Brianzecum

agosto 15, 2008

UN MONDO PER POCHI?

I “RIDONDANTI” DELLA GLOBALIZZAZIONE LIBERISTICA

Mors tua, vita mea”:  una lotta di tutti contro tutti. Questa era l’idea del rapporto tra gli uomini allo stato di natura, senza legge, abbracciata dai filosofi che tre-quattro secoli fa gettarono le basi per le teorie politiche ed economiche successivamente affermatesi. Il colonialismo è stato chiaramente sostenuto dall’idea che fosse lecita la spoliazione dei paesi lontani in nome di una “vita mea” che a posteriori può essere identificata nello strepitoso sviluppo economico dell’occidente. La “mors tua” dei tempi coloniali si protende ai nostri giorni, forse in modo esponenziale, in una cifra valutabile in qualche decina di milioni di morti per fame ogni anno, ma che è cresciuta rapidamente dopo il rincaro dei cereali e la crisi economica mondiale. Così oggi gli affamati nel mondo hanno superato il miliardo. Oltre all’eredità coloniale, su queste cifre spaventose influiscono ovviamente le molteplici forme di sfruttamento che la moderna società tecnologica è in grado di operare verso i paesi poveri (scambi ineguali, fuga dei capitali, fuga dei cervelli…). Peraltro nel ricco occidente non è detto che tutto sia roseo. Con il crescere della ricchezza sono pure aumentati gli inconvenienti dell’opulenza. Ad es. la maggioranza delle morti da noi sono dovute a malattie del benessere (cardiovascolari, tumori, diabete…), incidenti o altre cause riconducibili all’elevato tenore di vita. Quindi “mors tua, vita mea” è diventato, in realtà, “mors tua, mors mea”.

Proprietà privata come diritto naturale.  Al di là di questo dato di fatto, vediamo come si siano strutturate alcune idee oggi prevalenti sulla proprietà privata. Verso la fine del 16° secolo, per spiegare perché la Chiesa era diventata e doveva essere favorevole alla proprietà privata, si operò il seguente ragionamento. Ciò che in natura è atto a soddisfare i bisogni indispensabili per vivere diventa un bene. “Siccome il bene è in necessario rapporto «naturale» con il bisogno, anche il bisogno è in necessario rapporto «naturale» con il bene. C’è quindi un diritto naturale degli esseri umani sui beni che soddisfano i loro bisogni. La proprietà diventa il diritto sui beni necessari a soddisfare i bisogni dell’umanità. La proprietà è dunque un diritto «naturale». Il passaggio dalla tesi della proprietà privata come diritto naturale alla “naturalità” della proprietà privata e all’identificazione della proprietà con la proprietà privata stessa si fonda sul seguente argomento: la proprietà dei beni necessari alla soddisfazione dei bisogni vitali relaziona la proprietà all’essere umano. Ora la persona umana è il fondamento individuale, unitario, della società. Dunque, la proprietà non può che essere personale, individuale, cioè privata. L’autonomia ed il valore della persona dipendono dalla sua capacità di avere i mezzi necessari per soddisfare i propri bisogni: ecco dunque l’importanza di possedere il capitale e la necessità della libertà di proprietà e d’uso del capitale”[1]. Non manca un po’ di lana caprina in questo argomentare, ma, essendo appoggiato dalle élites del mondo, si affermò la prassi dell’appropriazione privata dei beni naturali. Pur se da parte di alcuno, specificamente della Chiesa, si parlava anche di funzione sociale della proprietà, non si pensò all’esistenza di beni comuni a tutta l’umanità, che pertanto a questa stessa appartengono (aria, acqua, clima…). Al massimo si riconobbero beni comuni a livello nazionale, mai a livello mondiale.

One Way.  Oggi, con la globalizzazione dell’economia, i principi dell’appropriazione privatistica restano un caposaldo del pensiero unico liberista. Prevale l’economia di mercato aperta, libera, autoregolata, in cui la “governance” discende dal confronto tra diversi portatori di interessi; tra questi, gli Stati devono competere tra loro per attirare l’investimento privato. Una situazione che ricorda la lotta di tutti contro tutti. Nella quale chi è avvantaggiato in partenza ha ancora più strumenti per potersi ulteriormente avvantaggiare, chi si era appropriato in partenza di beni pubblici, ha maggiori possibilità di appropriarsene ulteriormente. Ovviamente a scapito dei più deboli. Ecco perché aumentano continuamente gli squilibri tra ricchi e poveri. Il pensiero unico è fatto apposta per favorire chi è già privilegiato; crea una massa di persone “ridondanti”, superflue, da eliminare o comunque di cui non è il caso di interessarsi. E questo non solo a livello internazionale, ma anche nella esperienza lavorativa quotidiana. Dimentica l’importanza dell’alterità, della presenza dell’altro per definire la propria stessa identità.

Per porre rimedio a questo degrado planetario è necessario anzitutto mettere in discussione i principi di fondo da cui è partita l’elaborazione teorica liberista, come appunto l’individualismo esasperato della “mors tua, vita mea” o della appropriazione privatistica dei beni pubblici. Il principio da riconoscere come vero, il solo possibile è: “vita tua, vita mea”. Il mondo non può essere appannaggio dei soli privilegiati. Deve consentire la vita di ogni uomo, ma anche delle diverse specie animali e vegetali che tendono a scomparire definitivamente per l’insensato intervento umano, conseguente a quei principi. Col riconoscimento di beni comuni a tutta l’umanità, con una più equa ripartizione delle risorse, a cominciare da quelle alimentari, ci sarebbe da guadagnare per tutti: non solo per i più poveri, ma anche per i ricchi, che potrebbero ridurre le patologie del benessere.

[1] R. Petrella, Una nuova narrazione del mondo, EMI Bologna 2007, pp. 152-153.

Per riflettere:

-il principio individualistico che ha segnato la modernità: mors tua, vita mea;

-all’origine del colonialismo e dello sfruttamento del terzo mondo;

-si muore anche di benessere: mors tua, mors mea;

-proprietà privata come diritto naturale;

-ragionamenti discutibili per giustificare l’appropriazione privata dei beni naturali;

-con la globalizzazione liberista c’è ancora la lotta di tutti contro tutti;

-sottolineare l’esistenza di beni comuni a tutta l’umanità;

-l’unica alternativa possibile è: vita tua, vita mea, anche riguardo al mondo biologico.

SPECULAZIONE: UN “GIOCO” A SOMMA ZERO

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PSICOLOGIA DEL GIOCATORE: DIMENTICANZE, AUTOREFERENZIALITÀ, ALTERNANZA

L’aumento strepitoso del prezzo del petrolio di qualche anno addietro potrebbe aver avuto almeno un risultato positivo: quello di far pensare seriamente alle fonti alternative al petrolio. Su considerazioni simili sono basate le convinzioni dei sostenitori della validità assoluta del mercato: lasciamo scegliere al mercato, le sue decisioni saranno sempre le migliori. Quando le scelte sono più rischiose, come quelle speculative, saranno compensate da un guadagno più elevato. Galbraith, il grande economista premio Nobel, morto qualche anno fa quasi centenario, è stato testimone dei fenomeni speculativi del suo secolo, il 20°, ma anche studioso dei due secoli precedenti, segnati dalla modernità. L’analisi è particolarmente valida perché penetra nei meccanismi mentali degli operatori economici. La sua conclusione, un po’ sconcertante, è che, da una crisi alla successiva (in periodi all’incirca decennali) si dimentica quanto è avvenuto in precedenza e si tende a cadere negli stessi errori.

Droga.  Il motivo è che avvengono fenomeni – tipici nei drogati – con i quali ci si allontana dal contatto vero con la realtà e con le altre persone. È noto che la droga può provocare stati di euforia, seguiti da stati di depressione. Analogamente nel campo economico, un prezzo che sale rapidamente, come quello del petrolio, attrae nuovi speculatori che cercano di trarre profitto comprando petrolio in modo virtuale, cioè non per lavorarlo, ma solo per rivenderlo a un prezzo più alto. Questo stesso fatto provoca ulteriori aumenti di prezzo, in un avvitamento continuo, che però prima o poi deve finire con un avvitamento inverso. L’atteggiamento mentale degli operatori può essere duplice: o quello ingenuo di chi è convinto che l’aumento proseguirà indefinitamente, o quello dei “surfisti” convinti di essere abili, come appunto i surfisti, a restare sulla cresta dell’onda, sapendosi staccare poco prima del crollo. Operano contemporaneamente un “narcisismo” auto referenziale, che esalta la propria intelligenza e abilità, e il “mimetismo” (studiato da altri autori, come René Girare) che spinge a fare quello che fanno gli altri. Pertanto chi esprime dubbi o dissensi nella fase euforica del mercato, viene riprovato o visto con sospetto.

