Brianzecum

ottobre 29, 2025

GAZA COME SVOLTA

GAZA COME SVOLTA VERSO UNA NUOVA SENSIBILITÀ POLITICA E CULTURALE

INTUIZIONE PROVOCATORIA DI ALESSANDRO BARICCO

liberamente tratto da: https://substack.com/home/post/p-175604558

Ingiustizie. In un articolo (come questo sito non coperto da copyright) pubblicato anche da Repubblica il 9-10-25, lo scrittore Baricco indica nelle vicende di Gaza l’avvio del superamento di un’epoca buia, con l’affermarsi di nuove priorità etiche e culturali. Usa l’efficace immagine di un animale che, sentendosi alla fine, diventa più aggressivo. Il palese tentativo di genocidio a Gaza è l’ultimo colpo di coda dell’animale morente, così come l’aggressione all’Ucraina e le altre guerre in corso. Il mancato intervento degli organismi sovranazionali, bloccati da veti oggi del tutto ingiustificabili, l’indifferenza complice di molti governi, compreso il nostro, l’arroganza dei potenti che si ergono al di sopra delle leggi: tutto questo ci ha imposto di assistere impotenti a quelle tragiche ingiustizie. Animale morente, dunque, il novecento, con le sue guerre disastrose, i campi di sterminio, la bomba atomica, la Guerra Fredda, i totalitarismi e, soprattutto, la cultura della guerra: “credere che la guerra sia una soluzione e la sofferenza dei civili un prezzo accettabile con cui finanziare lo scontro tra le élites, (…) il culto dei confini, la centralità delle armi e degli eserciti, la religione del nazionalismo. (…) L’onda lunga di un disastro”.

Politica e cultura mostrano una forte resistenza a recepire il nuovo messaggio pacifista: Baricco parla di tremenda resistenza del Novecento, e ne abbozza una spiegazione: “c’è un’enorme parte del tessuto economico, politico, intellettuale e sociale che sapeva giocare il gioco del Novecento ma non sa ancora giocare quello della nuova civiltà. Quindi si acquatta tra le pieghe dell’animale morente. (…) La leggerezza con cui spesso i media soffiano sui venti di guerra tradisce l’istinto ad andarsi a rifugiare nei toni, e nelle idee, che a lungo hanno assicurato loro una qualche centralità, e dunque dei solidi profitti”. Gaza, dice Baricco, ci impone di schierarci, di aprire gli occhi, di provare a vivere in modo diverso, per non morire nello stesso modo dei padri. “Che così tanti narratori di talento lavorino in queste ore per portare ossigeno a una narrazione esausta come quella del Novecento – lei e la sua desolante epica guerriera – è cosa che inclina a reazioni durissime. (…) Di fatto, gli scontri di civiltà si decidono in buona parte sulla capacità di narrazione, cioè sull’efficacia con cui alcuni riescono a convertire una nebulosa di fatti in una storia convincente, e dunque in realtà”.

La rivoluzione digitale “ha fatto saltare i bunker strutturali e culturali su cui il Novecento aveva potuto edificare il proprio disastro: attraverso il digitale abbiamo scelto un mondo immensamente più liquido, più trasparente, in cui muri e confini perdono di consistenza; abbiamo accettato il rischio di liberare tutte le informazioni e le opinioni mettendole in circolo quasi senza cautele; abbiamo accelerato tutti i tempi generando di fatto un tavolo da gioco che si modifica in continuazione impedendo alle idee di sclerotizzarsi o di assurgere a miti; abbiamo reso estremamente difficile creare sacche protette dove far accadere la Storia al riparo da sguardi indiscreti; e abbiamo reso più impervio l’esercizio del dominio da parte di qualsiasi élite”. Tutto ciò è stato capito prima dai giovani scesi in piazza, che si sono sentiti scippare di una cosa troppo preziosa: “il futuro che vogliamo. Chi poteva capirlo meglio che dei ragazzini?” Dobbiamo essere grati a loro e anche a Baricco che ce lo ha narrato con l’elegante efficacia di scrittore di qualità. Un giornale autorevole come il Times è arrivato a ipotizzare che le piazze giovanili siano diventate la seconda potenza mondiale dopo gli USA. Ce lo auguriamo vivamente.

agosto 18, 2025

DALLA DEMOCRAZIA ALL’EMOCRAZIA

L’EMOZIONE CONTA PIÙ DI EVIDENZE O ARGOMENTAZIONI. TRUMP HA VINTO ADOTTANDO QUESTO PRINCIPIO INTRODOTTO DA BERLUSCONI

di Catherine De Vries * da: Repubblica Affari e finanza 18-11-2024

Politica in dramma.  L’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti d’America per un secondo mandato mette a dura prova la democrazia americana. Molti commentatori, negli Stati Uniti e in tutto il mondo, si domandano come sia possibile che un politico noto per infrangere apertamente le regole, per la sua mancanza di correttezza e per il disprezzo verso la legge sia stato eletto una seconda volta. Si ricorre spesso a parole come “pagliaccio” e “buffone” per descrivere Trump o lo si definisce semplicemente inadatto al ruolo. Eppure, ciò che in superficie sembra una debolezza va visto anche come la sua vera forza. Trasformando la politica in un dramma, Trump attrae un pubblico che non ha mai considerato la politica interessante, ma che ora, stimolato nelle sue emozioni, la trova profondamente coinvolgente.

Imprenditori politici.  Trump è in molti modi unico, ma non è un caso isolato. La sua ascesa nel sistema politico americano fa parte di una tendenza più ampia di “imprenditori politici” che attingono a tecniche di intrattenimento per spostare il dibattito politico dalle evidenze e dagli argomenti verso emozioni e sentimenti. È una tendenza che sta emergendo in tutto il mondo: un passaggio dalla democrazia a ciò che potremmo chiamare “emocrazia”. L’emocrazia descrive un sistema politico in cui il dibattito è guidato da emozioni e sentimenti piuttosto che da evidenze e argomentazioni; in cui l’attenzione, piuttosto che il contenuto, è la moneta della politica; in cui la differenza tra mentire o dire la verità conta molto meno della differenza tra ciò che è intrattenimento e ciò che è noioso. Questo passaggio dalla democrazia all’emocrazia aiuta a capire perché la politica oggi sembra crollare sotto il peso delle questioni cruciali che caratterizzano il momento. La richiesta di cambiamento politico per affrontare le sfide attuali – dalle disuguaglianze al clima, dalla migrazione alle guerre – non è mai stata così forte, eppure lo spazio politico per trovare soluzioni non è mai apparso così limitato.

