Brianzecum

aprile 1, 2010

LE SCISSIONI DELLA CULTURA CONTEMPORANEA*

UTILITÀ, ECONOMICISMO E ALLONTANAMENTO DALL’UMANO

Come non tutto il male viene per nuocere, così non tutto il bene è da considerare positivamente. La cultura moderna, a partire dalla specializzazione del lavoro, dalla globalizzazione dell’economia e delle informazioni, dalle maggiori possibilità di partecipare e conoscere i meccanismi decisionali, ha compiuto grandi progressi. Non privi però di inconvenienti, come le scissioni o separazioni, operate nel profondo delle nostre menti, anche a livello inconscio. Si tratta del contrario del simbolo, che significa tenere assieme. Per chi crede, le scissioni sono opera del demonio, definito appunto come quello che divide. Se ne possono indicare sette, un numero già di per sé “simbolico”.

  • Uomo separato dai propri simili.  Teorizzato da tempo, l’individualismo è diventato negli ultimi decenni una prassi diffusa e quotidiana. Per strada si incontrano persone anonime, completamente isolate dagli altri, intente magari ad ascoltare il proprio mp3. Si tratta di una scissione antropologica, la quale separa appunto l’individuo dalla collettività ed è alla base anche di ulteriori scissioni. L’uomo reale però non è astraibile dalle proprie relazioni: è persona e non individuo. Un esempio di questa scissione può essere trovato in certe pubblicità che invitano all’egocentrismo, a vedersi come centro del mondo. Non riconoscendo i legami, è aperta la strada sia a misconoscere le proprie responsabilità, sia a ritenersi onnipotenti, sia a scivolare verso il dramma del nichilismo.
  • Utile separato dal bello.  Siamo stati indotti a pensare che ciò che è utile non è bello, e che ciò che è bello non riguardi molto la propria vita, solo un aspetto estetico superficiale. Il fatto è che l’uomo non può vivere senza il bello, così come non può per lungo periodo non capire ciò che gli è utile. Abbiamo tenuto separate queste due fondamentali dimensioni, ponendo l’accento positivo sull’utile oppure sull’estetica più becera, a seconda delle circostanze. Anche questa scissione ha un effetto devastante, specie sui giovani. Chi riesce a convincere la propria figlia che non è possibile spendere centinaia di euro per il giubbino “bello”? In genere però oggi viene privilegiato l’utile sul bello, e ciò può essere percepito nella tristezza architettonica delle nostre città, nelle difficoltà di accesso al bello autentico da parte delle masse.
  • Separazione tra pubblico e privato: una scissione di grande attualità, specie in campo politico. Si può, anzi si deve distinguere pubblico e privato, ma non si può separare in una persona reale ciò che nel suo comportamento attiene al primo o al secondo campo. Dal punto di vista mediatico questa pretesa separazione porta ad un effetto voyeristico pazzesco, giustificato solo dalla pressione culturale della separazione stessa, per cui appena si può si apre la visione sul privato. Grazie a questa scissione si allargano sia l’erotomania che il moralismo.
  • Interesse separato dal dono.  Qui il diavolo è stato raffinato. C’è un’enfasi semplificatrice ipocrita sul dono (lasciato ai santi e ai momenti di parentesi) e c’è una mistificazione negatrice dell’interesse, quando poi nella pratica non si va fuori dall’interesse egoistico. In altri termini siamo caduti nella trappola di intendere l’interesse come soltanto egoistico e il dono come soltanto attività oblativa. Un’attività “umana” concreta prevede sia l’interesse che il dono, con un’etica per il primo e un’etica per il secondo, un tempo per l’interesse e un tempo per il dono: entrambi devono essere presenti nella virtù umana. Se dono troppe caramelle ai bambini faccio il loro male, perché si rovinano i denti. Anche interesse e dono sono distinguibili, non separabili.
  • Parola separata dal silenzio.  Questa è la scissione che più delle altre ci ha allontanato dall’esperienza della morte, esperienza fondamentale per essere uomini, perché disegna il limite del nostro stare al mondo. Si è giocata un’enfasi sulle parole, fino a svuotarle di significato e a farci sentire soli, in un mare di parole. Al contempo si è rifuggito dal silenzio, come qualcosa che tende a metterci di fronte all’infinito; in ogni caso schiacciandoci in una posizione di isolamento. Invece tra parole e silenzio c’è un rapporto sostanziale: ogni parola viene da un silenzio e ogni parola torna a un silenzio. Ogni silenzio ha bisogno di una parola e ogni parola prende senso solo se ascoltata da qualcuno in silenzio. Chi parla senza nessuno che lo ascolta, può essere preso per matto. C’è quindi una reciprocità sostanziale tra parola e silenzio.
  • Flussi separati dai luoghi.  Siamo in un mondo di flussi crescenti e ansiogeni: di merci, informazioni, persone (immigrati, turismo), denaro (finanza)… Convergono in luoghi, come gli ipermercati o gli aeroporti, sempre più anonimi e poveri di genuinità, perché finalizzati solo ai flussi stessi. Al lato opposto, nei luoghi di confluenza si verificano regressioni delle comunità locali contro gli immigrati (si pensi al leghismo o al fanatismo religioso) e l’estendersi di posizioni difensive contro i flussi. Mentre il tema e l’immaginario della rete (intreccio di relazioni) sarebbe un esito adulto a queste contraddizioni, si deve notare che non si può vivere di flussi continui, di fretta, di tensione: ogni tanto bisogna fermarsi e riscoprire valori genuini, come quelli della famiglia, comunità, ecc.
  • Finanza separata dall’economia.  È un’altra scissione di grande attualità, responsabile in buona parte della presente crisi economica mondiale (si veda anche, su questo stesso sito, la scheda: Due componenti per comprendere la crisi). Si è separato l’elemento finanziario dall’elemento economico classico, che è il valore. Quest’ultimo è da intendersi non solo in senso monetario, ma anche sociale, estetico, culturale… L’economia è il valore prodotto da un’organizzazione, è la modalità attraverso cui l’uomo costruisce la dimensione del valore, non è la moneta. Quest’ultima è l’energia congelata che proviene dal lavoro, dalle idee e dall’attività d’impresa, uno strumento derivato, che non ha valore a sé. Analogamente sono due aspetti distinti il risultato monetario e quello sociale dell’impresa. L’attuale situazione, segnata da economicismo e finanziarizzazione dell’economia, trascura questi aspetti reali, riducendo tutto al guadagno monetario immediato. Questo contraddice la storia, perché le imprese sono nate certo per produrre valore, ma anche per svolgere una fondamentale funzione sociale e umana, oggi dimenticata.