Trucchi psicologici.  Ma altre fini notazioni psicologiche di Galbraith sono importanti per penetrare nella logica del mercato. Una è che gli uomini sono più creduloni quando sono felici. Un’altra riguarda un’associazione tra denaro e intelligenza: quanto più si è stati capaci di guadagnare, tanto più si ritiene di essere intelligenti. Così “nella routine quotidiana, chi ha denaro da prestare è oggetto di speciale deferenza. (..) Ciò è subito tradotto dal destinatario in una conferma della sua superiorità mentale” (pag. 24). Galbraith nella sua lunga esperienza non ha trovato correlazione tra intelligenza e ricchezze accumulate. Un ultimo trucco psicologico è che, ogni volta che si innesca un processo speculativo, si crede di essere in presenza di qualcosa di assolutamente nuovo: così ad es. nella bolla speculativa sui titoli tecnologici di fine millennio. “La percezione di qualcosa di nuovo e di eccezionale gratifica l’ego di chi ne è partecipe, in quanto si suppone gratifichi anche il suo portafoglio. E per qualche tempo succede davvero” (pag. 26).

I maghi della finanza ci sono soltanto prima della caduta:  questo potrebbe essere il motto di tutte le attività finanziarie. La speculazione è, per definizione, un’attività a somma zero, il che vuol dire che quanto uno guadagna è perduto da altri – almeno in un periodo abbastanza lungo da compensare le fluttuazioni cicliche. Solo il lavoro può produrre ricchezza e la speculazione non può essere considerata un’attività produttiva, ma un tentativo di guadagnare senza lavorare. Anche se talvolta possono esserci aspetti positivi, come notato all’inizio, la speculazione è da assimilare più alle attività parassitarie che a quelle produttive. Spesso si può trovare in chi si rivolge alle attività finanziarie lo stesso atteggiamento (miracolistico) di Pinocchio, che credeva di poter seminare le monete per poterle raccogliere moltiplicate, senza lavorare.

Tre brevi conclusioni:

1)      è bene che i piccoli operatori si guardino dai trucchi psicologici che li spingono a lasciarsi coinvolgere nella speculazione finanziaria. Non possono sperare in guadagni consistenti; ne hanno più probabilità i grossi operatori che possono incidere sul mercato, o chi dispone di informazioni aziendali significative e riservate;

2)      è meglio trarre per tempo le conseguenze dell’abnorme rincaro del petrolio: sviluppare forme di energie alternative, soprattutto rinnovabili e non inquinanti, come: solare, eolico, biomasse, al fine di affrancarsi il più possibile dallo strapotere di sceicchi e petrolieri. È loro infatti la responsabilità maggiore di essersi opposti – con successo – allo sviluppo delle fonti alternative. Questa considerazione prescinde da ogni logica finanziaria;

3)      è vero che le scelte del mercato sono le migliori, ma, bisogna specificare, solo per i maggiori operatori che possono influenzarlo.

Bibliografia: John Kenneth Galbraith, Breve storia dell’euforia finanziaria, i rischi economici delle grandi speculazioni, Rizzoli 1991. Spunti dagli interventi del prof. Tumminello alla 39a sessione della Scuola di pace nazionale Ofs Minori, tenutasi a Roma nell’aprile 2008, sul tema “Creato, finanza e beni comuni”.

Per riflettere:

-Galbraith ha studiato i processi mentali degli operatori economici;

-si alternano euforia e depressione come nei drogati;

-allontanandosi dalla realtà e dagli altri;

-avvitamento in positivo e in negativo;

-narcisismo e mimetismo;

-quando si è felici si è più creduloni;

-più guadagniamo più ci riteniamo intelligenti;

-si ritiene di essere in presenza di assolute novità;

-i maghi della finanza ci sono soltanto prima della caduta;

-la speculazione non può essere considerata attività produttiva, ma parassitaria;

-i piccoli operatori sono i più penalizzati;

-cercare di affrancarsi dallo strapotere dei petrolieri o altri operatori che influenzano il mercato.


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L’URBANESIMO ALL’ORIGINE DELLE MIGRAZIONI

MODELLI CONSUMISTICI ED ESPULSIONE DALLE CAMPAGNE

Oggi si parla molto di immigrati e dei problemi che pongono a noi, ma raramente ci si sofferma sulle condizioni che inducono a lasciare il proprio paese, per cercare altrove un’esistenza migliore. Tra queste un fenomeno rilevante è lo spostamento di persone dalle campagne verso le città, cioè l’urbanesimo. Nei paesi ricchi spesso si verifica oggi la tendenza inversa, dalle città congestionate verso zone più vivibili. Si assiste pure alla diffusione nelle aree periferiche dei modelli di vita consumistici, in precedenza limitati ai centri urbani, in altre parole all’urbanizzazione delle campagne. Il problema è assai più grave nel terzo mondo, dove si verifica uno sviluppo esplosivo delle grandi città, accompagnato spesso da miseria e degrado. Così oggi nel mondo il numero degli abitanti nelle città ha superato quello di coloro che vivono in zone rurali. Si deve rilevare che nelle città è pressoché impossibile trarre dalla terra le fonti di sostentamento alimentare: bisogna dipendere da altri, ricorrendo al mercato. Analogamente non è possibile il riciclo dei rifiuti organici e si moltiplicano i problemi sanitari.

Degrado urbano. Chi ha avuto occasione di viaggiare nel terzo mondo avrà notato la gran differenza tra quelle città e le nostre: accanto ai palazzi delle zone direzionali o signorili, si estendono sterminate periferie di baracche fatiscenti, senza servizi né infrastrutture, dove il problema principale è quello di trovare gli espedienti per sopravvivere nonostante il degrado idrico, sanitario, ecologico, morale. Nelle nostre città non mancano periferie degradate, ma l’estensione ed il livello non hanno confronto con quelle del terzo mondo.

Le cause. E’ importante segnalare il cambiamento nelle cause dell’urbanesimo. Nel passato prevalevano i fattori di attrazione della città, emblematicamente identificabili nelle “mille luci”. Oggi nel mondo povero diventano sempre più rilevanti i fattori di espulsione dalle campagne. Questa espulsione può essere ottenuta attraverso una molteplicità di vie, come l’abolizione dei tradizionali diritti comuni di pascolo o pesca, una destinazione diversa dei terreni: usi militari o civili, dighe, piantagioni industriali… Può essere la conseguenza dell’esplosione demografica, la quale non lascia più terra da coltivare per i giovani, anche perché il modello di vita e di produzione loro indicato nega l’esistenza di vie alternative per razionalizzare i consumi, intensificare le produzioni… L’introduzione di nuove tecnologie, come quelle della “rivoluzione verde” di qualche decennio addietro (con sementi più produttive ma da acquistare) ha comportato l’espulsione dal mercato di numerosi piccoli agricoltori privi di capitali e di capacità organizzative. Forse gli aspetti più significativi vanno ricercati nella capacità, da parte dei detentori del potere di modificare il contesto decisionale: attraverso i mass-media, si possono manipolare i bisogni, anche con la creazione di nuovi miti, come quello stesso della grande città.

Negazione dell’autosufficienza. La città e l’economia sono basate su un fattore comune: lo scambio. Già all’origine della sua storia la città implica l’instaurazione di rapporti di scambio con il territorio circostante: il cibo e l’energia – fondamentali per la sopravvivenza – devono provenire dall’esterno della città. Questa in contraccambio offre servizi “superiori”; quasi mai però il rapporto di scambio è equo, per questo si può legittimamente parlare di dominio, più che di scambio. Ma la città produce anche rifiuti che, contrariamente alle campagne, difficilmente possono essere riciclati; e i rifiuti non riciclati né scaricati altrove – come avviene nei contesti ricchi – si trasformano in inquinamento e ulteriore degrado. Questi disvalori potrebbero essere qualcosa di più di un effetto collaterale indesiderato dello sviluppo. Il noto saggista Ivan Illich sosteneva che l’economia e la città producono disvalori più che valori: i nuovi bisogni – fondamentali per la creazione della domanda e lo sviluppo dell’economia – sono tendenzialmente disvalori. Ma per indurre nuovi bisogni si deve svalutare l’autosufficienza: è questa svalutazione, per Illich, l’essenza dell’economia e della città.

Lo spreco. La miseria e il degrado delle periferie non tolgono dalla realtà urbana del terzo mondo la caratteristica dello spreco, anch’essa comune a tutte le città, pure nel passato. Oltre alla mancanza del riciclo, lo spreco è connesso con l’elevato tenore di vita delle classi superiori, che induce anche coloro che non potrebbero permetterseli a perseguire modelli di vita consumistici. Ma lo spreco maggiore si verifica probabilmente a livello umano ed è connesso con la cancellazione dei valori e delle tradizioni da parte dell’unico valore emergente: il denaro, l’economia. Assieme all’identità culturale si disgregano le tradizionali strutture sociali (famiglia estesa, tribù, comunità di villaggio…). Ciò, tra l’altro, predispone al cambiamento e a quella che i sociologi chiamano “rivoluzione delle aspettative crescenti”. Così gli inurbati, anche nel terzo mondo, difficilmente aspirano a ritornare alle loro campagne, desiderando piuttosto spiccare il balzo verso le zone ricche dell’occidente. Ecco perché le megalopoli del terzo mondo diventano inarrestabili fucine di migranti.