Il cambiamento nei media.  Il secondo fattore è rappresentato dai cambiamenti nel panorama dei media. Trump, come Berlusconi, ha saputo adattarsi, facendo campagna sui social media e ottenendo una risonanza nei media tradizionali. I contenuti emotivi sono risultati più digeribili per una larga parte dell’elettorato e decisamente più coinvolgenti. Unendo i fattori dell’offerta e della domanda – l’ascesa degli imprenditori politici che stravolgono le regole e si concentrano sulle emozioni, e una nuova generazione che consuma “infotainment” online – emerge l’emocrazia: un sistema politico in cui il sentimento prevale sui fatti. Tuttavia, di fronte alle sfide enormi che dobbiamo affrontare, abbiamo bisogno che sia l’evidenza a guidare le nostre politiche. Non le emozioni.

* Scienziata politica, presidente dell’Institute for European Policymaking dell’Università Bocconi

luglio 9, 2025

LO SCONTRO CON L’IRAN

LO SCONTRO IRANISRAELEUSA E QUEGLI ERRORI DA NON RIPETERE

I POTENTI DISPREZZANO IL DIRITTO INTERNAZIONALE E PREFERISCONO LO SCONTRO. ITALIA ASSENTE

di Vittorio Possenti – pubblicato su Avvenire il 26 giugno 2025  Fonte: https://personalcentro.eu/segnalazioni/articoli-stampa/lo-scontro-iran-israele-usa-e-quegli-errori-da-non-ripetere

Il diritto internazionale, fragile difesa contro l’arbitrio dei potenti, attraversa un periodo di grave crisi, in cui si rispecchia il caos dell’ordine mondiale. Il presidente Trump, ai primi di febbraio, ha firmato un ordine esecutivo che impone sanzioni alla Corte Penale Internazionale (CPI), accusandola di “aver intrapreso azioni illegali e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele”. Tra le sanzioni: il divieto di ingresso negli Stati Uniti per il presidente della CPI. Dopo poche ore, una dichiarazione congiunta di 79 Paesi membri delle Nazioni Unite (tra cui molti dell’UE) ha condannato le sanzioni di Trump. Il governo italiano non firmò, pur essendo l’Italia uno dei principali fondatori della CPI. Non sono stati resi noti i motivi della scelta, a mio parere infelice. Nel novembre 2024, la CPI aveva emesso un ordine di cattura verso i leader di Hamas – responsabili dei massacri del 7 ottobre 2023 – e verso il premier israeliano B. Netanyahu (e il ministro Gallant), accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto a Gaza per gli attacchi intenzionali contro la popolazione civile. I leader di Hamas sono stati poi eliminati dagli israeliani, mentre Netanyahu ha osannato l’ordine esecutivo di Trump. In precedenza, la Corte, nell’ambito delle indagini sulla situazione in Ucraina, il 17 marzo 2023, emise due mandati di arresto nei confronti di V. Putin e Maria Lvova-Belova, per il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di bambini dalle aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa. È bene ricordare che i mandati di arresto nei confronti di Putin e Netanyahu rimangono pienamente in vigore, sebbene le possibilità esecutive siano evanescenti. In Italia, dopo la decisione della CPI, il vicepresidente del Consiglio Salvini invitò Netanyahu a venire nel nostro Paese, dove sarebbe stato “benvenuto”.

La politica estera di Trump, già nel primo mandato e ora in modo ancor più veemente, si basa sulla sistematica delegittimazione di organi e strutture internazionali che possano porre un limite alla volontà di potenza degli Stati più forti, e sulla legittimazione delle guerre preventive. L’ordine esecutivo di Trump ha comportato la decisione di Israele e degli USA di eliminare ogni presenza di agenzie ONU a Gaza, dove si sta consumando un’immensa tragedia nell’indifferenza generale. Dopo un lungo periodo in cui i camion con gli aiuti umanitari sono stati bloccati o fatti passare col contagocce da Israele, da alcuni mesi il servizio è monopolizzato da americani e israeliani: le tragiche conseguenze sono evidenti, tra cui il numero elevato di morti giornaliere per spari, bombardamenti e altre operazioni dell’esercito israeliano. L’affamamento progressivo dei gazawi da parte di Israele sta evidenziando una senza tanti sottintesi. Nel frattempo, una seconda aggressione accade in Cisgiordania: dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza (19 gennaio), una violenza senza precedenti da parte dell’esercito israeliano e dei coloni sta devastando il territorio. Oltre 40.000 persone sono state costrette a fuggire da abitazioni e campi profughi, mentre nuove fasce di territori vengono occupate.

La responsabilità italiana. Da cittadino italiano, considero in primo luogo l’azione del Governo italiano – in particolare della Presidente del Consiglio e del Ministro degli Esteri. Nel giugno 2024, durante l’incontro del G7 presieduto dall’Italia, tutti i leader hanno recitato con convinzione la formula dei “due popoli, due Stati”. Ma poi non è stato fatto nulla. Anzi, già dal 7 ottobre 2023 in avanti, l’Italia si è sistematicamente astenuta su numerose mozioni ONU per tregue umanitarie e risoluzioni di condanna, diversamente da altri Paesi europei (Francia, Spagna, Belgio…). Tra le astensioni: il 10 maggio 2024: riconoscimento della Palestina come membro a pieno titolo dell’ONU (Francia e Spagna votarono a favore); il 15 settembre 2024: risoluzione sulla fine dell’occupazione di Gaza, ritiro delle truppe israeliane e cessazione degli insediamenti in Cisgiordania. Anche qui l’Italia si astenne, nonostante una larga maggioranza. Questa ingiustificata inerzia implica una responsabilità non solo politica ma morale.

Due Stati. Il Presidente Mattarella non perde occasione per richiamare la soluzione dei due Stati, ma inutilmente. Solo da poco il Governo italiano ha assunto un orientamento più deciso nel condannare la strage in corso a Gaza e nel chiedere la cessazione delle ostilità nella Striscia, dove finora sono morti – per fuoco, fame o bombardamenti – circa 60.000 gazawi. Rimane però estremamente vaga la prospettiva che l’Italia, insieme ad altri Stati UE, vorrà riconoscere lo Stato Palestinese. Questa ipotesi incontrerebbe certamente un rifiuto totale da parte di Netanyahu, dei coloni e degli ultraortodossi, che faranno di tutto per impedirla. Ma se il principio “due popoli, due Stati” non è stato enunciato solo per gettare polvere negli occhi, occorre non indietreggiare. Altrimenti continueranno l’espulsione dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza, e forse si realizzerà la proposta ignominiosa di Trump: deportare i gazawi e trasformare la Striscia in un resort.