In definitiva queste scissioni possono essere considerate alcune questioni non rifuggibili della modernità, che nella pratica possono diventare anche una grande sfida sullo stesso piano economico. In ogni caso sono utili per comprendere disvalori, contraddizioni e aporie del nostro tempo, senza lasciarcene travolgere nella vita di ogni giorno. Infine ci spingono a ricercarne i valori nascosti, anche simbolici.

*dalla relazione del prof. Johnny Dotti il 15-2-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sull’impresa sociale.

Per riflettere:

-scissioni profonde anche inconsce ma indebite;

-individuo separato dalla collettività;

-utile separato dal bello;

-difficile separazione tra pubblico e privato;

-e tra interesse e dono;

-reciprocità sostanziale tra parola e silenzio;

-flussi separati dai luoghi;

-finanza separata dall’economia.




IMPRESA SOCIALE*

UNA PROPOSTA PER SUPERARE CRISI E SQUILIBRI DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO

Contraddizioni, ossimori, paradossi fanno parte integrante della vita: questa non può mai essere ridotta a qualcosa di lineare o matematico. Anche il termine impresa sociale può sembrare un ossimoro, dato che quando si parla di impresa si pensa subito al profitto, non alla socialità. Ma se questa è l’idea invalsa oggi, non era così quando nacque l’impresa. Non è nata come organizzazione speculativa, ma finalizzata alla produzione di valore: non solo valore economico, ma anche estetico, sociale, culturale, educativo… Analogamente le banche non sono nate per far soldi, ma per fornirli a chi li può impiegare fruttuosamente, prendendoli a prestito da chi li risparmia: prevaleva la finalità sociale. Anche oggi si può verificare come all’origine di molte attività imprenditoriali non ci sia soltanto il profitto, ma più ampie finalità personali e anche sociali.

Beni collettivi e beni relazionali.  L’impresa sociale è stata proposta da qualche decennio nel tentativo di recuperare il valore della persona e le finalità sociali originarie dell’impresa, contestando alla radice sia l’io individualistico del capitalismo, sia il noi totalitario del comunismo. La sua caratteristica peculiare è di porsi in ambito produttivo, ma senza mettere al primo posto il profitto, bensì il valore della persona, anche nei suoi aspetti sociali. Persegue di fatto finalità pubbliche, collocandosi in quello che viene chiamato terzo settore. E lo fa in un momento di crisi dello Stato sociale, in cui questi temi della persona diventano evidenti nei casi di sfortuna pesante: handicap, droga, carcere, psichiatria…, dove l’uomo emerge come sofferenza. Spesso crisi e sofferenza ci richiamano ai valori. Un altro campo importante per l’impresa sociale è quello del bisogno educativo, dove l’essere si sta facendo esperienza. In generale si può dire che l’impresa sociale è adatta a gestire i beni comuni: salute, servizi sociali, educazione, cultura, energia. Tra questi particolarmente indicati sono i beni relazionali, connessi cioè con le relazioni tra le persone. Si tratta di settori meglio gestibili in un ambito di interesse generale piuttosto che privato, in cui la collettività e ogni persona vi può rigenerare un pezzo della propria identità.

Né pubblico né privato.  Qualcuno potrebbe obiettare che questi ambiti vanno riservati al settore pubblico. Ebbene l’esperienza del ‘900 lo ha negato: solo con l’impresa sociale, dove si promuova la fiducia, l’auto-organizzazione, la responsabilità, il senso degli altri, l’auto-educazione, si possono raggiungere certi obbiettivi che nessuna burocrazia pubblica è in grado di avvicinare. Come ha indicato Max Weber, lo Stato non può essere che burocratico, deve seguire minuziosamente le norme. Ma la burocrazia deve essere buona burocrazia, molto leggera e molto vocata ad alcune funzioni, come la legislazione e il controllo. Non deve invece esercitare la gestione dei beni relazionali, più indicati per altre soggettività. Altrimenti costruiamo simulacri di beni pubblici, sempre più vuoti di esperienze pubbliche. Perché l’esperienza pubblica nasce anzitutto nel cuore, vicino a qualcuno: sono sempre le relazioni che la fanno crescere, non istituzioni astratte. Ecco alcune indicazioni a titolo esemplificativo.