Per riflettere:

-i modelli di vita consumistici esportati dai centri urbani;

-da noi urbanizzazione delle campagne;

-invece nel terzo mondo c’è un grave degrado urbano;

-ma ancor più forti fattori di espulsione dalle campagne;

-la rivoluzione verde ha contribuito all’espulsione di contadini;

-cibo ed energia alle città devono provenire dall’esterno;

-ma lo scambio è ineguale;

-dominio delle città, più che scambio;

-il numero di abitanti nelle aree urbane ha superato quello delle campagne;

-i media modificano il contesto decisionale;

-le città producono disvalori;

-svalutano l’autosufficienza;

-sprechi derivanti dall’impossibilità del riciclo;

-rivoluzione delle aspettative crescenti;

-le città sono inarrestabili fucine di migranti.


agosto 14, 2008

ALCUNE RADICI LONTANE DELL’ETICA LIBERISTA

DALLE ELABORAZIONI FRANCESCANE AL PENSIERO UNICO

Il rapporto con le cose costituisce l’oggetto dell’economia. Tra le prime riflessioni in questo campo, si possono ricordare quelle provenienti dalla scuola francescana, che a lungo ha approfondito l’idea di povertà. È noto che Francesco fu un grande innovatore e che il suo esempio ebbe importanti conseguenze anche al di fuori dell’ambito religioso.

Fraternità e povertà. Per il suo ordine propose l’idea di fraternità: una fraternità concreta, profonda e non solo ideale come quella che sarà propugnata successivamente dagli illuministi. Inoltre abolì la perpetuità delle gerarchie tra i frati, introducendo il principio di rotazione. Si tratta di idee davvero rivoluzionarie per quei tempi, perché intaccavano la dominante concezione gerarchica. Questa, nella vita politica, si manifestava nella dipendenza “clientelare” che i sudditi avevano dal principe. La rivendicazione di Francesco di una pari dignità tra le persone si estenderà nella vita civile, fino a diventare gradualmente quello che per noi oggi è ormai acquisito nell’idea di cittadinanza democratica. Ma quanto più interessa in questa sede è l’innovazione riguardante l’atteggiamento verso la ricchezza. Se la povertà è stata la risposta immediata di Francesco contro la corruzione nella chiesa, questa stessa scelta fornì pure l’occasione per un approfondimento sull’etica nei rapporti economici – proseguito anche nei secoli successivi dai suoi seguaci. In questo campo si possono ricordare alcuni aspetti di grande attualità, come la priorità della vita (umana, ma anche degli animali) sulle cose, quindi pure rispetto all’economia, e soprattutto l’impegno civile, che non deve mancare nell’azione economica.

Le riflessioni economiche dei seguaci di Francesco possono farsi partire dalla seguente osservazione: non si può aspettare che nella società si sviluppino danni ed emarginazioni, per poi porvi rimedio con l’elemosina. Un senso vero di carità impone che si organizzi correttamente la società, in particolare per quella componente fondamentale che è il lavoro, così che non ci sia più bisogno di elemosina. Per garantire occupazione a tutti è necessario che i capitali “circolino”, che non ci sia tesaurizzazione né altra indebita sottrazione, per acquistare ad es. beni di lusso. Una interpretazione non letterale del divieto biblico consentì ai francescani di accettare la possibilità di rimunerare il capitale prestato con un interesse, ovviamente non così elevato da divenire usurario. Anche la divisione del lavoro, quella cioè che dà origine agli scambi e al mercato, fu vista dai francescani come strumento di umanizzazione. Consente infatti a tutti gli uomini, e non soltanto ai più dotati, di specializzarsi in una certa attività in base al proprio vantaggio comparato (rispetto a quello altrui), partecipando così alla produzione.

Produzione di cosa?  Senza esitazione i francescani risposero: di bene comune, di utilità pubblica. Veniva così perseguito un forte senso civico, proprio quello che oggi è sempre più deficitario. Si deve notare che lo stesso principio dei vantaggi comparati è stato successivamente ripreso dal pensiero economico e costituisce oggi un fondamento dell’elaborazione neoclassica-marginalista, principale fonte dell’attuale “pensiero unico”. Ebbene questa elaborazione si differenzia radicalmente dal pensiero francescano, perché pone come fine dell’attività economica l’interesse particolare, il profitto, la privatizzazione, anziché il bene comune e la condivisione. Molte volte i francescani hanno messo in guardia contro l’inquinamento e i danni che sarebbero derivati dal diffondersi di atteggiamenti egoisti nell’economia, ma il mondo è “evoluto” egualmente in questa direzione, su cui non si può dare, in questa sede, se non alcuni rapidi flash.

Homo homini lupus. Nel ‘600 si diffuse l’idea di Hobbes che la malvagità dell’uomo non fosse tanto dovuta alla sua natura, ma semplicemente alla scarsità del cibo e altre risorse in cui è costretto a vivere. Se si fosse raggiunta l’abbondanza si sarebbe potuto migliorare l’uomo, sia sul piano personale sia su quello sociale. Da allora nacque l’idea che i poteri pubblici dovessero limitarsi a favorire la crescita economica, senza cercare di migliorare direttamente la società e l’uomo. Oggi noi, che viviamo nell’abbondanza, possiamo verificare quanto peregrina fosse quell’idea. Tuttavia più o meno inconsciamente, essa è ancora presente, tanto è vero che i programmi di governi e partiti danno quasi ovunque priorità ai temi economici rispetto a quelli riguardanti lo sviluppo umano: educazione, cultura, benessere psico-fisico… Ma anche la stessa idea dell’homo homini lupus per fortuna non è sempre verificata e in ogni caso è fonte di sospetto, asocialità, individualismo.

Vizi privati e pubbliche virtù. Un’altra concezione che lascia eredità ancora oggi, sia pure a livello inconscio, è quella che vizi privati si possano trasformare in virtù sul piano pubblico. L’antesignano di questa idea, Bernard de Mandeville (1670-1733), sosteneva che i vizi e la disonestà sono il fondamento della prosperità: perché l’uomo è per natura aggressivo e competitivo. Infatti, se ognuno si accontentasse dello stretto necessario per vivere, l’uomo si ridurrebbe “all’unica condizione adatta alla virtù”: lo stato animale di pura sussistenza. Invece la ricerca di lusso, l’orgoglio, il crimine, paradossalmente stimolano la crescita economica e quindi il benessere pubblico. Anche questa idea è lungi dall’essere confermata dalla storia: basti ricordare i disastrosi effetti sociali ed economici delle mafie che prosperano nel nostro Mezzogiorno e nei paesi apertisi più di recente al mercato, come quelli dell’ex socialismo reale.

In definitiva, sono sufficienti questi cenni per comprendere come sia stato possibile giungere, in modo più o meno inconscio, ad una inversione di ruolo tra etica ed economia. Non c’è più bisogno di parlare di bene comune, perché questo discenderà automaticamente dal perseguimento dell’interesse egoistico degli individui. Come si può vedere anche nella nostra vita politica attuale, non esiste più l’interesse generale, solo interessi particolari, individuali o di gruppo. La principale istanza “etica” diventa quella di produrre, di ottenere la crescita economica. Per raggiungere questo obiettivo tutti gli altri valori devono essere messi in secondo piano e si possono percorrere tutte le vie, compresa la guerra, quando servisse, ad es. a garantire l’approvvigionamento delle materie prime necessarie per la crescita. In sostanza si opera una sorta di inversione di valori per cui l’economia non è al servizio dell’uomo, come nelle elaborazioni francescane, ma viceversa l’uomo deve servire alla crescita economica. In attesa di una fideistica, quanto improbabile, ricompensa futura di benessere: un vero e proprio “oppio dei popoli” della religione (o ideologia) liberista.

Per riflettere:

-le innovazioni francescane: fraternità e povertà;

-l’impegno civile non deve mancare nell’azione economica;

-prevenire i danni sociali, non rimediarvi a posteriori;

-garantire un lavoro o attività a tutti;

-circolazione dei capitali;

-divisione del lavoro e vantaggi comparati;

-produzione di bene comune, non solo vantaggi egoistici;

-vizi privati, pubbliche virtù;

-homo homini lupus;

-uomo a servizio dell’economia o economia a servizio dell’uomo?