Il pericolo dell’arbitrio. Torniamo alla Corte Penale Internazionale e alle altre agenzie multilaterali disprezzate da Putin, Trump, Netanyahu e altri. La loro debolezza è il massimo obiettivo dei potenti di turno, che impongono la loro volontà. Nello scontro Iran–Israele–USA, è ragionevole vietare armi nucleari all’Iran, ma molto meno sarebbe un cambio di regime imposto con un’invasione militare. Il fallimento totale della guerra in Iraq del 2003 – che condusse al collasso dello Stato e a circa 800.000 morti – è un monito. L’aggressione preventiva si basò su informazioni false diffuse dalla CIA: la presunta presenza di missili in Iraq capaci di raggiungere Londra in 40 minuti, tesi sostenuta da Bush Jr. e Tony Blair, e presentata all’ONU dal generale Colin Powell. Solo quest’ultimo ebbe la forza – anni dopo – di ammettere di aver mentito. Gli altri no. Parimenti fallimentare fu la campagna americana in Afghanistan (2001–2021). Meglio non ripetere l’errore.

Maggio 8, 2025

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E SUOI LIMITI

parte prima: DOMINIAMO LA TECNICA O NE SIAMO DOMINATI?

LA VOLONTÀ DI POTENZA HA FATTO CREDERE CHE LA NATURA UMANA POSSA ESSERE MIGLIORATA: IN REALTÀ AUMENTA IL CONTROLLO ESTERNO

del prof. Vittorio Possenti, tratto da “Avvenire” 29-7-2023

Natura umana.  Pensare in profondità la tecnica, in modo da stabilire ciò che essa può fare e ciò che invece non può fare, anche quando volesse esercitare la più alta volontà di potenza: questo è il punto più indispensabile di ogni discorso sull’universo delle tecnologie. Pochi però lo affrontano, e da questa carenza teoretica primaria seguono innumerevoli equivoci. In diverse occasioni ho mostrato (non è possibile ripeterlo qui) che l’innegabile potenza delle tecnologie non può trasformare la natura o essenza umana, mutandola in qualcosa di altro e diverso. Prese nel loro significato più autentico le nozioni di natura umana o di essenza umana appartengono all’ambito del necessario e dello stabile, di ciò che è strutturato in un certo modo e che non può essere diversamente. Sinché esisterà un essere umano, questi sarà un soggetto personale vivente, formato dal singolo tra anima e corpo, e dotato di intelletto, volontà e libertà; niente di più e niente di meno.

Transumano.  La grandeggiante retorica sul postumano e il transumano (correnti di pensiero che sostengono il miglioramento dell’umanità attraverso le tecnologie emergenti: genetica robotica informatica nanotecnologie) penetrata dovunque da oltre trent’anni e denotata dal detto “Mutare o perire”, ha accuratamente evitato di fare i conti filosofici con le nozioni di natura/essenza e di divenire, che non sono così malleabili come si vorrebbe. In altri termini lo scientismo tecnologico sogna molto e pensa poco: soprattutto non guarda verso l’ontologia. Il rifiuto, spesso aprioristico, del discorso ontologico, sposta l’attenzione sull’etica, confidando che essa da sola possa darci una risposta adeguata; purtroppo raramente è così.

Volontà di potenza.  La premessa secondo cui la potenza della tecnica non può cambiare l’essenza umana in qualcosa di altro e diverso, non si accorda però con alcuna forma di quietismo, che volesse lasciare campo libero alle tecnologie sulla scorta dell’idea appena enunciata. Anzi i maggiori rischi, insieme alle opportunità, si aprono proprio a questo livello “intermedio” in cui si cerca in genere di restaurare e di potenziare l’essere umano, sia curando malattie sia dotandolo di maggiori capacità. In questo campo possono accadere eventi buoni o cattivi. Consideriamo la sfida dell’IA, pressante in rapporto a due fattori: il suo impatto ambivalente e plurimo sull’essere umano nella vita individuale e sociale; il cambiamento iperveloce del tessuto esistenziale e le difficoltà di molti di reggere il ritmo, con le conseguenti fratture sociali in molti campi. Senza un’idea adeguata della persona, dei suoi diritti e doveri, della sua dignità, la volontà di potenza della tecnica – che in realtà è volontà di potenza dei singoli e dei grandi gruppi e holding che operano poderosamente su scala mondiale, spesso in un grave vuoto normativo – è capace di generare violenti squilibri. Finora scarsa è stata la capacità dell’autorità pubblica di regolamentare efficacemente i grandi produttori di IA che, costituiti da gruppi privati egemoni a livello mondiale, mostrano un’alta riluttanza a sottoporsi a controlli e normative.

Infocrazia  (dominio dell’informazione). Nell’epoca dell’infocrazia la questione principale per coloro che si guardano intorno e riflettono, è se vi sarà il tempo necessario per trovare risposte adeguate, prima che il dominio tecnocratico metta a tacere le opinioni dissenzienti. Molti si interrogano sull’influsso che il complesso scientifico-tecnologico esercita sulla democrazia con le relative derive quali l’ascesa del populismo, l’accendersi di acute emotività, l’instabilità dei governi, la diffusione intenzionale di notizie false, la sottrazione ai cittadini della possibilità di scegliere a ragion veduta. Con l’allettamento della libera connessione permanente l’infocrazia fomenta la solitudine della persona. E si sa che la solitudine è la condizione primaria della sottomissione. Questa è in atto in quanto i soggetti connessi si sentono autonomi, mentre sono perpetuamente schedati nelle sterminate memorie dei big data. I controlli sono in fin dei conti nelle mani di coloro che dovrebbero essere controllati.

parte seconda: L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NON È INTELLIGENTE

OFFRE GRANDI PRESTAZIONI MA NON PENSA PERCHÉ NON È VITA. NECESSARIO REAGIRE ALLA SOTTOMISSIONE E COOPERARE ANZICHÉ COMPETERE

del prof. Vittorio Possenti, tratto da “Avvenire” 29-7-2023

Vita, non macchina.  L’IA è oggi il settore in più rapido cambiamento. Chi abbia una qualche competenza sul modo con cui la persona esercita la conoscenza sensibile e intellettuale, non può non vedere che il termine stesso di IA è un ossimoro, portatore di falsità e mistificazione. L’IA computa e compone ad alta velocità, ma non pensa: l’intelligenza è vita e non macchina; e se è macchina non è intelligenza. La pervasività del mondo digitale opera contro questa fondamentale acquisizione: il contatto quotidiano con il mondo digitale offusca la diversità tra virtuale e reale, operando una trasformazione ambigua dell’esperienza umana e del senso comune. Si finisce per credere che in numerosi casi decida meglio la IA invece che l’uomo. Qui si può fare riferimento al ricorso all’IA nel campo della giustizia gestita da Stati e corti. Possiamo abdicare al diritto primario che ogni persona debba necessariamente essere giudicata da un’altra persona e non da macchine?