Anziani.  Per affrontare i problemi degli anziani, crescenti nelle società mature, soprattutto per quanto riguarda le esigenze di qualità della vita, bisogna prima riconsiderare il tema dell’abitare. La burocrazia pubblica non ha trovato di meglio che l’edilizia popolare. In ogni caso il nostro abitare è incentrato su una struttura che è figlia dell’individualismo: l’appartamento. La radice di questo termine è la stessa di apartheid. Se tutti siamo contrari all’apartheid razziale del Sudafrica, dovremmo esserlo altrettanto verso gli appartamenti: evocano infatti la separazione, la segregazione. E per un anziano questa è la massima delle disgrazie. Non dovrebbero esserci famiglie slegate dalle altre. E in ogni caso dovrebbero esserci quei servizi e quelle strutture comuni, in grado di attivare le relazioni. Ecco uno spazio per l’impresa sociale. Altrimenti si può verificare quello che è avvenuto lo scorso anno, quando il 31% degli omicidi si è verificato nell’ambito delle famiglie regolari (dato Istat): non tanto da parte di mafie, immigrati o altro. È la follia di pensare che la famiglia nell’appartamento possa essere autosufficiente, in grado di risolvere da sola tutti i problemi che la vita pone.

Educazione.  I problemi che si presentano oggi nella scuola non sono tanto di tipo didattico, quanto di mancanza di esperienze reali di vita, che non siano solo libresche o virtuali. Per molti di noi è stato il nonno contadino o il vicino meccanico che hanno consentito questo tipo di esperienze vitali e autentiche. Anche qui si apre un ampio spazio per l’impresa sociale per consentire ai giovani già a partire dai 13 anni – sia pure per periodi limitati – esperienze a contatto con la realtà lavorativa, magari in cooperative responsabilizzanti. Le esperienze di lavoro vanno fatte presto, perchè i giovani non devono vivere in un ambiente artificiale, slegato dalla realtà.

Democrazia.  Oggi assistiamo anche a una grave crisi della democrazia. Non è solo questione di bipartitismo, proporzionalismo o simili. È questione di aver ridotto la democrazia alla rappresentatività e di averla segregata al momento elettorale. Si può ritenere che siamo arrivati al fondo di questa concezione della democrazia che identifica nel solo voto la sovranità del popolo. Perché ci sia vera democrazia abbiamo bisogno di lunga e specifica educazione, di luoghi dove possa essere esercitata, di crescere in esperienze di democrazia ai vari livelli. Rappresentatività da parte di chi è stato eletto, voto, partiti non sono dunque sufficienti per avere democrazia: è necessario anche moltiplicare le esperienze di democrazia. Queste consistono nel prendersi cura degli altri attraverso la condivisione dei significati. È sostanzialmente un’auto-educazione alla democrazia.

In definitiva, il capitalismo contemporaneo, centrato sul profitto individualistico, conduce verso gravi inconvenienti che non possono essere colmati dalla burocrazia pubblica, sia per carenze finanziarie, sia per carenze strutturali. La crisi economica li accentua, moltiplicando disoccupazione, squilibri, disagio. L’alterazione degli equilibri tra i poteri, con la prevaricazione del potere economico e di quello mediatico, rischia poi di compromettere alla radice la democrazia. Risulta sempre più necessario trovare forme produttive diverse da quelle capitalistiche, in cui non venga schiacciata la persona, specie nelle sue esigenze di relazione con gli altri. È motivo di speranza la sperimentazione di formule, come l’impresa sociale, che rendano più plurale l’economia e più profonda la democrazia.

*dalla relazione del prof. Johnny Dotti il 15-2-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sull’impresa sociale.


Per riflettere:

-impresa sociale, cioè non contraria alla socialità;

-produce valori non solo economici;

-anche le banche non sono nate solo per far soldi;

-impresa con finalità pubbliche;

-adatta a produrre beni comuni;

-in particolare beni relazionali;

-inadatti alla burocrazia pubblica;

-relazioni che fanno crescere;

-problema degli anziani connessi all’abitare;

-appartamento ha la stessa radice di apartheid, segregazione;

-strutture comuni per attivare le relazioni;

-educarsi sul lavoro con esperienze precoci di vita;

-moltiplicare esperienze di democrazia per superare la crisi della democrazia.


marzo 17, 2010

SI PUÒ PARLARE DI ECONOMIA DEL DONO?*

RECUPERARE L’UMANITÀ DELL’ECONOMIA INIZIALE


Individualismo. Il presupposto su cui si basava l’economia classica era di tipo individualistico: si riteneva che l’economia nascesse dalla spinta che l’individuo aveva dentro di sé nell’impegnarsi a produrre beni, a prescindere da qualsiasi relazione sociale, basando questa spinta sull’interesse individuale: l’homo economicus era l’individuo guidato dalla logica dell’interesse soggettivo, individuale. Concezione che risale alla modernità, al 1700, 1800.

Prime forme di economia.  Se però andiamo a vedere come è nata l’economia in occidente, ci accorgiamo che le prime forme di economia vengono dal mondo religioso, e precisamente da quello monastico. Così l’economia benedettina coinvolge tutta la popolazione che ruota intorno al monastero e crea le condizioni dello sviluppo economico, a partire dalla economia agricola: sviluppo quindi che avviene nel segno di una solidarietà tra persone. Non c’è ancora un concetto di economia come quello che svilupperà la modernità, ma c’è già una pratica dell’economia in cui lo scambio economico non riguarda le cose ma anzitutto le persone: cioè le aziende che nascono attorno al mondo benedettino coinvolgono le persone nella loro totalità.