LOTTA ALL’IMMIGRAZIONE: TRIONFO DELLA DEMAGOGIA

RUOLO DELLA SOCIETÀ CIVILE PER TRARRE PROFITTO DALLA DIVERSITÀ

Il nostro gruppo è sempre il migliore:  è una legge psicologica che può essere verificata non solo nei casi di gruppi di appartenenza originaria – etnica, religiosa, nazionale..- ma anche per gruppi di breve periodo, come quelli che si incontrano per qualche ora o per un week-end a discutere su non importa quale argomento: i risultati del nostro gruppo sono sempre i migliori. È ovvio che questa legge psicologica, che ha lo scopo di conservare coesione e stabilità dei gruppi, non può che avere una validità soggettiva, epidermica, non reale. Ma è su questa soggettività epidermica che fanno leva i gruppi xenofobi e razzisti con le loro campagne contrarie all’immigrazione. Un approccio più serio vorrebbe invece che ci chiedessimo i motivi delle attuali migrazioni, quali vantaggi e inconvenienti ne possiamo trarre e quali modelli di integrazione è preferibile perseguire.

Perché emigrano? Quando sentiamo le notizie dei disperati che naufragano per raggiungere le nostre coste con le carrette del mare, spesso li commiseriamo. Raramente consideriamo che se sono disposti a fare sacrifici e a mettere a rischio la vita è perché, restando nel loro paese, la loro vita è già a rischio per altri motivi: fame, epidemie, dittature, violazione dei diritti dell’uomo… Questa situazione viene illustrata dai sociologi dicendo che prevalgono i fattori di espulsione rispetto a quelli di attrazione. Nel passato le nostre migrazioni oltremare erano determinate dal desiderio di “trovare fortuna”, di scoprire nuove possibilità in ambienti vergini, mentre quelle verso la Francia e gli altri paesi del centro Europa dalla ricerca di un posto di lavoro più stabile e meglio remunerato: in entrambi i casi si tratta di fattori di attrazione, esercitata dai paesi di destinazione. Per le nuove migrazioni vanno invece prevalendo i fattori di espulsione. Questa prevalenza è importante perché predispone ad accettare qualunque condizione, compresa precarietà, irregolarità, illegalità. Ma ancora dobbiamo chiederci perché sono così forti le differenze nel tenore di vita tra noi e i paesi di provenienza. Non sarà che secoli di sfruttamento coloniale hanno impoverito quei paesi per consentire all’occidente di arricchirsi? E ancora: oggi non sono in atto marcati fenomeni di scambi ineguali che consentono ai paesi ricchi di arricchirsi sempre più a scapito di quelli poveri? Siamo portati a ritenere che lo sviluppo sia nostro merito, ma spesso ha dietro ancora la parola chiave: sfruttamento.

Vantaggi e inconvenienti.  Per le caratteristiche sopra indicate l’immigrazione copre spesso i posti di lavoro (presso aziende e presso famiglie) rifiutati dai residenti perché pesanti, mal retribuiti, scarsamente gratificanti: non di rado sono coperti da persone con buona preparazione culturale. Essendo costituita in gran parte da persone giovani con figli in età scolare, l’immigrazione è un fattore di ringiovanimento delle nostre società, che vanno inesorabilmente verso il progressivo invecchiamento. Il vantaggio può essere visto anche nelle scuole, dove è facilitata l’integrazione tra i giovani, che possono così aprirsi alla diversità culturale e farne fattore di crescita. Questi vantaggi permangono anche a lungo termine: l’attuale superiorità tecnica e culturale degli Stati Uniti è anche dovuta a secoli di immigrazione da tutto il mondo con fecondazione e miglioramento vicendevole, anche se il massimo dei vantaggi può essere derivato dalla “fuga dei cervelli”, iniziato dall’Europa nazista e oggi da tutto il mondo. Di fronte a questi innegabili vantaggi, l’immigrazione può comportare alcuni inconvenienti dovuti agli adescamenti della malavita su persone provenienti da situazioni spesso disperate. Tuttavia non vi sono evidenze che tra gli immigrati la delinquenza sia superiore alla nostra: è piuttosto l’accentuazione demagogica di coloro che vi si oppongono pregiudizialmente.

Antropologia dell’integrazione.  Con la globalizzazione sembra opportuno non limitarsi ai modelli classici di integrazione (melting pot, insalatiera, mosaico). Diventa importante anche rendersi conto da quali concezioni antropologiche discendano le diverse scelte. Un modello più articolato prevede tre alternative.

a) Neofondamentalismo. È l’atteggiamento più arcaico, basato sull’accentuazione di un fattore identitario di forte coesione, come una fede o un’appartenenza etnica, razziale o territoriale. È la via percorsa dai movimenti di estrema destra, xenofobi o razzisti, che hanno avuto un recupero anche nel moderno occidente, ma pure la via dei fondamentalisti islamici o, da noi, della lega nord o ancora, su un altro versante, delle brigate rosse: tendono sempre ad accentuare le differenze tra “noi” e “loro”, sottolineando l’esigenza di una élite che smuova la massa. Oltre che parziale, in una società sempre più complessa e composita, questa via è forzata e instabile. Deve pertanto essere imposta: ecco perché le soluzioni neofondamentaliste sono di solito segnate da violenza e intolleranza. La concezione antropologica alla base di questa scelta è l’idea paternalistica secondo cui l’uomo deve essere guidato. Ci vuole un’élite che se ne faccia carico e affronti i rischi connessi con l’opporsi alla modernità. Si tratta di una visione pessimistica dell’uomo, ritenuto incapace di esprimere e sostenere valori positivi.

b) Neoliberismo:  è la risposta oggi vincente sul piano globale. Secondo questa idea gli Stati devono assecondare le potenti spinte economiche del mercato (dominato dalle multinazionali) e limitarsi a creare le condizioni minime per una migliore efficienza. Giustificando il ritiro della politica in nome dell’efficienza, si accentua, di fatto, la distanza tra le masse e i luoghi del potere (più o meno occulto). Questa soluzione si accompagna di solito ad un uso sistematico dei media come arma di convinzione: per mantenere un certo grado di identificazione simbolica, in particolare con i leader che controllano i media stessi, per convincere che l’assetto del potere è dato e intangibile, né merita cercare di modificarlo. Gli inconvenienti del liberismo sono noti: da un lato un pesante rischio per la democrazia, che tende a trasformarsi in nuove forme di populismo o di plutocrazia (governo dei ricchi), anche a livello mondiale; dall’altro l’accentuarsi spaventoso degli squilibri e di situazioni di carenza insostenibili. La concezione antropologica soggiacente è, in questo caso, erede del vecchio homo homini lupus: una concezione individualistica e negativa dell’uomo, inteso come sciolto da legami e doveri sociali.

c) Valorizzazione della società civile:  questo modello è basato invece su una concezione relativamente positiva dell’uomo. Viene ritenuto desideroso di partecipare alle molteplici forme in cui si articola la società e la politica; può essere solidale con i meno fortunati (come gli immigrati) ed è in grado di contribuire alla costruzione di una società più umana – così come in parte è avvenuto grazie allo sviluppo degli ultimi secoli. Si tratta pure di superare una visione gerarchica e burocratica della politica, la quale deve saper riconoscere la ricchezza della vita sociale. La politica non può neppure pretendere di indicare i fini collettivi da perseguire: più modestamente il suo essenziale contributo, in un mondo che naviga in acque tempestose, è quello di risolvere i problemi collettivi altrimenti insoluti, di offrire un sostegno al processo di creazione delle identità, di ricreare spazi di autonomia e libertà. Non quindi la pretesa di legittimare ogni azione di potere, magari arbitraria, rifacendosi al fatto di essere stati “democraticamente” eletti, come troppo spesso si sente ripetere. Questa soluzione richiede un ripensamento della politica e una accentuazione della solidarietà. Richiede anche un rinnovato e più diffuso spirito di responsabilità ai vari livelli. “Nel mondo deistituzionalizzato della globalizzazione la scelta è chiara: o scommettiamo sulle persone e sulla loro capacità di diventare i protagonisti della ricostruzione del legame sociale o dovremo subire una significativa riduzione del livello di democrazia della nostra vita sociale.” [1]

[1] M. Magatti, Globalizzazione e democrazia, riflessione su alcuni scenari, in “Aggiornamenti sociali” n. 12 2002, pag. 819

Per riflettere:

-superiorità psicologica al gruppo di appartenenza;

-perché emigrano?

-fattori di attrazione e di espulsione;

-sfruttamento dei ricchi sui poveri;

-vantaggi e inconvenienti delle migrazioni;

-ringiovanimento della popolazione;

-vantaggi della diversità: fecondazione reciproca;

-neofondamentalismo: l’uomo deve essere giuidato;

-neoliberismo: ideologia del mercato indotta dai media;

-implica un uomo senza legami e doveri sociali;

-valorizzare la società civile: antropologia positiva;

-l’uomo può essere solidale con i meno fortunati;

-scommettere sulle persone o accettare il degrado della democrazia.