Eterodiretti.  L’ideologia del transumanesimo ha preparato il terreno verso una mente aumentata e un corpo inessenziale per il funzionamento della prima. L’IA si innesta su questa trama favorendo il mentale-algoritmico-virtuale sull’esperienza corporea del mondo. A questo livello si incontra il tema della libertà, più essenziale che mai perché lo scientismo combatte tenacemente per mostrare che l’essere umano è predeterminato nelle sue scelte dal macchinico e dall’algoritmo, e che la coscienza è un epifenomeno di altro. Possiamo perciò essere eterodiretti. E già lo siamo quando, dopo essere stati profilati in mille modi, gli allettamenti della pubblicità ci orientano allo scopo di massimizzare i profitti delle multinazionali che dominano. Un compito urgente sta nel ridestare in tanti l’amore per la libertà e il desiderio di servirsene per vivere la propria vita e per formarsi una capacità di giudizio.

Reagire.  Occorre che singoli e popoli reagiscano alla serpeggiante passività morale, alla sottomissione rassegnata alla tecnologia e tecnocrazia. Senza sottovalutare le prese di posizione critiche e il grande lavoro sulla neuroetica e sull’etica dell’IA, l’atteggiamento dei più sembra quello di stare a vedere in modo passivo. Il poderoso legame tra ricerca tecnoscientifica ed eccezionali livelli di capitale di rischio, che puntano al più alto profitto possibile, scoraggiano e indeboliscono le capacità di reazione. Non ci sono che fragili contrappesi, e nelle democrazie la cattiva moneta delle reti social, dell’IA, degli algoritmi sovrasta tutto il resto. La moneta cattiva caccia la buona, e le grandi imprese tecnologiche non mostrano interesse a correggere queste gravi distorsioni, da cui traggono potere e profitti.

L’odio  che circola sulla rete rende più di altri business, e non si calcolano i danni inflitti ai minorenni e ai bambini che crescono in tale clima. Una volta di più si mostra vero che i rischi per l’umanità non vengono da errori delle tecnologie, ma dal loro uso malsano. Ogni tecnica è aperta sui contrari, sul suo uso buono o cattivo, e ciò non dipende dalle tecnologie ma dall’uomo che le progetta e le impiega. L’energia atomica illumina le città ma può essere impiegata per distruggerle. Il chip che viene installato nel cervello non solo consente di interpretare i segnali elettrici di coloro che non possono comunicare con l’esterno, fornendo un aiuto; ma consente parimenti di inviare segnali esterni al cervello, con il rischio di manipolazione e di espropriazione del soggetto. Non si dovrebbe mai dimenticare l’intrinseca ambivalenza della tecnica.

L’altro come avversario.  Per valutare se siamo preparati per il cambio di mondo che già opera, dovremmo chiederci: qual è il contesto spirituale prevalente in Occidente, in specie negli strati più elevati, a cui toccano speciali responsabilità nelle decisioni pubbliche che riguardano tutti? Nelle nostre società liberaldemocratiche l’umanesimo della persona deve affrontare sfide che provengono dall’involuzione dei concetti di liberalismo e di individuo, quest’ultimo ridotto a esclusiva libertà di autodeterminazione, in cui l’altro è sentito come un limite o un avversario. Il liberalismo, che si è trasformato in neoliberalismo e libertismo sul piano etico, e liberismo in campo economico, continua ad occupare la scena. Il loro richiamo alla persona e alla sua dignità è spesso di comodo per coprire altri cammini: le società liberali sono in crisi a motivo della loro concezione aggressiva dell’individuo autocentrato e ostile all’alterità, e del distacco dall’idea cristiana di persona. Prevale una scepsi diffusa e talvolta apertamente materialistica. Essa, che legge l’io personale come risolto nel circolo della vita biologica, deve oggi registrare una crescente paura del futuro – nonostante i mezzi tecnici potentissimi di cui disponiamo – e timore dell’altro, verso cui si dice: noli me tangere. L’altro è sentito come concorrente, non come potenziale termine di una relazione e della cooperazione.

Idolatria.  L’Europa dello spirito non potrà portare un sufficiente rimedio a tale clima se abbandonerà il suo retaggio cristiano, e si volgerà alle potenze dell’epoca, inchinandosi a loro idolatricamente. Vanno meditate le parole di Karl Löwith, stese 70 anni fa: «Soltanto con l’affievolirsi del cristianesimo è divenuta problematica anche l’umanità». Obliato Dio, rischia di essere messo da parte l’uomo, non più pensabile a sua immagine e somiglianza, secondo il messaggio biblico. Allora l’uomo vede solo i propri prodotti, e si pensa a immagine e somiglianza di sé stesso, della sua corporeità più che del suo spirito.

Maggio 3, 2025

Francesco, il profeta della teopatia

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Già dal nome del santo più irregolare del calendario, mai scelto da altri papi, la profezia appare il carattere dominante del suo pontificato

di Vito Mancuso   da “www.lastampa.it” del 21 aprile 2025

Teopatia. Il termine teologia mal si adatta al pensiero e direi anche alla vita di Jorge Mario Bergoglio. Occorre piuttosto coniare un altro termine al fine di illustrare adeguatamente il suo parlare di Dio, il suo rappresentarlo, il suo essere (per riprendere la celebre definizione del Papa data da santa Caterina da Siena) “il dolce Cristo in terra”. Questo neologismo, non bello ma a mio avviso efficace, è il seguente: teopatia. Non teo-logia, ma teo-patia. Esattamente come si parla di simpatia e di empatia per contrassegnare il risuonare dell’emotività di fronte a un altro essere umano o a una situazione di vita, così, per il pensiero di Dio espresso da papa Francesco negli scritti e soprattutto nella vita occorre parlare di teo-patia. Egli non ha pensato Dio, lo ha patito. Non è stata la logica, è stata piuttosto la passione a costituire la sigla del suo incontro con il Mistero del mondo capace di produrre Amore a cui ci si riferisce tradizionalmente dicendo Dio. Questo incontro passionale tra il Mistero da un lato e la sua coscienza e le sue viscere dall’altro ha prodotto in papa Francesco sia la dolcezza, lo slancio e l’entusiasmo, sia l’indignazione, la protesta e talora anche la rabbia. Esiste infatti un lato oscuro, una “Dark Side of the Moon” come cantavano i Pink Floyd, anche della passione per Dio.