Anche le prime teorizzazioni economiche provengono dal mondo religioso: già nel medioevo ad es. la scuola francescana ha elaborato un concetto di scambio e di circolazione della ricchezza che è centrale nell’economia, ancora oggi. I francescani furono i primi a rompere con la condanna di ogni prestito ad interesse, inteso come inevitabile usura. Il denaro ha un valore – e merita un interesse – se impiegato proficuamente e fatto “circolare”. Solo ai poveri non bisogna chiedere l’interesse di un prestito e in ogni caso, dove è possibile chiederlo, deve essere un interesse limitato. Il tutto avviene entro un quadro in cui concetti come reciprocità o rapporti intersoggettivi sono molto sviluppati. In effetti il concetto di uomo che prevale in quel contesto, che si ispira alla tradizione cristiana, la tradizione dominante, è quello di uomo come persona, non come individuo; cioè come soggetto di relazioni, come soggetto chiamato ad autocomprendersi e soprattutto ad autorealizzarsi in una serie di rapporti che vanno dai rapporti primari, con le persone con cui si vivono le relazioni più profonde, fino ai rapporti sociali. L’economia non può essere vista come espressione dell’individuo, come avverrà nella modernità, ma come espressione di una comunità di persone che interagiscono in reciprocità; che sono tra di loro in un rapporto di interdipendenza nella crescita. Entro questa visione prende sempre più consapevolezza che lo scambio tra persone non può essere limitato all’equiparazione dei beni, non può semplicemente essere uno scambio di equivalenti – dove questi sono gli oggetti – ma deve includere anche relazioni intersoggettive.

Economia civile.  La concezione personalista, oltre alla origine cristiana, ha anche la sua espressione laica, ad es. nell’illuminismo italiano del ‘700. Antonio Genovesi, autore della scuola illuminista di Napoli (città che in quel periodo godeva di una fioritura particolare dal punto di vista delle scienze umane, letteratura e arte) è il primo a parlare esplicitamente di economia civile: guardare cioè all’economia come ad un fatto sociale allargato, che coinvolge l’intera società, non come espressione di un mercato, che invece appartiene a pochi. L’idea di economia civile nasce in quel momento, basata su una concezione antropologica relazionale, di un soggetto che si realizza in rapporti non solo vissuti nel segno della reciprocità, ma che esigono anche la capacità di andare oltre il puro e semplice do ut des. E’ la logica del dono, del gratuito, che trascende la semplice giustizia commutativa, cioè giustizia nei rapporti tra soggetti, basata sull’equiparazione di ciò che ci si scambia, dal punto di vista del valore di mercato. Solo successivamente prenderà il sopravvento la concezione, oggi divenuta tradizionale, di un’economia di tipo individualistico, utilitarista, basata su parametri logico-matematici, che prescindono dal rapporto tra persone.

Nella recente enciclica Caritas in veritate c’è la sottolineatura che tre sono i presupposti su cui l’economia si fonda: a) scambio: contrattazione tra cose; b) equa distribuzione dei beni: mi devo preoccupare se i beni che produco sono veramente distribuiti, oppure se produco beni che sono destinati solo ad alcune categorie di persone, quelle che hanno risolto tutti i bisogni primari e posseggono i beni accessori. Spesso si tratta pure di beni alienanti, falsi, perchè indotti dalla pressione sociale. C’è la contrattazione dell’economia; c’è, in secondo luogo, la corretta distribuzione di ciò che si produce: siamo chiamati in causa non solo su ciò che si produce, ma anche per chi lo si produce. Sono tutti interrogativi che dobbiamo porci. c) dimensione del dono. Questa rimanda ad uno scambio tra persone che trascende il puro livello del rapporto tra cose e dove la dimensione personale è costitutiva dei loro rapporti.

La felicità degli uomini dovrebbe essere l’obiettivo finale dell’economia. Ma la felicità si realizza non solo attraverso i beni materiali, ma ancor più attraverso i beni relazionali. Indagini eseguite sui livelli di felicità – indagini molto difficili perché i parametri variano di volta in volta, quindi non sono validi in termini assoluti – manifestano con chiarezza che c’è possibilità molto maggiore di sviluppo della relazionalità laddove esistono condizioni di ricchezza “medie”. Si tratta cioè di situazioni con una diffusione abbastanza limitata di beni economici, pur essendo, ovviamente, al di sopra di certi livelli minimi – dato che quando la povertà diventa miseria, si creano condizioni di inaccettabilità, anche dal solo punto di vista umano. Pertanto il livello di relazionalità e di felicità è più alto a questi livelli intermedi rispetto ai massimi livelli di ricchezza. Qui in realtà la qualità della vita è più bassa, perché le relazioni umane finiscono con l’essere deprivate della possibilità di uno sviluppo autentico.

Ecco il ruolo del dono: entra in gioco il fatto che l’economia non è soltanto chiamata a distribuire la ricchezza e a realizzare forme di contrattazione ispirate a valori di reciproca fiducia. Il valore della reciprocità è certamente importante, ma per funzionare come realtà a servizio dell’uomo deve favorire processi che sviluppano in senso vero le relazioni umane. Questi processi sono legati alla disposizione di sé nel dono, alla possibilità di vivere la relazione nella dimensione della gratuità. Questo è il vero modo di vivere le relazioni, perché solo dove sono permeate dalla gratuità, le relazioni diventano umanamente significative.

*dalla relazione del prof. Giannino Piana il 14-1-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sul tema: Per una economia del dono. Ringraziamenti a Carla Casiroli per la preziosa opera di sbobinatura.