GRANDI OPERE? MEGLIO A DIMENSIONE UMANA

Decentramento e responsabilizzazione sono le parole chiave da premettere alla discussione sulle grandi opere. C’è spesso contrasto tra quelle e queste. Si può chiarire con qualche esempio. L’energia elettrica può essere prodotta da pannelli solari, in modo decentrato, oppure da grandi centrali, come quelle atomiche, di cui da molti si invoca il ritorno. Queste hanno i ben noti inconvenienti di essere rischiose e inquinanti (basti il nome di Cernobil), di essere vulnerabili da attentati o terremoti, di produrre scorie che dovremo lasciare in eredità ai posteri per un numero indefinito di anni, ma soprattutto la caratteristica di accentrare la produzione e deresponsabilizzare gli utenti. L’inverso sarebbe con i pannelli solari, che ciascun utente cercherebbe di tenere efficienti, puliti, in ordine, per una resa migliore. Un altro esempio di deresponsabilizzazione può essere tratto dalla vicenda dei rifiuti napoletani. “I miei rifiuti non mi riguardano, non sono affar mio, ci pensi qualcun altro”: questa la mentalità che si è diffusa. Se fossero affare anche mio, mi preoccuperei di ridurne la quantità, di separarli, riciclarli, cercando di ridurne l’impatto. Se sono affari di altri allora diventano problemi di grandi impianti, termovalorizzatori, discariche, ecc., che però nessuno, ovviamente, vuole vicino a casa propria. Se desideriamo evitare che si moltiplichino casi come quello di Napoli, forse bisognerebbe proprio partire dalla mentalità, da una educazione capillare ad assumersi la responsabilità per le cose pubbliche, senza delegare ad altri. Ma molti ostacoli si frappongono a questo obiettivo.

La tecnica viene spesso invocata: gli impianti più grandi sono più efficienti e molte operazioni sono addirittura impossibili al di sotto di una certa soglia. Nel caso dell’energia elettrica potrebbe facilmente essere che quella prodotta dagli impianti atomici costi meno di quella dei pannelli solari. Questo costo non tiene presente però i fattori extra economici cui sopra si è fatto cenno (rischi, inquinamenti, scorie..) e soprattutto il valore inestimabile della responsabilizzazione che si potrebbe avere con una produzione elettrica vicina, sul tetto. Quanto alla tecnologia si deve ancora ricordare che essa va dove la porta il “mercato”. Se il mercato dice che bisogna produrre centrali atomiche, la tecnologia si perfezionerà sulle centrali atomiche e ne ridurrà il costo. Se invece ricevesse l’indicazione di concentrarsi sui pannelli solari, sarà per questi che si avrà maggiore convenienza. Oggi è stata pressoché del tutto abbandonata l’idea di produrre energia dalla fonte rinnovabile più tradizionale e meno inquinante: la legna dei boschi. Le nostre foreste sono intasate da legna morta che si decompone lentamente producendo CO2, senza produrre calore, mentre la tecnologia si ingegna a cercare le fonti più strane da sostituire a quelle fossili in via di esaurimento. Sarebbe necessario un deciso intervento per stimolare tecnologie che consentano anche a scala ridotta di estrarre energia dalla legna, superandone gli inconvenienti tradizionali (ingombro, necessità di controllo manuale, fuliggine..).

Il mercato, che molti ritengono supremo e ottimale regolatore della vita collettiva, dimostra anche qui la sua inadeguatezza. Mai spingerà a scelte responsabilizzanti, se è vero che nessun venditore dirà mai che ciò che la gente può fare da sé è meglio di ciò che lui vende. All’opposto, il mercato è esso stesso creatore di dipendenza. Dovrebbe essere l’intervento pubblico a stimolare certe produzioni decentrabili e responsabilizzanti (come impianti solari, riscaldamenti a legna, cogenerazione di energia elettrica e calore da biomasse o da rifiuti..) e a frenarne altre che comportano sprechi, inquinamenti, pericoli (come molti beni di lusso, moto d’acqua, motoslitte, suv, usati per divertimento o “simbolo di stato”). È necessario in ogni caso contro l’emergenza rifiuti o l’emergenza energia, che la società elabori un progetto di sviluppo alternativo a quello del mercato.

Le mafie sono altri fattori che creano dipendenza. A ben vedere non sono poi tanto diverse dal cosiddetto mercato, quando si pensi ad es. che il mercato dell’energia a livello mondiale è dominato dalle grandi corporazioni di petrolieri, che hanno in Bush e la Rice illustri esponenti. Ed è superfluo ricordare che dispongono di abbondanti mezzi per evitare che si sviluppino tecnologie alternative a quelle del petrolio. Tuttavia le mafie sono ben presenti anche nel nostro piccolo paese. Il ponte sullo stretto è l’icona delle grandi opere. Ma bastano poche considerazioni per mostrarne la sproporzione tra costo e utilità. Non sarà un’attrattiva turistica, perché i turisti sono attratti più dalla natura incontaminata e dai valori culturali. Non fornirà grandi vantaggi di lavoro in un’era in cui le distanze sono state abbattute da internet. Non stimolerà lo sviluppo economico: ormai non si ritiene più, come qualche decennio addietro, che lo sviluppo possa essere innescato dalle infrastrutture materiali – spesso restate “cattedrali nel deserto”. Le infrastrutture importanti sono oggi ritenute quelle umane: conoscenze, senso civico, iniziativa, apertura al nuovo.. In ogni caso, prima di un’exploit isolato come il ponte di Messina bisognerebbe provvedere alla razionalizzazione e ammodernamento dell’intera rete ferroviaria, con gli interporti, ecc., alle “autostrade del mare” e così via. Vantaggi economici ne porterà si il ponte: per le tangenti che mafie e politici potranno incassare con gli appalti miliardari.

In definitiva le grandi opere sono spesso uno specchietto per le allodole, un abbaglio per stimolare l’immaginazione, ma non resistono ad una critica razionale. Oggi, nell’era di internet e dell’effetto serra, si deve puntare in prevalenza su uno sviluppo immateriale e umano: vanno ribaltate le prospettive consumistiche del “mercato”, contenuti i trasporti e le altre forme di consumismo energetico. Ad es. si dovrebbero preferire gli alimenti locali a quelli provenienti da lontano; tanto più evitare lunghi tragitti ai rifiuti. Pensare globalmente e agire localmente, è un efficace slogan da attuare. Ma per attuarlo è necessario diffondere la responsabilizzazione su tutto ciò che è pubblico e va al di là del proprio “particulare”. Bisogna lottare contro la tendenza opposta che ci viene propinata congiuntamente da mercato, mafie, televisioni, burocrazie. Una cosa difficile ma non impossibile, anche perché necessaria per superare le aporie della politica-spettacolo.

“CREAZIONE” DI VALORE E IDOLATRIA DELLA CRESCITA

Filed under: 4) giustizia — Tag:, , — brianzecum @ 2:17 PM

Politici ed economisti richiamano continuamente l’esigenza della ripresa dell’economia, di una crescita costante e sostenuta. Sembra che con la crescita si possano risolvere tutti i problemi della società, anche se è ben evidente che molti di questi problemi (ambiente, rincaro dei prezzi, immigrazione..) derivano direttamente dalla crescita stessa. Per comprendere come possa essersi affermata l’importanza della crescita, possiamo risalire un paio di secoli addietro, quando si stavano affermando le idee liberiste di Smith e Ricardo rispetto alla teoria allora prevalente, quella del mercantilismo.

A somma zero o a somma positiva? I mercantilisti ritenevano che gli scambi sono, come si direbbe oggi, “un gioco a somma zero”, cioè che quanto guadagna uno dei contraenti, viene perso dall’altro. Pertanto pensavano che la ricchezza delle nazioni consistesse nella quantità di denaro che riuscivano a incamerare, ed erano quindi portati a sostenere politiche protezioniste e colonialiste per aumentare il denaro disponibile. I nuovi economisti invece dimostrarono che gli scambi commerciali sono “a somma positiva” perché vantaggiosi per entrambi i contraenti. Sostennero quindi l’idea che la ricchezza delle nazioni va collegata anche con l’intensità degli scambi commerciali, la libera concorrenza e la rimozione di ogni ostacolo che si frappone al loro sviluppo. Ricardo poi, con la sua teoria dei costi comparati, giunse ad affermare che i massimi vantaggi si sarebbero raggiunti nel tempo, quando ogni paese si fosse specializzato nelle produzioni cui è maggiormente vocato e che può effettuare a costi inferiori.