Primo papa profeta. Sto sostenendo che Francesco non è stato un teologo (come lo fu Benedetto XVI), neppure un sapiente pastore (come Giovanni Paolo II), né un intellettuale penetrante e talora esitante (come Paolo VI), né un legislatore e un diplomatico (come Pio XII): no, Francesco è stato un profeta. Credo sia stato il primo profeta alla guida della Chiesa in duemila anni di storia. Non a caso è stato il primo ad assumere il nome del santo più profetico e più irregolare del calendario ecclesiastico, Francesco d’Assisi, il folle che parlava ai lupi e agli uccelli e che disdegnava il potere e i potenti. Nonostante l’importanza suprema di san Francesco per la pietà cristiana, nessun Papa si era mai chiamato come lui, esattamente perché la spiritualità rappresentata dalla persona di san Francesco mal si concilia con il ruolo del Sommo Pontefice cattolico, necessariamente politico e necessariamente potente. Bergoglio invece decise di chiamarsi proprio così, Francesco, e il risultato è stato un pontificato all’insegna della profezia e della destabilizzazione, sia esterna alla Chiesa sia soprattutto interna. La profezia infatti necessariamente destabilizza, turba, inquieta, scompagina, sovverte, se no non è profezia. E proprio per questo, proprio perché profeta, papa Francesco talora è apparso palesemente inadatto al ruolo di Sommo Pontefice, un ruolo che, ben più che profezia, richiede prudenza, diplomazia, pazienza, lungimiranza, capacità di ascolto e di dialogo, spirito di squadra, moderazione.

L’autentico profeta non conosce nessuna di queste qualità: egli è abitato da un fuoco divorante che gli brucia nell’anima e gli mette una fretta spasmodica, lo fa essere inquieto e inquietante, lo rende un solitario, spesso introverso, talora incompreso, e gli assegna inevitabilmente un brutto carattere, come lo stesso Bergoglio ha riconosciuto di sé parlando del suo rapporto con i medici e che penso si possa estendere al rapporto con tutti i suoi collaboratori. Il pontefice è chiamato a essere un direttore d’orchestra, il profeta invece è un sublime solista. Per questo papa Francesco, quando parlava o scriveva di Dio, non si rivolgeva alla ragione degli interlocutori, bensì al loro sentimento, alla loro passione, al loro pathos. Non era fatto per i trattati teologici, neppure per le encicliche pure apparse a sua firma ma che evidentemente non sono state il luogo in cui egli ha manifestato la sua essenza peculiare, a differenza per esempio di Benedetto XVI che fu teologo prima ancora che papa e che usava consegnare alla scrittura la sua parte migliore, e a differenza, per fare un altro esempio, del cardinal Martini, biblista prima che vescovo, e che a sua volta privilegiava la ragione e la logica nel parlare e nello scrivere di Dio. Bergoglio no, lui è stato passione. Era fatto per i discorsi a braccio, per le telefonate all’improvviso, per gli sguardi amichevoli, per i rimproveri duri, per i ricordi familiari di vita quotidiana. Il suo rifiuto di risiedere nell’appartamento papale è stato il simbolo dell’infrangere il più generale comportamento papale. Per questo alcuni l’hanno amato e l’ameranno sempre, mentre altri non lo potevano soffrire e adesso di sicuro si sentono sollevati dal fatto che quella irrazionalità che necessariamente discende dalla passione non sia più alla guida della Chiesa. Papa Francesco ha scritto quattro encicliche, o per meglio dire tre, perché la prima, intitolata “Lumen fidei” e pubblicata all’inizio del pontificato il 29 giugno 2013, era stata scritta prima in realtà da Benedetto XVI e pubblicata poi solo con qualche ritocco da Francesco (il quale era stato eletto il 13 marzo di quell’anno e non avrebbe avuto il tempo materiale per redigere il testo). Sono arrivate poi le sue due encicliche sociali, “Laudato sì” del 2015 e “Fratelli tutti” del 2020, nelle quali emerge il timbro più vero di papa Francesco che si potrebbe definire per l’appunto un profeta sociale.

La profezia, infatti, conosce due tendenze fondamentali: quella verticale che si rivolge agli uomini per indirizzarli a Dio (come avviene in Elia, Osea, Geremia), e quella orizzontale che si rivolge agli uomini per renderli giusti e fraterni tra loro (come Isaia, Michea e Amos, quest’ultimo definibile il primo comunista della storia: se il comunismo non fosse stato ateo e non avesse avversato la religione, come sarebbe stata diversa la storia del mondo!). Naturalmente non si tratta di due tendenze contrapposte perché l’una favorisce l’altra e viceversa, ma si tratta pur sempre di due diverse intenzioni di fondo: quella che guarda il mondo perché prima ha rivolto lo sguardo a Dio, e quella che guarda Dio perché prima ha rivolto lo sguardo al mondo. Questa seconda tendenza è quella che contraddistingue la profezia di papa Francesco: egli parlava di Dio per amore del mondo. La sua ultima enciclica è del 2024 e si intitola “Dilexit nos”, “Ci ha amati”. Eccone un passo: «La cosa migliore è lasciar emergere domande che contano: chi sono veramente, che cosa cerco, che senso voglio che abbiano la mia vita, le mie scelte o le mie azioni, perché e per quale scopo sono in questo mondo, come valuterò la mia esistenza quando arriverà alla fine». Francesco ci invitava a immaginare come valutare la nostra esistenza quando arriverà la fine e ora che la fine è arrivata per lui io credo che l’intera sua esistenza si possa valutare come quella di un profeta: di un uomo che, come attesta l’etimologia greca, “parlava davanti a” e insieme parlava “a favore di”. Egli ha parlato davanti a Dio a favore del mondo, e l’ha fatto con uno stile tutto suo, inconfondibile e irripetibile, a volte dolce a volte amaro, morbido e spigoloso, conciliante e pungente, ma sempre autenticamente umano, anzi italo-argentino, e sempre autenticamente cristiano, anzi gesuita. La sua teologia è stata teopatia, e la sua testimonianza rinnoverà sempre nella coscienza di ogni essere pensante il pathos per il Mistero del mondo.

