempo. Possiamo dunque ritenere di validità più generale l’affermazione che risale a quasi tre secoli fa: Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente. Montesquieu è partito da questa considerazione per elaborare la sua teoria della separazione dei poteri, ormai affermatasi universalmente. Come è noto si tratta del potere legislativo (fare le leggi), del potere esecutivo (farle eseguire) e del potere giudiziario (giudicarne i trasgressori). Condizione oggettiva per la libertà e la democrazia è che questi tre poteri statuali non siano concentrati nelle stesse mani, ma affidati a persone diverse e indipendenti. È su questa separazione che si regge il moderno stato di diritto, dove tutti sono sottoposti alla legge, compresi i governanti. La mentalità mafiosa rifiuta anche questa subordinazione alla legge. La separazione dei poteri è pure la base del costituzionalismo universale, che viene di solito fatto risalire al 1776, con la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti.

Le novità.  Una difficoltà nell’applicazione di questo classico schema di articolazione del potere pubblico può derivare oggi dall’allargamento del ruolo del settore privato rispetto a quello pubblico. Ciò che non era pensabile 60 anni fa, quando fu redatta la nostra Costituzione repubblicana – e tanto meno ai tempi di Montesquieu – è che il potere privato potesse raggiungere una concentrazione tale da poter insidiare anche lo stesso potere pubblico (basta pensare che certe multinazionali possono avere budget molto superiori anche a quelli di stati di media grandezza). Il potere economico può prevaricare sui diversi poteri statuali, imponendo i propri interessi sul bene comune. Causa ed effetto di questa prevaricazione può essere il potere mediatico, in Italia concentrato nelle mani di un ben noto personaggio. Grazie ad esso si va sempre più verso la politica-spettacolo, nella quale non contano più le idee, le capacità, l’onestà dei candidati, ma il numero di apparizioni in televisione, la brillantezza delle battute, gli spot e simili. In altri termini conta l’apparenza, non la realtà: una delle caratteristiche più significative del fascismo. Così si sceglie il partito come si sceglie la squadra del cuore: senza nessun fondamento razionale. Ma la prevaricazione del potere mediatico può essere assai più rilevante se si pensa che è in grado di determinare gli argomenti su cui concentrare l’attenzione, magari per nascondere altri aspetti della vita pubblica o privata, fino a dettare di fatto le priorità sociali (consumismo, paura dello straniero, ecc. ecc.).

L’intreccio tra poteri:  economico, mediatico e quelli statuali, costituisce forse il massimo pericolo per la democrazia, specie nel nostro paese. Come non pensare che se ne parla poco proprio perché è uno dei temi che il potere vuole nascondere, così come quello del conflitto di interesse, del cumulo delle cariche o altri ancora? Nelle mani del presidente Berlusconi, oltre al potere esecutivo, si concentra oggi il potere legislativo, dato che la maggioranza è spesso “blindata” su ciò che è nel suo interesse, tanto che la funzione dei parlamentari e dei partiti è oggi sminuita come non mai. Superfluo poi parlare del potere mediatico e di quello economico dell’uomo più ricco del paese. Resta il potere giudiziario, nel quale fortunatamente non tutti i giudici sono berlusconiani. Ma i tentativi di sottomettere anche il potere giudiziario al suo controllo sono noti e ripetuti. Siamo comunque di fronte ad una concentrazione del potere del tutto inedita nel mondo, che farebbe sobbalzare ogni spirito democratico, se non obnubilato da una televisione alienante o da una mentalità mafiosa.

La separazione dei poteri, in definitiva, non è solo un problema di giuristi o costituzionalisti. Ogni persona di buon senso lo può comprendere. Il grande teologo protestante Bonhoeffer, impiccato nel 1945 per aver cospirato contro Hitler, ne ha intuito nella prigione nazista un fondamento teologico: accaparrarsi tutti i poteri è la bestemmia di chi vuole mettersi al posto di Dio.

febbraio 10, 2009

LA DEMOCRAZIA NON SI EREDITA

OVUNQUE DEVE ESSERE RICONQUISTATA CON L’EDUCAZIONE

Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca. (Apocalisse 3,16)