Per riflettere:

-l’economia benedettina tra le prime forme di economia;

-all’insegna della solidarietà;

-i francescani rompono con la condanna di ogni prestito ad interesse;

-deve esserci la circolazione della ricchezza;

-l’interesse non deve essere richiesto ai poveri;

-l’uomo è considerato persona, non individuo;

-lo scambio tra persone deve includere anche relazioni;

-illuministi napoletani parlarono di economia civile, estesa a tutti, non solo a chi ha accesso al mercato;

-esige il superamento del do ut des con la logica del dono;

-anche la Caritas in veritate parla del dono e dei beni relazionali;

-le relazioni diventano umane solo se permeate di gratuità.



febbraio 8, 2010

INTRODURRE PRINCIPI DEMOCRATICI NELL’ECONOMIA E NELL’INFORMAZIONE*

NON BASTA IL VOTO POLITICO: DEVONO ESSERE COINVOLTI TUTTI I SETTORI CHE CONTANO


Norberto Bobbio diceva che la democrazia non è una realtà che si realizza una volta per tutte: è un processo che deve andare nella direzione della sempre maggiore democratizzazione di tutti gli aspetti della società, nei vari ambiti in cui la vita civile si sviluppa; a partire anche da quelli più ristretti, da quelli che si definiscono legati ai mondi vitali. La democrazia è un processo che va estendendosi nella misura in cui tutto si democratizza, e tutto diventa espressione di partecipazione. La qualità della democrazia si misura dal grado della partecipazione. Con il termine economia civile” si mette l’accento sulla società civile, ossia sul soggetto di questo processo di democratizzazione; di quella “civilizzazione dell’economia”, come la definisce l’enciclica Caritas in veritate (n.38). Economia civile è tale nella misura in cui si assiste ad un processo di civilizzazione, dove il soggetto della società civile diventa l’inevitabile intermedio tra lo Stato e il mercato. L’economia civile non cancella i codici del mercato, ma certamente li ridimensiona, li riorienta; non cancella la funzione fondamentale dello Stato (c’è oggi la tentazione in alcune posizioni di guardare allo Stato come ad una realtà residuale) ma si introduce all’interno e crea un processo partecipativo allargato, che coinvolge Stato e mercato. L’economia civile coinvolge le due realtà tradizionali in una dimensione nuova e diversa, che conferisce all’economia la possibilità di essere una realtà partecipata e, dunque, di essere davvero un’economia che serve l’uomo nella sua interezza: l’uomo come singolo, come umanità e anche come generazioni future. Si tratta di un processo difficile, che ha dei presupposti ben precisi e che può essere messo in atto attraverso varie vie.

Una via è quella del terzo settore. Il terzo settore ha una valenza simbolica molto importante perchè, pur essendo votato alla solidarietà, deve essere capace di reggere la concorrenza e la vita economica, che implica anche l’efficienza. È certamente un settore di rilevo: perché in esso vengono valorizzate le vocazioni personali; perché – ad es. nel sistema delle cooperative – c’è un modo di gestione collettivo; perché, riferendosi ai servizi più che agli oggetti, dovrebbe puntare ai beni relazionali, quelli che più hanno a che fare con la qualità della vita. Il termine “qualità della vita” è molto onnicomprensivo, ma dovrebbe essere riconducibile alla visione relazionale: rapporto con sè stessi, con la totalità del proprio essere, con l’altro, col mondo, con la natura dentro cui siamo immersi, e pure col tempo, perché c’è anche un problema di qualità del tempo, da ritenersi tutt’altro che trascurabile.

La responsabilità sociale dell’azienda è un’altra via all’interno del sistema profit. Questa via implica che l’azienda si preoccupi di coinvolgere nella sua gestione complessiva non solo coloro che vi lavorano, ma anche gli utenti, coloro che vi fanno riferimento perché sono portatori di beni su cui l’azienda fonda la propria attività, tutti coloro che ruotano all’interno della società e che sono chiamati a gestire l’economia nel suo insieme.

La riforma dello Stato sociale è una via molto importante. Qui entra in gioco la politica, ma in termini non esclusivi. Si può ritenere che una delle cause della crisi dello Stato sociale è il fatto che è stato gestito burocraticamente dalla politica, a prescindere dalla società. Anche perché la società si è costituita l’alibi della non partecipazione. Pensiamo a come veniva gestita la solidarietà in contesti più ristretti, come quelli delle società preindustriale: nel bene e nel male, la società era mobilitata. Quando la società si è espansa, è diventata non solo più dilatata, come è oggi, ma anche più mobile. La politica ha avocato a sé la gestione della solidarietà, il che ha prodotto uno Stato sociale gestito dall’alto. Ma la società ha le sue responsabilità, nel senso che, di fronte a questa situazione, anziché entrare nel merito della gestione dello Stato sociale, che è una parte consistente anche dell’economia, praticamente ne ha delegato il controllo e la gestione alla politica. Questa, a sua volta, se ne è impadronita, spesso con logiche spartitorie. La riforma dello Stato sociale passa attraverso un rapporto nuovo tra soggettività sociali che vivono sul territorio e gestione politica. Il che non vuol dire che la politica non debba controllare la gestione dello Stato sociale, ma che ci deve essere uno sforzo di mediazione tra politica e società: strada attraverso la quale è possibile rendere uno Stato più efficiente e più solidale.

Territorializzazione dell’economia: ultimo aspetto che prendiamo in considerazione. Siamo di fronte a un processo di globalizzazione, orizzonte al quale si deve fare riferimento anche a livello economico e dal quale non si può prescindere. Il problema vero è come orientarlo, come guidarlo, come gestirlo. Ma questo non può prescindere anche dall’attenzione al particolare. Universale e particolare non sono in opposizione. Il vero universale è quello che fa parte il più possibile al particolare, altrimenti diventa un universale appiattito, omologato. Il vero particolare è quello che si riconosce particolare, ma aperto all’universale, che non pretende di esaurire in sé la totalità dei processi economico-sociali e così via. È da ritenere che la valorizzazione delle risorse locali – siano esse risorse culturali, risorse legate alla natura del territorio, risorse economiche e sociali – sia un elemento che favorisce maggiore produttività e nello stesso tempo – sempre se giocato in una prospettiva di apertura all’universale – favorisce processi di partecipazione molto maggiori. Infatti quel decentramento consente anche un controllo e una gestione sul terreno economico di processi che, se troppo dilatati, sfuggono alla possibilità di intervento di chi opera sul territorio.