marzo 3, 2025

PERSONALISMO PER COMPRENDERE LA STORIA

QUANDO IL PENSIERO RISTAGNA NON BISOGNA RASSEGNARSI ALLA MANCANZA DI SENSO, AL DOMINIO DELLA TECNICA, ALLA DECOSTRUZIONE DELL’UMANO, ALLE PROFEZIE SULLA FINE: OCCORRE RECUPERARE SAPERI PROFONDI

di Vittorio Possenti

tratto dall’introduzione alla seconda edizione (rivista e ampliata) del suo libro Una nuova partenza. Teologia politica e filosofia della storia (Armando, pagine 306, euro 25,00). V. anche Avvenire 23 febbraio 2024

La filosofia della storia,  introdotta da Hegel nello sforzo di trovare un significato razionale nelle vicende umane, gode oggi di scarsa attenzione. Può riguardare sia il fine (o significato) quanto la fine della storia: questioni spesso emarginate nel pensiero europeo moderno, volto verso un progresso continuo e secolarizzato. La possibilità di una fine catastrofica della storia umana è ricomparsa con l’incombente disastro ecologico e bellico, senza che sia rinato un interesse per la filosofia della storia, soffocata dalla ristrettezza del pensiero contemporaneo e dalla perdurante ostilità dello storicismo che la riduce a sociologia delle civiltà. La filosofia della storia deve invece porre come suo oggetto non il significato e lo svolgersi di una certa civiltà, ma il significato della storia umana universale. L’eventuale collasso dell’universo è un evento fisico, la fine del tempo storico è un evento che riguarda l’uomo e il mondo umano.

Guardini.  Se sono gli esseri umani (o persone) a creare e a muovere la storia; incorrere in errore o riduzione su che cosa sia la persona umana compromette l’intero disegno della disciplina. Vale tuttora il giudizio di R. Guardini, un autore che raramente emette sentenze impietose come questa: «Nessun essere, cosciente della sua natura umana, dirà che egli si riconosce nell’immagine presentata dalla moderna antropologia, che essa sia biologica, o psicologica, o sociologica o di qualunque altro carattere […]. Si parla dell’uomo ma non si vede realmente l’uomo. L’uomo quale è concepito nei tempi moderni non esiste. I rinnovati tentativi di rinchiuderlo in categorie alle quali egli non appartiene: meccaniche, biologiche, psicologiche, sociologiche, sono tutte variazioni della volontà fondamentale di fare di lui un essere che sia “natura” e diciamo pure natura spirituale. E non si vede ciò che egli è anzitutto e in modo assoluto; persona finita, che come tale esiste, anche quando non lo voglia, anche quando rinneghi la propria natura. Chiamato da Dio, posto in relazione con le cose e con le altre persone».

Trascendenza.  Settanta anni sono trascorsi dalla diagnosi di Guardini con il suo chiaro richiamo alla Trascendenza, e confermata a contrario già un decennio dopo con l’avvio dell’avventura postmoderna di J. Derrida, M. Foucault, G. Deleuze e dei loro seguaci italiani. Con l’onda postmoderna iniziò l’epoca della decostruzione, di cui si diceva (e si dice) che metteva in movimento il pensiero contro l’esaltazione moderna del soggetto (occidentale) e contro il maschilismo. Derrida proseguiva l’opera genealogica e decostruttiva iniziata da Nietzsche e Heidegger, che avevano demolito “i vecchi idoli”. Foucault ed altri infliggevano il colpo di grazia, smascherando ulteriormente quell’io moderno, che si pensava autonomo, consapevole di sé e libero di scegliere. Il fatto è che il soggetto moderno, figlio a seconda dei casi del razionalismo, del materialismo, del naturalismo, aveva ben poco in comune con la nozione di persona. Ciò conferma la valutazione di Guardini secondo cui i moderni non hanno conosciuto l’essere umano. Per una persuasiva filosofia della storia occorre sorvolare sulle cogitazioni fantasiose e scarsamente attendibili sulla fine della storia, la posthistoire, l’ultimo uomo, di moda alcuni decenni fa. Forse l’unica asserzione da condividere in merito alla fine della storia è che «la fine della storia è finita». Si scivola in una notevole ingenuità ritenere possibile ricavare dalle speculazioni di A. Kojève sullo snobismo, sull’ultimo uomo, la vita animale e umana un significato durevole per la filosofia della storia.

Macchina antropologica.  Taluni ricorrono ad espressioni – tipico il termine “macchina antropologica” – che non agevolano la comprensione della persona e dell’umanesimo. Nell’essere umano non si tratta di cercare il luogo di articolazione tra l’umano e l’animale, quasi fosse una zona di indifferenza, o peggio un punto di contatto instabile tra l’umano e l’animale. Ciò significa che il corpo umano non è un corpo meramente animale cui si aggiunge alla meno peggio un’anima spirituale, ma è un corpo umano animato ed elevato da un suo proprio logos, immanente all’individuo sin dal primo momento. Pertanto l’appunto severo che Heidegger eleva alla metafisica, ossia di pensare l’uomo «a partire dalla sua animalitas e non in direzione della sua humanitas», non è valido per la filosofia della persona cui guardiamo, che rende giustizia all’animale senza abbassare l’uomo. Le considerazioni avanzate da mezzo secolo sulla “macchina antropologica” che sarebbe propria della filosofia occidentale nella sua totalità, trascurano che la persona non è in alcun modo una macchina in cui debbano articolarsi meccanicamente l’animalità e l’umanità. Noi manteniamo l’eccezione umana in quanto fondata sulla necessità ontologica che ogni individuo umano è persona, non riducibile alla sola natura fisica, alla sola physis come luogo della creazione e della distruzione, del generare e del morire. Solo in questo modo è possibile avanzare verso una concezione personalista della storia sinora mancante anche in occidente, che pur avrebbe qualche carta da giocare.