Stanno aumentando dubbi e perplessità sulla validità della nostra democrazia: ci si rende conto che essa è sempre più svuotata di significato dall’interno, che il potere, in realtà, risiede altrove. Cerchiamo di risalire ad alcune vicende storiche, per riflettere sui motivi profondi di questa insoddisfazione verso il sistema democratico. “Per la prima volta nella storia dell’umanità, dopo la sconfitta delle dittature totalitarie di destra nella seconda guerra mondiale, la democrazia riceveva il riconoscimento di unica definizione ideale di tutti i sistemi di organizzazione politica e sociale”[1]. In precedenza, nel corso della storia, l’orientamento generale è stato ben diverso. Più che un modello da imitare, la democrazia veniva spesso considerata una disgrazia da scongiurare. Il motivo sta essenzialmente nelle derive demagogiche e populistiche, di cui sono facile preda le masse impreparate. Già Platone riteneva che la democrazia è il regime in cui il popolo ama essere adulato piuttosto che educato: “un tal governo – scriveva – non si dà alcun pensiero di quegli studi a cui bisogna attendere per prepararsi alla vita politica, ma onora chiunque, per poco che si professi amico del popolo”[2]. Aristotele considerava la democrazia una degenerazione della politìa (governo di molti), così come l’oligarchia una degenerazione dell’aristocrazia (governo dei migliori) e il dispotismo degenerazione della monarchia (di uno solo). Anche nell’antichità si preferiva una pluralità di persone, specie allorché si trattava di dare giudizi: tipico era il caso dei magistrati dell’antica Roma che operavano sempre in due, con perfetta parità e reciproco diritto di veto, secondo il principio di collegialità.

La monarchia, o meglio il principio gerarchico che la precede, era invece una scelta quasi obbligata nell’antichità, ai tempi della guerra con frecce e spade: era necessario un criterio immediato e automatico per garantire unità di comando all’esercito nel caso di uccisione del capo. Era necessaria una gerarchia chiara e indiscutibile nel comando. Poiché la guerra era l’evento più significativo e rilevante, l’organizzazione gerarchica, che quella richiedeva, ha caratterizzato l’intera società, anche per aspetti senza alcuna attinenza con la guerra. Nel campo religioso, ad es., si è imposta l’organizzazione monarchica, anche se nella chiesa delle origini due erano i capi visibili e universalmente riconosciuti: Pietro e Paolo. Il primo per diretta indicazione del Maestro, il secondo per una chiamata mistica dello stesso Maestro. Anche i monasteri si organizzarono in modo strettamente gerarchico, perseguendo un modello teologico di superiorità di Dio padre; così pure nella famiglia la superiorità del maschio capo famiglia, e così via. Il più significativo sforzo di mettere in discussione questo schema gerarchico è probabilmente quello di s. Francesco, che volle la rotazione delle gerarchie, valorizzando lo schema orizzontale della fraternità. Spalancava così le porte della modernità alla chiesa. Ma, come spesso capita per i profeti, Francesco fu messo sugli altari, ma la sua innovazione fu poco ascoltata e meno ancora praticata. Nei tempi recenti il concilio Vaticano II ha stabilito il criterio della collegialità come quello da seguire per il rinnovamento della chiesa, ma questa è stata forse la più disattesa tra le innovazioni conciliari.

Responsabilità.  Se ci domandiamo il perché di questa situazione, potremmo avanzare l’ipotesi che è forse più comodo delegare ad altri che non assumersi responsabilità in prima persona. Forse è proprio vero che “ci sono persone per le quali il principio di fedeltà all’autorità è la cosa più importante, anche della luce della coscienza, e se la Chiesa gerarchica dice che una cosa è nera, essi, come voleva Ignazio di Loyola, dicono che è nera, anche se la vedono bianca. Si tratta di un atteggiamento anche riscontrabile altrove, per es. in politica, dove pure vi sono parrocchie, dogmi, autorità”[3]. È evidente che la prima condizione della democrazia è l’esistenza di persone che abbiano voglia e capacità di assumersi responsabilità. Qui potrebbe verificarsi un “circolo vizioso”: chi è abituato a dipendere dall’autorità non ha stimoli per assumersi responsabilità. Ma in questo caso è molto evidente il principio base dell’educazione attiva: si impara facendo, non solo ascoltando. Se non si esercita la responsabilità non si impara ad esercitarla. È necessario, da parte di chi dirige, la disponibilità a cedere parte del potere perché si possano formare coloro che dovranno prendere il loro posto. Questo dovrebbe diventare un atteggiamento diffuso, normale, non una lotta all’insegna di “mors tua vita mea”. Di più, si potrebbe affermare che oggi compito di una scuola al passo coi tempi è quello di insegnare a scrivere, far di conto e.. assumersi le responsabilità pubbliche ai vari livelli.