In definitiva,  abbiamo indicato alcune vie per realizzare quella che nella nostra tradizione è stata chiamata economia civile, mentre in ambito anglo-americano si preferisce definire col termine di democratizzazione dell’economia. Si tratta cioè del fatto che l’economia – che oggi diventa un potere sempre più forte – invece di essere solo appannaggio di pochi, dovrebbe avere sempre più numerosi soggetti che partecipano. Allora il soggetto dell’economia diventa la società, diventa l’insieme delle realtà che nella società interagiscono. La democrazia o sarà democrazia economica e democrazia dell’informazione o non sarà democrazia: non perché ci toglieranno il diritto di votare, ma perché i poteri forti, che stanno dietro a tutto, sono sempre più in grado di condizionare le nostre scelte e i nostri voti.

*dalla relazione del prof. Giannino Piana il 14-1-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sul tema: Per una economia del dono. Ringraziamenti a Carla Casiroli per la preziosa opera di sbobinatura.

Per riflettere:

-è possibile civilizzare l’economia?

-quali soggetti lo possono fare e in che modo;

-un’economia che serva l’uomo anche delle generazioni future;

-la via del terzo settore: solidarietà e mercato;

-beni relazionali, riguardanti cioè le relazioni genuine, non strumentali;

-qualità della vita e relazioni;

-responsabilità sociale dell’impresa,

-riforma dello Stato sociale col coinvolgimento delle soggettività sociali che vivono sul territorio;

-territorializzazione dell’economia;

-valorizzazione delle risorse locali;

-non ci sarà democrazia se non sarà anche dell’economia e dell’informazione.

È L’ORA CHE L’ECONOMIA NON TRASCURI PIÙ L’ETICA*

SUPERARE LA VISIONE NATURALISTICA SIA NELL’ECONOMIA CHE NELL’ETICA

Solo da poco più di due secoli si è parlato di economia come scienza. In precedenza erano semplici riflessioni sul comportamento umano nei rapporti di scambio e produzione. Per definirsi come “scientifica”, l’economia ha cercato di ancorarsi a qualcosa di oggettivo, come tutte le scienze della natura. Lo si trovò inizialmente nel comportamento di un uomo particolare, il famigerato homo economicus, privo di sentimenti e di principi etici, ma ben determinato nel perseguire soltanto il proprio interesse egoistico in ogni rapporto di scambio e produzione. Ciò che esula da questo comportamento – emozioni, generosità, senso civico e altri valori – era da considerare non scientifico e quindi non da prendere in considerazione. Così per molto tempo si è contrapposta l’economia all’etica: si riteneva che introdurre l’etica nell’economia significasse svuotare il sistema economico della propria capacità di perseguire degli obiettivi verso cui doveva essere finalizzato.

La riduzione dell’economia ad una scienza naturale è dovuta soprattutto ai fisiocrati, ma anche alle teorie di Smith: comporta che l’economia sia guidata da leggi di natura in senso stretto, leggi assolute, contro le quali non si può andare. Sono le leggi del mercato, di un mercato dove c’è una concorrenzialità libera, assoluta, che non fa i conti con nessuna regola, perché questa diventerebbe un impedimento allo sviluppo della concorrenzialità. Sono le leggi della massimizzazione della produttività e del profitto: per produrre sempre di più bisogna produrre profitto. Questo viene destinato alla produzione, ma anche alla innovazione tecnologica, per raggiungere maggiore produttività. Questa visione dell’economia come scienza naturale, guidata da leggi assolute, fisico-matematiche, che quindi non possono essere contraddette, non può non destare qualche preoccupazione. Considera l’etica una variabile impazzita se introdotta all’interno dell’economia, variabile che produce come conseguenza il disfacimento dell’economia stessa, l’impossibilità dell’economia di funzionare. Tale concezione è fondata su una visione illuministica dello sviluppo, inteso come sviluppo indefinito, illimitato.

Nuove istanze.  Per fortuna questa concezione è venuta meno negli ultimi trent’anni, anche a livello di scienza economica. Si sono fatte strada visioni diverse, è entrata sempre più l’esigenza di fare spazio all’etica all’interno dell’economia, esigenza sollevata anche dagli stessi economisti, non solo da chi si occupa di etica o discipline umanistiche. Ecco alcune tra le più importanti motivazioni che ci aiutano a capire la necessità del superamento di quella visione naturalistica dell’economia, per introdurre l’economia, a tutti gli effetti, come scienza umana.

a)la crisi ecologica, il fatto cioè che la visione illuministica del progresso, per la quale era possibile produrre sempre di più utilizzando in modo indiscriminato le risorse naturali, è entrata profondamente in crisi, perché non faceva i conti con la variabile ecologica. Essa si manifesta sia nella limitatezza delle risorse, con l’impossibilità di utilizzo indiscriminato delle stesse, sia nell’impossibilità di assorbire il sempre più consistente inquinamento, che compromette i beni fondamentali per la vita: aria, acqua e terra, beni sui quali la vita si fonda e trova possibilità di piena espressione.

b)la sperequazione sociale, generata dallo sviluppo basato su quelle stesse leggi economiche. Sperequazione non solo all’interno delle singole nazioni sviluppate – si pensi alle sacche di povertà che esistono anche da noi – ma soprattutto a livello di rapporti tra Nord e Sud del mondo. Il che ha evidenti conseguenze negative, non solo sul terreno etico, ma anche sul versante più propriamente economico. Infatti la sperequazione sociale, al di sopra di certi livelli, ostacola il corretto funzionamento degli stessi meccanismi dell’economia. Dove ad es. la possibilità di accesso ai beni è limitata a un piccolo numero di persone, questi beni, anche se prodotti in misura sempre più consistente, non possono essere comprati. Ne deriva un disagio sul terreno stesso dello sviluppo dell’economia, dovuto alla sproporzione tra ciò che si produce e ciò che si consuma.