Creazione dal nulla? Soffermiamoci brevemente sulla premessa teorica, se cioè gli scambi commerciali siano a somma zero oppure a somma positiva. È ovvio che sul piano fisico con un singolo atto di scambio non si può avere altro che somma zero (anche se nel tempo si possono verificare i vantaggi di specializzazione ipotizzati da Ricardo). Si ha invece somma positiva se si prendono in considerazione non la quantità fisica dei beni scambiati, ma il loro valore commerciale o l’utilità che i beni scambiati recano alle persone che scambiano. È qui che nasce l’equivoco: con l’idea di somma positiva si attribuisce agli scambi una specie di “creazione”. Gli scambi, come più in generale l’attività economica, creano valore commerciale, modificano prezzi, spostano persone da attività tradizionali a lavori più produttivi, stimolano creatività e intraprendenza, ma non è vero che creino ricchezza fisica dal nulla, che si oppongano cioè al fondamentale principio della fisica secondo cui “in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. L’economia crea valore, non ricchezza fisica. Problema diverso è vedere dove va a finire questo valore creato: sembra difficile sostenere che vada nelle aree povere, altrimenti non sarebbero più tali.

Un esempio potrebbe chiarire meglio l’idea. Facciamo il caso – tutt’altro che teorico – di un certo vegetale usato gratuitamente dagli sciamani di una popolazione primitiva per curare certe malattie. Si scopre che è utile anche per la lotta contro malattie moderne, come l’Aids. Un’industria farmaceutica si reca in loco, si accaparra il vegetale, lo studia, lo brevetta, lo lavora e lo vende, con grandi guadagni. Ecco come “crea” valore l’economia. Non necessariamente crea anche utilità, né il valore creato beneficia sempre il luogo d’origine (dove forse oggi si deve pagare quello che prima era gratuito) ma sicuramente l’attività economica crea valore, mentre prima non c’era.

Questa “creazione” dal nulla che vige nel campo economico ha fatto pensare di essere di fronte a qualcosa di miracoloso, di divino. E non solo quando si è parlato di miracolo economico. L’attuale pensiero prevalente in economia, quello neo liberista, porta quasi dogmaticamente avanti l’idea che non ci sono alternative alla crescita economica e al principio liberista, con i corollari di privatizzazione, liberalizzazione, deregolamentazione, fiducia nel mercato, nella tecnica e così via. Riccardo Petrella, in un libro molto interessante, Una nuova narrazione del mondo, EMI 2007, descrive i principi sostenuti dai moderni liberisti come altrettanti dogmi di una nuova religione che si sostituisce a quella biblica. La differenza è che mentre il Dio di quest’ultima è un padre per tutti gli uomini, il dio capitale di quella beneficia solo alcuni, i privilegiati dal benessere.

Resta però un dubbio: davvero l’economia che crea valore è un gioco a somma positiva? A cosa è dovuto lo spaventoso impoverimento del terzo mondo? Quando si parla di scambi internazionali si tiene conto di tutti i costi, anche sociali e ambientali, passati e futuri, diretti e indiretti? Tra i costi sociali, ad es., quelli provocati nei paesi poveri dalla sostituzione, alla tradizionale agricoltura di sussistenza, di produzioni per il mercato soggette alla fluttuazione dei prezzi (spesso speculativa) che comporta rischi talvolta letali per i contadini poveri. Tra i costi ambientali, quelli derivanti dai trasporti (in gran parte con energia fossile), oppure l’abbandono della protezione idrogeologica per far posto a coltivazioni per il mercato. Rimane il dubbio che il “miracolo” della creazione di valore sia in realtà una sottrazione al mondo povero e alle generazioni che verranno. Il dio capitale è crudele e falso, come tutti gli idoli.

CORRUZIONE

Dopo la grande stagione di Mani pulite non si parla più in Italia di corruzione. Sembra che nel paese dei furbi e delle mafie questa piaga sia scomparsa. Il fatto è che quella stagione è stata essenzialmente opera di un gruppo di magistrati indipendenti, che, pur godendo di un certo favore nell’opinione pubblica, non sono stati sostenuti dalla politica. Questa anzi sembra veda un ostacolo nell’indipendenza della magistratura e operi per imbrigliarla il più possibile. Secondo diversi osservatori l’effetto di Mani pulite è stato quello di selezionare una classe dirigente più astuta, più capace nell’operare corruzione e nel nasconderla. Certi magistrati impegnati contro la corruzione dicono che si può ad essa applicare quello che si diceva durante il fascismo: “abbiamo fatto la guerra contro le mosche e le mosche hanno vinto”.

Una classifica dei paesi del mondo secondo il livello di corruzione viene stilata periodicamente da una benemerita organizzazione non governativa, Transparency international. Ai primi posti tra i paesi virtuosi figurano quelli nordici, agli ultimi la grande massa dei paesi del terzo mondo e del secondo mondo, cioè quelli ex comunisti. L’Italia figura in coda agli altri grandi paesi sviluppati del mondo e non è sostanzialmente risalita dopo Tangentopoli. Questa classifica autorizza una domanda preliminare: se per caso non esistano rapporti di causa ed effetto tra corruzione e sottosviluppo, inteso quest’ultimo non soltanto come carenza dal punto di vista strettamente economico, ma anche nel senso più ampio di sviluppo umano, senso civico, ecc. Autorizza anche ad escludere che vi sia più corruzione dove forte è l’interventismo statale e il “welfare state”, come nei paesi nordici.

Alterare le regole per interessi personali o di gruppo è la sostanza della corruzione: si tratti delle regole dell’economia (alterate ad es. da un responsabile degli acquisti che si lascia “ungere” da un venditore spregiudicato), della scienza (come quando le multinazionali del tabacco hanno finanziato ricercatori per negare l’evidenza scientifica dei danni da fumo), della morale, dell’etica professionale, le regole della convivenza civile o quelle del retto funzionamento della vita democratica. Un’altra caratteristica fondamentale è che corrotti e corruttori hanno interessi convergenti, anzitutto quello di nascondere la corruzione. Se a questo si aggiunge che di solito chi corrompe è una persona ricca e non certo sprovveduta, si comprende quanto pericolosa e insidiosa possa essere la corruzione. Di solito siamo portati a condannare l’odiosa corruzione del burocrate che ostacola una pratica se non arriva la busta o del poliziotto che evita la multa se vede la banconota, ma la corruzione seria è molto più rilevante e meglio camuffata. Anzi, l’esistenza della piccola corruzione è indicatrice di un male che esiste in alto: la logica che sta sotto è: se in alto si fa così, perché io devo fare in modo diverso? La corruzione è come lo sporco: dove ce n’è tanto non si ha ritegno a sporcare e inquinare ulteriormente.

I danni della corruzione sono in prevalenza indiretti per la collettività, ma tutt’altro che irrilevanti. I danni diretti possono riguardare ad es. piccoli produttori validi che si vedono esclusi da un competitore che corrompe. Il segreto, dietro il quale spesso si nasconde la corruzione, impedisce di solito che questi produttori possano denunciare il torto subito. Questi ed altri ostacoli fanno sì che, di fatto, ben poche delle corruzioni giungano alla luce per opera di chi subisce un danno diretto e meno ancora giungano a sentenza. Di gran lunga superiori sono i danni indiretti per la collettività. È evidente che nella misura in cui un sistema corrotto non consente l’affermazione di persone e aziende efficienti, si provoca una riduzione dell’efficienza complessiva del sistema. Di rilievo ancor maggiore è la constatazione che un sistema corrotto distrae risorse e persone dalle attività produttive verso quelle parassitarie. Si opera la selezione di una classe politica interessata più all’arricchimento personale che al perseguimento del bene comune, nell’ambito della quale chi opera rettamente viene emarginato. Come conseguenza di tutto ciò, si ingenera sfiducia nelle istituzioni e calo del senso civico, innescando un circolo vizioso.

La mafia segna un salto qualitativo nella corruzione: non è priva di regole, ma le sue regole non sono quelle della società civile, né dello Stato. Il salto qualitativo sta precisamente nel porsi in alternativa ai poteri pubblici. Né è priva di incentivi o vantaggi: per certi commercianti ad es. può costare meno il pizzo piuttosto che la polizza d’assicurazione, così come molti giovani privi di lavoro, aderendo alle richieste mafiose possono trovarlo, anche se non sempre coi crismi della legalità. La mafia costituisce una forma di corruzione che supera il ristretto ambito privato tra corrotto e corruttore, né cerca di nascondersi più di tanto.