Nanificazione mentale.  Veniamo così, in conclusione, a delineare alcuni tratti delle vie che può oggi seguire il potere per evitare la democrazia, ovvero come si manifesta oggi la demagogia e il populismo, che ancora la insidiano, come nei tempi antichi. Infatti, se il livello medio culturale si eleva, gli strumenti a disposizione del potere si raffinano ancor di più. Oggi possiamo assistere ad una sconfitta radicale dei sindacati e delle forze di lavoro grazie alla globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia. Sotto la minaccia della disoccupazione e della precarietà, le sinistre sono ricattabili in qualunque momento, i giovani si possono scordare del diritto al lavoro, conquistato dai loro padri o nonni: se lo dovranno riconquistare, ad es. combattendo la speculazione, le mafie, i privilegi, la corruzione. Forse ancor più preoccupante è quanto avviene attraverso l’uso capillare dei mass media e la spettacolarizzazione della vita pubblica. Grazie a ciò è possibile operare una vera e propria nanificazione delle menti. La complessità e il pluralismo, sempre crescenti nella società, oltre ad interventi talvolta impropri da parte di autorità non politiche, tendono ad aumentare la confusione. Si manifesta una disperata esigenza di semplificazione da parte della gente comune. A questa esigenza la risposta del potere è spesso criminale: risponde con una sovra semplificazione della realtà e la traduce in spot o slogan pubblicitari (fannulloni, immigrati, prostitute..). Questi vengono recepiti soprattutto dagli strati più regressi della popolazione, i quali sono giocati contro quelli più evoluti e critici. Questo gioco è forse la “nuova frontiera” della demagogia e del populismo nell’era post industriale. Ma non è chi non veda il rischio di una nuova forma di totalitarismo, pur restando nell’ambito di una democrazia formale. Il vero antidoto sarebbe l’educazione, ma non sembra questa tra le priorità governative reali.


[1] G. Zagrebelsky, Imparare la democrazia, La biblioteca di Repubblica, Gruppo ed. L’espresso, Roma 2005, pag.17.

[2] Repubblica, libro VIII (Platone, Tutte le opere, a cura di G. Pugliese Caratelli, Firenze, Sansoni, pag.1047).

[3] Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, ed. Cortina, Milano 2007, pag. 314.

Per riflettere:

-democrazia, disgrazia da scongiurare, per gli antichi;

-derive demagogiche e populistiche;

-i giudici romani operavano in due, secondo il principio di collegialità;

-principio gerarchico necessario nelle guerre antiche;

-è più comodo eseguire gli ordini o assumersi responsabilità?

-la scuola dovrebbe insegnare ad assumersi responsabilità ai vari livelli;

-speculazione e mafie tolgono posti di lavoro;

-nanificazione delle menti grazie alla tv;

-all’esigenza di semplificazione si risponde con spot pubblicitari;

-recepiti dagli strati più regressi della popolazione;

-giocati contro quelli più evoluti e critici.

settembre 22, 2008

PARABOLA EVANGELICA FUORI DA OGNI LOGICA SINDACALE

Is 55,6-9; Fil 1,20-27; Mt 20,1-16

Omelia di don Giorgio De Capitani (21-9-08) da: http://www.dongiorgio.it/

Nei brani della Messa troviamo due affermazioni che ci lasciano un po’ perplessi: la prima è contenuta nella pagina di Isaia e la seconda nel Vangelo. Dio non la pensa come noi («i miei pensieri non sono i vostri pensieri», dice il Signore); inoltre, la parabola del Vangelo, che sconvolge il nostro concetto di giustizia, si conclude con le parole: «gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi». E per insegnarci questa verità sconcertante Gesù prende il caso più scottante, quello che riguarda il mondo del lavoro. Siamo fuori da ogni logica sindacale. Anzitutto, anche qui, come sempre, dovremmo inserire le due affermazioni nel loro contesto. Isaia scrive per gli ebrei che erano in schiavitù a Babilonia e che già progettavano di ricostruire, tornando a Gerusalemme, la città come era prima e di far vendetta contro gli attuali oppressori. Il profeta avverte che le vie di Dio non coincidono con queste vie di restaurazione e di vendetta. Dio la pensa diversamente, perché pensa al vero futuro, e non a un passato da restaurare con le stesse logiche della politica del vincitore. Le vie di Dio al momento sembrano misteriose, ma si capiranno come si capisce la stagione quando gli alberi mettono le gemme, come dirà Gesù. Per quanto riguarda la parabola evangelica non dimentichiamo ciò che era successo agli albori del cristianesimo: i pagani arrivati di fresco partecipavano al beneficio della salvezza con gli stessi titoli degli ebrei che avevano atteso il Messia da generazioni e generazioni. Ciò non sembrava affatto giusto.