c)Il sistema economico globalizzato,  ovvero il mercato unico, che peraltro si accompagna anche al costituirsi di un’ideologia del pensiero unico, cioè dell’ideologia mercantile. Globalizzazione non è solo mercato unico, non è soltanto il fatto che ormai il sistema economico è diventato un sistema unitario – sulla base di una rivincita del capitalismo dopo la caduta dei sistemi dei paesi dell’Est – ma è anche un sistema dove l’economia finanziaria ha il sopravvento sull’economia produttiva. E’ il fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, che ha caratterizzato il mondo occidentale e ha prodotto la crisi che tutti conosciamo, una crisi di sistema, strutturale, non solo congiunturale.

Una domanda di etica per ragioni economiche emerge, quindi, nella stessa scienza economica. Chi riflette sulle questioni dell’economia dal punto di vista etico, non può che salutare con piacere il fatto che qualificati economisti, come Stiglitz o Sen, sottolineano sempre più l’esigenza di questa istanza etica all’interno dell’economia per ragioni economiche. Se l’economia prescinde dall’etica, dall’attenzione al problema ambientale, dai riflessi sociali della produzione, non funziona neppure come economia. Pare importante questo dato: la sottolineatura che viene emergendo all’interno della scienza economica che c’è bisogno di etica per far funzionare l’economia, che c’è bisogno di etica perchè il sistema economico possa porsi al servizio della crescita umana. Tutto ciò fa dell’economia una scienza umana: pertanto, come tutte le scienze umane, non è riconducibile a logiche naturalistiche, di tipo scientifico-matematico.

Bene comune globale.  Si noti che questo sollecita anche l’etica ad uscire da una prospettiva naturalistica. Nel passato lo scontro era tra due forme di ideologie naturalistiche: da una parte l’ideologia economica e dall’altra l’etica, che si basava su un concetto di legge naturale di tipo nettamente fissista. Questo impediva all’etica la possibilità di confrontarsi con la mobilità dei processi sociali in genere e dei processi economici in particolare. Se si vuole una comunicazione o interazione tra etica ed economia occorre uno sforzo da entrambe le parti per superare queste concezioni naturalistiche e riuscire a individuare dei processi che consentano al sistema economico di essere al servizio della crescita umana nella sua globalità: ossia non solo di tutti gli uomini esistenti (espressione cara all’enciclica “Populorum progressio”) ma anche dell’umanità futura. Si tratta di un concetto di bene comune e di interesse generale che va letto in prospettiva non solo sincronica – tutti gli uomini – ma anche in prospettiva diacronica: siamo responsabili di consegnare alle generazioni future un mondo che sia abitabile, in cui possano crescere in modo autentico e in tutte le dimensioni della loro esperienza personale.

*dalla relazione del prof. Giannino Piana il 14-1-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sul tema: Per una economia del dono. Ringraziamenti a Carla Casiroli per la preziosa opera di sbobinatura.

Per riflettere:

-sforzo di fondare l’economia come scienza naturale;

-con leggi assolute contro cui non si può andare;

-l’ipotesi irreale di homo economicus;

-visione illuministica di sviluppo illimitato;

-l’etica doveva star fuori dall’economia;

-fattori che hanno fatto cambiare opinione negli ultimi trent’anni:

-crisi ecologica;

-sperequazione sociale, che impedisce di comprare quello che viene prodotto;

-globalizzazione, con mercato unico e pensiero unico;

-finanziarizzazione dell’economia;

-oggi c’è domanda di etica per ragioni economiche:

-senza etica, ambiente, socialità, l’economia non funziona;

-l’economia è una scienza umana, non riconducibile a logiche naturalistico-matematiche;

-anche l’etica deve superare concezioni naturalistiche di tipo fissista;

-bene comune in prospettiva sincronica e diacronica.

gennaio 1, 2010

RIVALITÀ O COLLABORAZIONE TRA STATO E CHIESA?*

L’ESPERIENZA AMERICANA E QUELLA EUROPEA A CONFRONTO

I rifugiati dall’Europa, sfuggiti alle persecuzioni perché appartenenti a minoranze religiose, sono stati i primi coloni del territorio americano, quelli che furono chiamati i padri pellegrini. Trovarono là un terreno di libertà. Questo spiega perché ancora oggi gli americani vedono nello stato l’espressione positiva della propria libertà, nonché il vero fattore di unificazione: pertanto lo stato è accettato con favore. Esattamente il contrario di quanto avviene in Europa, dove spesso, specie in Italia, è identificato con l’oppressore. Le bandiere, ovunque esibite nelle case e anche nelle chiese americane, non identificano una particolare etnia o religione, ma rappresentano appunto il fattore unificante e la libertà acquisita. Quando si parla di nazionalismo americano si usa un termine sbagliato, perché non c’è mai stata una sola nazione, ma un insieme di nazioni, gli Stati Uniti, appunto. Composti, a loro volta, da una pluralità di etnie e religioni, senza particolari prevalenze. Si parla di un paese dalle mille minoranze. Vige una rigida separazione tra stato e chiesa, per cui, ad es., è tassativamente vietato insegnare una religione nelle scuole pubbliche. Tuttavia di religioni si parla nelle scuole molto più che da noi e, in generale, il grande paese nord americano appare molto più religioso dei paesi europei. Pertanto l’esperienza americana può molto insegnarci sui rapporti tra stato e chiesa. Eccone alcuni aspetti.