Nuovo illuminismo.  Il progetto di occidentalizzazione del mondo ha comportato l’universalizzazione dell’homo oeconomicus et technicus. Nell’era del Capitalocene e del Tecnocene predomina il “progetto maschile” di attacco alla natura e la cibernanthropia (mescolanza di uomo e macchina). Dinanzi a tale situazione, non è sufficiente un nuovo illuminismo che, al pari di quello passato, confidi nella ragione e nella sua capacità di vincere le false certezze e le superstizioni; neanche un “nuovo illuminismo autocritico”, come da taluni versanti si auspica, potrebbe essere all’altezza della sfida. Dove cercare le sorgenti per oltrepassare il dominio della ragione tecnica e strumentale che insidia più o meno fortemente lo schema illuministico? L’eventuale nuovo illuminismo avrebbe bisogno di un innalzamento di prim’ordine: aiutare l’essere umano a diffidare di sé stesso, delle proprie allucinazioni, dei desideri smodati, della volontà di potenza che abita in noi, e che si esprime nel senso di onnipotenza del complesso scienza-tecnica. Dobbiamo imparare ad autoregolarci per trattenere l’onda di piena che esso stesso genera. Prometeo donò agli esseri umani la tecnica, ma da inventore sommo e insieme scaltro truffatore, lasciò in essa la sua impronta ambigua. Nella strutturale ambivalenza della tecnica incidono un ruolo costituente e uno destituente in rapporto all’uomo: costituente per farlo essere meglio persona e destituente nel senso di renderlo estraneo a sé stesso e agli altri, nell’epoca della digitalizzazione, della società automatica e dell’algoritmo.

febbraio 28, 2025

DOMENICO BASILE

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febbraio 26, 2025

L’EUROPA COME COMUNITÀ DI DESTINO

SOSTENERE LA SOVRANITÀ NAZIONALE OGGI È UN ERRORE CONCETTUALE E STORICO CHE ALLONTANA LA PACE

di Vittorio Possenti  Avvenire 15 gennaio 2025

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/l-europa-come-comunita-di-destino

Sovranità e sovranismo.  La tempestosa congiuntura geopolitica in cui siamo collocati, fa riemergere nell’Unione Europea con più forza le mai sopite questioni della sovranità statuale e del nazionalismo, legate a filo doppio. L’Ue cerca da tempo di veleggiare tra tali scogli, senza un risultato tangibile: una quota crescente dei suoi Paesi richiama esplicitamente la sovranità dello Stato e la nazione come entità politica suprema. Il volto “maledetto” della sovranità moderna, nato con lo Stato e rapidamente degenerato nel nazionalismo aggressivo, è presto detto: la sovranità significa che lo Stato superiorem non recognoscit: è la più alta istanza e non ne riconosce altre. Ciò rende arduo cedere in condizioni paritarie quote di sovranità per favorire la nascita di unità politiche più ampie. In molti Paesi Ue ha da tempo preso piede il “sovranismo” quale intento di riattribuire agli Stati poteri che si ritiene siano stati indebitamente delegati a più alti livelli politici. Conosciamo i nomi di coloro che si battono apertamente in tal senso: M. Le Pen, J. Bardella, V. Orbán, M. Salvini, S. Abascal ed altri meno noti del gruppo dei Patrioti. Ma anche gli Ecr (Conservatori e riformisti europei) sono su questo punto capitale sulla stessa lunghezza d’onda. La strategia impiegata consiste nel gettare discredito sulle istituzioni comunitarie, accusate di centralismo, lontananza e burocrazia. Le critiche, avanzate guardando molto più all’elettorato interno che all’Unione Europea, sono praticate in quasi tutti i Paesi con maggiore o minore intensità. Questa situazione si è accentuata negli ultimi anni in cui i Capi di Stato e di governo, la Commissione e il Parlamento non trovano la strada per avanzare verso un’Unione capace di aumentare le responsabilità comuni e di rendere l’Europa una comunità di destino. Quanto dovremo aspettare affinché l’Ue superi la regola dell’unanimità?

Il diritto di veto  in un consesso di 27 Paesi non è altro che una bomba sotto il tavolo pronta ad esplodere ad ogni controversia anche di portata non primaria. Ci si appella retoricamente alla democrazia, dove invece l’unanimità non è richiesta dal metodo democratico che si basa su maggiorana e minoranza. L’esempio del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e del diritto di veto dei 5 grandi insegna più di tanti discorsi. Circola maggiormente rispetto al passato la consapevolezza che il mondo è cambiato, e che la pax americana non è più garantita per noi come un tempo; però permane la situazione in cui la maggior parte delle competenze rimane agli Stati sovrani, per cui la possibilità di iniziative comunitarie è soffocata. Con un federalismo incompiuto non si possono fare passi avanti  Una comunità di destino ha bisogno oltre che di una moneta comune, di una politica estera comune e di una difesa comune, che vada oltre l’insistente richiamo alla nazione e alla sovranità. La difesa comune può essere intesa come un semplice coordinamento dei governi dei singoli Stati nazionali, oppure come un sistema unico integrato nel cammino verso una federazione europea.

Popolo e nazione.  Le difficoltà di avanzamento non sono solo di carattere tecnico-organizzativo, ma di caratura intellettuale, dove si confrontano diverse visioni lungamente stratificatesi. Ascoltando con la dovuta attenzione i discorsi della nostra Presidente del Consiglio, si nota un richiamo molto frequente alla nazione italiana e non al popolo italiano. I concetti di nazione e di popolo sono e rimangono eterogenei, e tra i due quello di popolo è più fondamentale e primario di quello di nazione. Lo avevano inteso già Cicerone e sant’Agostino nel mondo antico, i politici e teologi medievali, e molto chiaro era per A. Lincoln quando nel celebre discorso di Gettysburg (1863) definì la democrazia «governo del popolo, da parte del popolo e per il popolo». La nazione come comunità etnica, feconda di storie, sentimenti ed eredità comuni, è qualcosa di grande che va mantenuto, ma non può essere il concetto politico supremo, come lo è quello di popolo in cui si esprime la volontà di vivere insieme per un bene comune e sotto leggi giuste, anche là dove non vi è un’unica identità etnica. La resa al nazionalismo aggressivo e alla sovranità nazionale hanno invece nel XIX e XX secolo procurato danni e massacri immensi; anzi il principio di nazionalità ha primeggiato anche sul principio di classe.