Cammino verso l’ideale. Fatta questa precisazione, cerchiamo ora di cogliere il messaggio per noi. Io credo che il vero problema della fede e, di conseguenza, del nostro modo di attuarla nella società in cui viviamo consiste nel fatto che, mentre Dio si apre al futuro, vede cioè la storia come cammino verso l’alto, l’uomo è portato invece a vivere il presente, ripetendo il passato. E questo succede in tutti i campi. Ma la religione ha una maggiore responsabilità che pesa sul cammino della storia. Qualcuno dice che io ce l’ho con la religione. Se leggete attentamente l’Antico Testamento, noterete che Dio tramite i profeti non ha fatto altro che mettere in guardia il suo popolo dalle deviazioni di una religione che arrivava al punto di perdere per strada Dio, prostituendosi continuamente agli idoli del momento. Dio se la prendeva sempre con la religione, proprio perché il popolo la usava a modo suo, e la religione si presta ad essere usata contro Dio stesso. Il vero pericolo Dio ce l’ha in casa. E proprio quelli di casa rifiuteranno il Figlio di Dio. Dicevo poco fa che tutto sta nel capire che le vie o i pensieri di Dio vanno oltre il presente. Il compito più duro dei profeti è stato quello di far camminare il popolo verso la terra promessa, tenendo sempre vivo l’ideale di Dio. Il cammino ha le sue tentazioni e la peggiore è quella di attaccarsi a tutto ciò che rallenta il cammino. Si vorrebbe sempre fermarsi a gustare il presente. E così si perde di vista l’ideale, la terra promessa. Dio ha sempre un passo in più del nostro. E la religione non fa che rallentare il passo di Dio. La religione siamo noi credenti che usiamo Dio secondo i nostri comodi. E in nome di questo Dio comodo uccidiamo i profeti che parlano in nome del vero Dio.

Giustizia umana e giustizia divina. A me fa paura la parola “giustizia”: fa paura soprattutto in questi tempi dove non si parla d’altro che di giustizia, di giudici, di tribunali, di leggi punitive e discriminatorie. Mi chiedo: che cos’è la giustizia secondo Dio? Dare a ciascuno i suoi diritti? Ma quali diritti? Questi diritti di cui parla la giustizia umana corrispondono ai diritti di Dio? La parabola di oggi sconvolge il nostro concetto di giustizia. Potremmo stare qui delle ore a riflettere sul concetto di giustizia, ma non potremo mai far coincidere i nostri pensieri con quelli di Dio. Per un motivo molto semplice: i pensieri di Dio sono alti, i nostri volano basso. Non riusciamo a staccare i piedi dalla terra ferma. Eppure basterebbe un semplice ragionamento: nessuno di noi è uguale ad un altro; ognuno è un sé irripetibile. Non lo dice solo la teologia, ma la scienza. Se ognuno di noi è un sé irripetibile, unico, come potremo parlare di giustizia come legge uguale per tutti? Cosa vuol dire “uguale”? Ognuno è un caso a sé, in tutto, anche nei suoi comportamenti, e come tale deve essere eventualmente giudicato: come un caso a sé. La legge non può essere applicata in modo uguale per tutti. Questo l’ha capito in Italia uno solo, e l’ha capito così bene che si fa leggi per sé. Coerente! Il problema è che ci sono anche gli altri, che sono casi a sé, ma che non possono farsi le leggi a proprio uso e consumo.


Anche nel campo sociale credo che bisognerebbe rivedere il concetto di giustizia. In fondo, l’ordine che vogliamo è sempre fatto sui forti che prendono la giustizia in loro favore per rimanere sempre primi nella graduatoria del consenso popolare. E il popolo non sa e non vuol capire che a subire le conseguenze della giustizia dei forti è sempre il più debole, il più indifeso, l’ultimo. E il potere è così abile da mettere il popolo contro il popolo, i poveracci contro i poveracci, gli operai contro gli operai. La parabola di oggi insegna. Gli operai arrivano a condannare il padrone che ridimensiona il concetto di giustizia in favore dei più deboli. Nella mente operaia di oggi nulla è cambiato: la meritocrazia, uno strumento comodo nelle mani del potere, può diventare la peggiore ingiustizia, se per giustizia intendo quella di Dio che pensa diversamente da noi uomini, abili nel far valere i doni di Dio solo per noi, e Dio ce li ha dati non per imporci sugli altri ma per servire i più deboli. Il vero problema non sta nel pretendere che i nostri pensieri siano uguali a quelli di Dio, ma nel prendere coscienza del divario tra i nostri pensieri e quelli di Dio. La fede dovrebbe aiutarci, la religione non può farlo, perché la religione non fa che ridurre il divario e ridimensiona i pensieri di Dio sui nostri. Ha però un vantaggio, può dire: Dio la pensa come noi!

« Newer PostsOlder Posts »

Blog su WordPress.com.