Un ulteriore salto di qualità nella corruzione, con ulteriore minor ritegno nel nascondere, si verifica quando un potere forte, tipicamente quello economico, mette le mani su altri poteri reali, come quello mediatico. Attraverso quest’ultimo potere è possibile influire sull’opinione pubblica, orientandola in funzione dei propri interessi. Le tecniche di persuasione, compresa quella occulta, le indagini motivazionali, psicologiche e psicanalitiche a ciò finalizzate, sono diventate ormai vere e proprie discipline scientifiche, sulle quali si applicano molte tra le migliori menti. Certe uscite di politici preminenti, che appaiono strane o addirittura stravaganti, possono essere spiegate alla luce delle tecniche di convinzione occulta. Il risultato finale è che, quando si dispone di larghi mezzi finanziari per fare queste indagini e adottare queste tecniche, nonché quando si è garantito il controllo dei media, si può orientare l’opinione pubblica, anche sul piano politico: con i soldi, non con idee, capacità e onestà, si possono vincere le elezioni. Se oggi il globo rischia di cadere rapidamente in una catastrofe ecologica irreversibile, buona parte della responsabilità va attribuita ai petrolieri americani e alla subordinazione ai loro interessi della politica americana, subordinazione ottenuta col finanziamento delle campagne elettorali, soprattutto dei repubblicani. Questo finanziamento va inteso come una vera e propria forma di madornale corruzione – ancorché palese e legale negli Stati Uniti. Ecco quindi che il più elevato e pericoloso livello di corruzione si tocca quando non viene rispettata la fondamentale regola democratica della separazione dei poteri, tenendo presente che oggi anche l’economia è un potere e tutt’altro che secondario. Fondamentale infine è garantire il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione nonché l’indipendenza della magistratura, oltre ovviamente a preservarla dalla corruzione e dalle spinte corporative. A questo proposito sembra indispensabile sollecitare la partecipazione della società civile e favorire forme alternative di giustizia, come l’opera dei giudici di pace.

Per le multinazionali – che possono essere considerate l’espressione più rilevante del potere economico e che oggi, con la globalizzazione, hanno raggiunto una capacità di incidere sui vari aspetti della vita in misura mai prima toccata – la possibilità di corrompere è a portata di mano. Ma l’opinione pubblica mondiale, di solito più attenta di quella italiana, esercita nei loro confronti una stretta sorveglianza, per cui qualunque forma di corruzione intraprendano si può riversare contro di loro con danno di immagine e calo di profitti. Si sono verificati casi di multinazionali (come la Brown Boveri), che si sono autodenunciate per la corruzione da parte di loro dipendenti verso persone di paesi lontani. E di solito non tanto per una particolare vocazione etica, quanto perché, di fronte a un guadagno immediato si può verificare nel medio o lungo termine un danno d’immagine assai più rilevante. In generale nei paesi meno corrotti e più sviluppati del nostro c’è assai meno tolleranza verso le diverse forme di alterazione delle regole, i poteri mafiosi e i conflitti di interessi.

In definitiva la corruzione è una delle vie principali attraverso cui si opera quello che possiamo drammaticamente osservare nel mondo: i ricchi (che più facilmente possono corrompere) diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Con la legge della giungla chi soccombe è sempre il più debole. Lottare contro i diversi livelli di corruzione dovrebbe essere impegno primario di ogni attività sociale, in quanto i primi beneficiari saranno i poveri. E si può lottare in molti modi, anzitutto parlandone, denunciandone ad es. l’oscuramento da parte dei media. Come in passato si ripeteva che la mafia non esiste, così si tende oggi a far credere che la corruzione sia scomparsa, che non esistano conflitti di interessi. Alcuni paesi hanno intrapreso campagne efficaci contro la corruzione incaricando enti appositi per l’educazione alla legalità, per diffondere le conoscenze sui danni per la collettività, per sollecitarne la condanna generale. Molto valida anche la proposta di indire una giornata di mobilitazione contro la corruzione. Le possibilità esistono. Importante è che ci si mobiliti tempestivamente perché con la corruzione l’Italia non diventi – come sembra stia diventando – il più sottosviluppato tra i paesi sviluppati.

CIBO E SALUTE

SIAMO INDOTTI A PREFERIRE CIBI RICCHI CHE A LUNGO ANDARE COMPROMETTONO LA SALUTE

 

Le malattie degenerative sono quelle di gran lunga prevalenti oggi, nel benessere; per esse non si è in grado di individuare un singolo agente causale (come il bacillo di Koch per la TBC). Pertanto sono più difficili da debellare, talvolta addirittura incurabili. La ricerca delle cause attraverso metodi statistici – la relativa disciplina si chiama epidemiologia – deve limitarsi a stabilire correlazioni con diversi fattori alimentari o ambientali che possono favorire l’insorgere di queste patologie. Le indagini epidemiologiche sono piuttosto difficili, persino trascurate rispetto alle ricerche per la produzione di nuovi farmaci – che garantiscono reddito per chi li scopre, li produce e li vende. Tuttavia alcuni dati sono stati ormai appurati: le malattie degenerative sono dette anche malattie del benessere perché correlate con diverse componenti del modo di vivere opulento e anzitutto col cibo. In particolare dall’esame di diverse ricerche di epidemiologia alimentare si possono evidenziare i seguenti fattori di rischio: 1) carenza di cibi poveri, come frutta e verdura fresche, legumi e cereali integrali, con i fattori nutrizionali di cui abbondano: fibra, sali minerali e vitamine; 2) eccesso di calorie complessive; 3) eccesso di cibi ricchi, cioè quelli di origine animale (in particolare carni e grassi saturi), nonché zucchero, alcool, caffè, sale e altre fonti alimentari passate attraverso trasformazioni e arricchimenti tecnologici o economici. Ecco quindi che l’opulenza alimentare conseguente al benessere è all’origine di pericolose patologie, ben documentate dalle indagini epidemiologiche.

 

C’è una dieta ideale? Ma il rapporto alimentazione-salute non può restare limitato in negativo alla documentazione dei danni provocati. Si tratta anche di scoprire se ci sono forme di alimentazione in grado di garantire la salute, intesa nel senso proposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, cioè non soltanto come assenza di malattia, ma come pienezza psicofisica: capace cioè di potenziare le difese naturali dell’organismo contro i diversi agenti patogeni. La risposta ufficiale a questo quesito si limita di solito a indicare la famosa dieta mediterranea, quella che veniva seguita tradizionalmente dalle popolazioni rurali povere di quest’area, culla della civiltà occidentale. È tuttavia indubbio che sul potenziamento delle difese naturali la scienza medica è gravemente carente, rispetto ai progressi raggiunti in altri campi dove più forti sono gli interessi economici coinvolti. La dieta mediterranea, come le altre tradizioni alimentari, non poteva non essere condizionata dalla situazione ambientale e tecnologica: si mangiava ciò che il terreno, il clima e le capacità di conservazione consentivano. La priorità a cereali e legumi è stata quasi ovunque una scelta obbligata, perché soltanto questi potevano essere facilmente conservati durante la stagione invernale, laddove non si disponeva che di mezzi di conservazione primitivi. Oggi la situazione è cambiata: si sono avuti grandi progressi nella tecnologia di conservazione e di trasporto, ed è quindi possibile allargare la gamma dei cibi a disposizione. Sarebbe possibile scegliere il cibo ideale, se lo si potesse individuare, o, prima ancora, se ci si ponesse il problema, tralasciando il “dogma” dell’onnivorismo dell’uomo.

 

L’uomo è onnivoro perché, di fatto, mangia di tutto. Si tratta di vedere se ciò corrisponde anche alla sua struttura anatomica. In natura gli animali onnivori, come i topi o i maiali, sono assai più voraci dell’uomo (dell’uomo tradizionale, se non di quello “opulento”) e, sul piano anatomico, sono notevolmente diversi. Si rinvia, a tal fine agli studi di anatomia comparata, che evidenziano un’impressionante somiglianza tra l’uomo e le scimmie antropoidi (scimpanzè, orango, gorilla). Queste in natura, lungi dall’essere onnivore, si nutrono quasi esclusivamente di frutti, noci, germogli. Se ne può dedurre che anche l’uomo, per seguire la propria natura anatomica, dovrebbe accordare preferenza ad una simile alimentazione, prevalentemente vegetariana. La quale peraltro sarebbe in grado di minimizzare l’impatto ambientale e di consentire di vivere in buona salute al maggior numero di persone sul pianeta. Perché la realtà è tanto diversa? Ma ancora: perché si abbandona la dieta tradizionale e ci si sposta verso quella opulenta, nonostante siano scientificamente provati i suoi danni?

 

Un’ipotesi di spiegazione. I motivi sono certo complessi ed attengono ad una pluralità di settori: economico, sociologico, psicologico, culturale, scientifico (forse una scienza disancorata dalla saggezza). Avanziamo soltanto un’ipotesi limitata al campo fisiologico. La dieta povera, a differenza di quella opulenta, contiene in sé un principio di limitazione: essendo ricca di fibra, dà subito il senso di sazietà e, qualora si eccedesse, provoca immediate reazioni negative – meteorismo, diarrea… – che inducono le persone a correggersi. Quando si apre alle diverse forme di arricchimento, invece, si eliminano queste possibilità di regolazione e si incorre più facilmente nel rischio di eccedere. I danni che ne derivano sono più dilazionati nel tempo, ma di ben altra gravità, trattandosi proprio delle patologie degenerative.