Popolarismo.  Non è per caso che nel passaggio di secolo tra ‘800 e ‘900 sorse dal cristianesimo politico europeo l’idea di partiti popolari, e che adesso esista un partito popolare europeo. Esso, a dire il vero con molta fatica e non sempre con piena convinzione, cerca di tenere in alto l’idea del popolarismo, aperta all’unione politica con altri Stati. Su questo gli insegnamenti di grandi pensatori come Guardini, Maritain e Sturzo sono convergenti. Quanto sto qui delineando sarebbe solo un discorso teorico e poco incisivo? Nell’Ue da decenni si delineano due prospettive: quella dell’Europa delle Patrie/Nazioni, ossia una confederazione di Stati che fondamentalmente rimangono detentori della loro sovranità, e quella federazione europea (gli Stati Uniti d’Europa). La prima era la visione di De Gaulle che sfortunatamente ha lasciato un segno duraturo. La Presidente Meloni indicò che questa era la sua strada diversi anni prima di vincere le elezioni, riconfermandola dopo. Spiace ricordare che la Francia ha posto insidiosi ostacoli alla federazione europea già nel 1954 con il no alla Ced (Comunità europea di difesa). Successivamente nella Costituzione del 1958, sinora in vigore e promossa da De Gaulle, la sovranità è celebrata e la possibile cessione di sovranità come la difesa comune non sono contemplate (la Francia uscì dalla Nato per oltre 40 anni). In certo modo il gaullismo francese è stato recepito da Fratelli d’Italia che hanno alle spalle un’ideologia politica che puntava molto più sulla sovranità e la nazione che sul popolo. La riluttanza dell’attuale Governo a rendere più ampio ed effettivo lo jus culturae e lo jus scholae (fondamentali per costituire un popolo) potrebbe dipendere anche da ciò. La nostra Costituzione in cui la sovranità appartiene al popolo, «consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Oggi alzare la bandiera della sovranità nazionale è un errore concettuale e storico, se il compito è di conseguire pace e giustizia.

agosto 17, 2024

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giugno 13, 2024

SULLE COSE CHE CI-NON-SONO

di Giorgio Agamben

fonte: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/28269-giorgio-agamben-sulle-cose-che-ci-non-sono.html

Testimoniare la verità… Cristina Campo ha scritto una volta: «che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?». Si tratta verisimilmente di una citazione da Giov.18,36, dove Gesù dichiara a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei inservienti avrebbero combattuto per me, affinché non fossi consegnato ai Giudei. Ora il mio regno non è qui». Decisivo è allora interrogarsi sul significato e sul modo di esistenza di ciò che è non di questo mondo. È quello che fa Pilato, che, quasi volesse comprendere lo statuto di questa speciale regalità, subito gli chiede: «Dunque tu sei re?». La risposta di Gesù, per chi la sa intendere, fornisce una prima indicazione sul senso di un regno che esiste, ma non è di qui: «Tu lo dici che io sono re. Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo: per testimoniare della verità». E a questo punto Pilato pronuncia la famigerata domanda, che Nietzsche ha definito «la battuta più sottile di tutti i tempi»: «che cos’è la verità?». Il regno che non è di questo mondo esige che noi testimoniano per la sua verità e quello che Pilato non riesce a capire è che qualcosa possa essere vero senza esistere nel mondo. Che ci siano, cioè, delle cose che in qualche modo esistono, ma non possono essere oggetto di un giudizio giuridico di verità o non verità fattuale, come quello che è in questione nel processo che Pilato sta conducendo.

che non c’è in questo mondo.  Furio Jesi, interrogandosi sulla realtà del mito, ha suggerito una formula che può qui essere utile riprendere: se le cose che sono in questione in quella che chiama la macchina mitologica «ci sono, sono però in un “altro mondo”: ci-non-sono». E aggiunge subito: «non vi è fede più esatta verso un “altro mondo” che ci-non-è della dichiarazione che tale “altro mondo” non è». Si comprende, allora, che cosa Gesù intenda affermando che il suo regno non è di questo mondo. Il suo regno ci-non-è, ma non è, per questo, privo di significato. Al contrario, egli è venuto in questo mondo per testimoniare di ciò che non è di questo mondo, delle cose che ci-non-sono. E questo è precisamente quanto doveva avere in mente Cristina Campo: veramente urgenti e importanti sono per la sua vita in questo mondo soltanto le cose che in questo mondo non ci sono, o, piuttosto, ci-non-sono.

Rivoluzione e rivolta.  È bene riflettere con speciale cautela, proprio oggi che l’esigenza della verità sembra sia stata cancellata dal mondo, sul particolare statuto delle cose che, pur non essendo di questo mondo, ci stanno veramente a cuore e orientano il nostro pensiero e la nostra azione in questo mondo. Come Jesi suggerisce, sarebbe infatti un imperdonabile errore confondere le cose che ci-non-sono con quelle che ci sono, fingere che esse semplicemente ci siano. La loro differenza emerge con chiarezza nella distinzione fra rivolta e rivoluzione, che Jesi cerca puntualmente di definire. La rivoluzione è la meta che si prefiggono coloro che credono solo nelle cose di questo mondo e pertanto si occupano delle circostanze e dei tempi della loro possibile realizzazione nel tempo storico secondo i rapporti di causa ed effetto. La rivolta implica invece una sospensione del tempo storico, l’impegno intransigente in un’azione di cui non si sanno né si possono prevedere le conseguenze, ma che, per questo, non scende a patti e compromessi col nemico. Mentre coloro che non vedono al di là di questo mondo badano soltanto ai rapporti di forza in cui si trovano e sono pronti a mettere da parte senza scrupoli le loro convinzioni, gli uomini della rivolta sono gli uomini del ci-non-è, che hanno sospeso una volta per tutte il tempo storico e possono per questo agire in esso incondizionatamente. Proprio perché le cose che ci-non-sono non rappresentano per essi un futuro da realizzare, ma un’esigenza presente di cui sono obbligati in ogni istante a testimoniare, tanto più inesorabilmente la loro azione agirà sull’accadere storico, spezzandolo e annichilendolo.

Speranza.  A coloro che cercano oggi con tutti i mezzi di vincolarci a una pretesa realtà fattuale che non consente alternative, occorre opporre innanzitutto il pensiero, cioè la visione limpida e perentoria delle cose che ci-non-sono. Solo a chi senza farsi illusioni sa che il suo regno non è di questo mondo, ma nondimeno è qui e ora a suo modo irrevocabilmente presente, è data la speranza, che non è altro che la capacità di smentire ogni volta la menzogna brutale dei fatti che gli uomini costruiscono per rendere schiavi i loro simili.

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