 

In definitiva,  il recupero della saggezza tradizionale, l’osservazione della natura anatomica dell’uomo con la ricerca dei cibi più adatti, tenendo anche conto del loro impatto ambientale e sociale, potrebbero essere alcune vie per scoprire in quella alimentare la via maestra per potenziare le difese naturali dell’organismo. Ma vi sono altri percorsi, come: il ruolo centrale svolto dalla flora batterica intestinale, che è evidentemente influenzata anzitutto da ciò che si ingerisce; l’attenzione ad evitare piccoli danni ripetuti – connessi ad es. con incongrue associazioni di cibi nello stesso pasto, l’uso prolungato di piccole dosi di veleni, come alcol, caffeina o altri alcaloidi, cibi con “radicali liberi”… – che cumulandosi possono sfociare nelle patologie. Sembra che la medicina disconosca queste possibilità di prevenzione primaria attraverso il cibo, preferisca mantenere un arcaico atteggiamento fatalistico, limitandosi a curare le malattie quando sopraggiungono. È necessario esercitare il senso critico verso questo “sistema” in cui siamo indotti a scegliere ciò che genera profitto invece di quanto sarebbe più favorevole per la salute dell’uomo e del pianeta.

Per riflettere:

-crescita delle malattie degenerative o del benessere;

-eccesso di cibi ricchi;

-carenza di cibi poveri;

-c’è una dieta ideale?

-la dieta mediterranea è condizionata all’ambiente mediterraneo;

-dogma dell’onnivorismo dell’uomo;

-anatomia comparata uomo-animali;

-l’uomo assomiglia alle scimmie antropoidi, non agli onnivori;

-le quali sono prevalentemente fruttivore;

-la dieta povera contiene principi di limitazione;

-quella ricca no ed apre ai rischi di eccessi;

-rivalutare tutte le tradizioni alimentari antecedenti al benessere.

luglio 31, 2008

L’INGIUSTIZIA CHE DERIVA DALLO SVILUPPO

SQUILIBRI SEMPRE DA GOVERNARE

OGGI ANCOR PIÙ SE SI VUOLE CONTENERE DISOCCUPAZIONE E PRECARIETÀ

 

I terroristi suicidi potrebbero avere, tra le motivazioni più o meno inconsce, anche la percezione di un’ingiustizia della società globale, che si accentua con lo sviluppo. È pressoché inevitabile che lo sviluppo non si ripartisca equamente tra persone, gruppi sociali, territori, ma favorisca alcuni a scapito di altri. E ciò tanto più iniquamente quanto meno lo sviluppo viene governato e orientato, in altre parole, quanto più si tratta di sviluppo selvaggio. Questo è, notoriamente, il tipo di sviluppo che tende ad affermarsi nella globalizzazione, perché i governi nazionali risultano sempre meno influenti rispetto ai grandi operatori economici multinazionali.

 

Su quasi 7 miliardi di persone del globo, solo 1 miliardo, decisamente una minoranza, vive oggi in aree sviluppate: sono concentrate nel Nordamerica, Europa occidentale, Giappone, Australia. Ma il loro potere politico, economico, scientifico, culturale è tuttora egemone, nonostante la rapida crescita delle “tigri” orientali . È difficile ipotizzare che queste aree si siano sviluppate solo per “merito” dei loro abitanti, della loro intelligenza, volontà, intraprendenza. A loro volta hanno ereditato condizioni favorevoli per lo sviluppo. Si pensi ad es. alla tratta degli schiavi: ha creato le condizioni per il grande sviluppo americano, grazie alla mano d’opera a basso costo, ma ha depauperato l’Africa della fondamentale risorsa umana, depauperamento che ancor oggi grava negativamente sullo sviluppo del continente nero. Analogamente il colonialismo ha operato per secoli un vero e proprio saccheggio dei paesi colonizzati. Un altro esempio significativo, presente ancora ai nostri giorni, può essere la “fuga dei cervelli”: chi ha studiato lascia le aree povere per trovare lavoro in quelle ricche, ma in tal modo depaupera le prime per arricchire ancor di più le seconde di quella risorsa che oggi viene riconosciuta sempre più come il fattore fondamentale dello sviluppo: il cervello, appunto. Spostamenti analoghi si manifestano spesso per un altro fattore indispensabile allo sviluppo, il capitale: i soldi risparmiati nella aree povere tendono ad essere investiti in quelle ricche, perché di solito rendono di più.

 

Processo cumulativo.  Ma vi sono altre vie per spiegare come avviene questo processo cumulativo di sviluppo nelle aree favorite e, viceversa, di impoverimento nelle altre. Gli scambi commerciali sono dominati da un principio di ineguaglianza: empiricamente è stato ampiamente dimostrato che ciò che producono i paesi più poveri (anzitutto materie prime agro-forestali e minerali) viene scambiato a prezzi decrescenti rispetto ai prezzi di quanto producono i paesi sviluppati: macchine, prodotti tecnologici e, oggi ancor più, beni immateriali, come brevetti, software, servizi (in particolare educazione e istruzione). Si comprende pertanto perché i rapporti di scambio tra paesi ricchi e poveri tendono sempre a favorire i primi. I beni immateriali, in particolare, hanno l’importante caratteristica di poter essere venduti ripetutamente, senza essere perduti da chi li vende e senza un aggancio, almeno tendenziale, col costo di produzione. Possono essere pertanto una fonte illimitata di guadagno – ne sa qualcosa Bill Gates, diventato trentenne l’uomo più ricco del mondo vendendo software. Oltre alle conoscenze, il mondo sviluppato detiene anche il quasi monopolio delle informazioni, perché in esso sono concentrate la stragrande maggioranza delle agenzie stampa e degli organi che incidono sull’opinione pubblica mondiale.

 

Dunque la ricchezza genera ulteriore ricchezza.  Ma per poter mantenere a lungo questo processo cumulativo, si rende necessario spostare sempre più in alto i livelli dei bisogni e stimolare sempre nuovi consumi. A ciò è preposta la pubblicità – che assorbe una quota sempre più alta del reddito nazionale, man mano che cresce lo sviluppo – ma anche l’informazione, le mode, gli spettacoli… che diffondono e rendono popolare un modo di vita sempre più consumista. Diffondono parallelamente una adeguata “cultura” che tende a misconoscere l’esistenza di limiti, di effetti negativi, che privilegia l’avere rispetto all’essere, l’apparenza rispetto alla realtà. L’unico antidoto contro questa “cultura” aggressiva e distruttrice è un elevato livello educativo che consenta di mantenere vivo il senso critico, di riportare le cose nella loro realtà, di non sottovalutare gli effetti negativi che si producono a livello umano, sociale, ambientale. In particolare di vedere e condannare le ingiustizie che lo sviluppo selvaggio genera nel mondo, accentuando gli squilibri tra persone, gruppi sociali, territori.

 

La teoria economica è anch’essa schierata, nella grande maggioranza, a favore del liberismo. Esalta il “mercato”, facendone sostanzialmente un fine, anziché un mezzo. Certo il mercato è utile in molti casi, ma affidarsi totalmente ad esso significa affidarsi ai grandi operatori che lo dominano e che già sono in grado di influire a proprio vantaggio sulle scelte dei consumatori e spesso anche su quelle degli stessi governi. Le teorie prevalenti tra gli economisti avallano sostanzialmente ogni forma di arricchimento anche speculativo o persino illecito, mentre un senso critico dovrebbe mostrare che in realtà molti arricchimenti comportano l’impoverimento di altre persone o gruppi. In particolare sembra incontestabile che le diverse forme speculative sempre in crescita – in campo finanziario, ma anche edilizio, ecc. – al posto dei tradizionali investimenti produttivi, sia la causa di fondo della mancanza di lavoro e precarietà per i giovani. L’ingiustizia nel mondo è sempre esistita, ma oggi sembra diventare soverchiante l’ingiustizia economica, conseguente in particolare a squilibri sempre più stridenti e alla mancanza di occupazione. Merita di essere approfondita nelle sue cause remote e prossime, a livello empirico e a livello teorico.

 

 

Per riflettere:

-lo sviluppo economico tende sempre a polarizzarsi;

-spostamento di risorse con processi cumulativi;

-tratta degli schiavi;

-colonialismo;

-fuga dei cervelli;

-scambi ineguali;

-beni immateriali, fonte illimitata di guadagno;

-monopolio delle informazioni e della pubblicità;

-aggressiva cultura consumista;

-unico antidoto: educazione e senso critico;

-speculazione come causa della mancanza di lavoro.


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