Valori civili.  La costituzione della repubblica ha per gli americani un valore quasi religioso e nelle chiese si prega per lo stato. Anche se il modello statuale è lo stesso dell’Europa, nato dalla Rivoluzione francese, si configura in maniera diversa perché gli stati non sono basati sull’etnia o la religione maggioritaria, come in Europa. Nel vecchio continente lo stato laico è visto dalle chiese come un elemento che viene a limitare l’autorità e i privilegi delle chiese stesse, mentre in America c’è più collaborazione. Analogamente c’è meno rivalità tra autorità centrale e periferica: l’unità – grande valore della democrazia americana – richiede e si concretizza nella solidarietà. La festa più importante negli Stati Uniti (maggiore anche del Natale o della Pasqua) non è una festa religiosa, ma civile: il giorno del ringraziamento (quarto giovedì di novembre) nel quale si ringrazia per essere americani e avere la libertà. Una festa che ricorda l’arrivo dei padri pellegrini e il loro banchetto con gli indiani del posto. Più importante anche del 4 luglio che è la festa nazionale, pure condivisa da tutti; invece le feste religiose riguardano soltanto una parte della popolazione americana. Anche l’esercito negli Stati Uniti ha il significato di garanzia dell’unità; poiché lo stato rappresenta il collante comune, l’esercito gode di un attaccamento popolare che non ha paragone in Europa, diffuso in tutti i partiti politici e in tutti gli strati sociali. Infine non va dimenticato che chi non paga le tasse è disprezzato dall’opinione pubblica, a differenza che da noi, e così per chi non paga i contributi della colf o viene meno al rispetto per le istituzioni o alla moralità pubblica.

Conquiste graduali.  Prima della seconda guerra mondiale, lo Stato americano era espressione di una maggioranza bianca e protestante. Le diverse minoranze erano escluse dal voto e chi ne faceva parte era considerato non cittadino: prima dell’inizio del secolo scorso erano escluse le donne, poi restarono esclusi gli afro americani e gli ebrei, fino alla stagione dei diritti civili; erano fuori persino i cattolici (delle comunità italiana, irlandese, polacca..), praticamente fino alla presidenza di Kennedy. La situazione di queste minoranze era analoga a quella delle minoranze in Europa, cioè vivevano come cittadini di serie b, spesso con leggi speciali per loro. Le chiese in Europa tendono a identificarsi con l’etnia dominante per ricuperare un carattere nazionale e con ciò privilegi perduti. Ci fu così la stagione dei concordati. Tra questi va ricordato quello della chiesa cattolica con la Polonia. Qui c’era una situazione particolare: se la forte minoranza ebraica (qualche milione di persone) fosse stata inclusa nello Stato, la Polonia sarebbe stata riconosciuta come Stato multietnico e multireligioso; se invece gli ebrei non fossero stati riconosciuti come cittadini, la Polonia diventava uno stato cattolico. La chiesa prese fin dall’inizio del secolo una posizione molto forte contro il riconoscimento degli ebrei. Questo fatto ebbe un’importanza che è andata ben al di là delle vicende polacche, perché, di fronte all’immane tragedia della shoà, pur essendo certamente contraria ai massacri, la chiesa cattolica non è stata in grado di rimangiarsi il favore espresso in precedenza per la discriminazione civile degli ebrei.

Nel dopoguerra si passa dallo Stato della maggioranza allo Stato di tutti.  Vengono riconosciuti per tutti gli uomini del globo i diritti umani (con la dichiarazione del 1948); con l’ONU viene limitata la sovranità degli stati e dichiarata non più legittima alcuna apartheid, né lo stato confessionale. La costituzione italiana risente ancora del clima precedente, quando ad es. consente rapporti privilegiati con la chiesa cattolica rispetto alle altre chiese. Tuttavia la nostra costituzione, concepita contemporaneamente alla dichiarazione universale dei diritti umani, ne recepisce in pieno l’orientamento universalista, essendo, proprio per questo motivo, una delle più avanzate nel mondo. Nella costituzione americana non furono necessarie modifiche sostanziali, ma la semplice estensione della cittadinanza a ogni persona, anche agli afro americani. Dal punto di vista delle chiese il problema si sposta nel tradurre i propri principi in uno stato che includa tutte le componenti e che quindi non può più essere confessionale. Il problema di questo cambio di impostazione implica la piena accettazione dello stato e dei meccanismi democratici, cosa che è facile in America, dove lo stato non è antagonistico alle chiese, ma non altrettanto in Europa. Qui la piena accettazione della democrazia si è resa possibile solo dopo il concilio Vaticano II, ma ancora oggi non sembra del tutto recepita dal potere religioso. Forse sta proprio qui il nodo centrale da sciogliere: l’eccessivo affidamento delle chiese alla ricerca di potere politico – allontanandosi peraltro dallo spirito evangelico. Questa conclusione può essere tratta dalle brevi indicazioni sopra riportate, assieme all’altra, ben nota, circa la positività e la reciproca fecondazione tra le diversità compresenti. Il melting pot è forse il massimo fattore del successo americano nel mondo e dovrebbe far riflettere chi sostiene la purezza di certi valori identitari del passato.

*dalle lezioni del prof. Gabriele Boccaccini nel luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.


Per riflettere:

-lo Stato come fattore di libertà e unificazione per i padri pellegrini;

-negli USA c’è più separazione ma più collaborazione tra stati e chiese;

-la discriminazione civile degli ebrei polacchi tra i fattori della shoà;

-conquiste graduali della democrazia;

-nel dopoguerra si passa dallo Stato della maggioranza allo Stato di tutti;

-piena accettazione della democrazia da parte della chiesa.

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dicembre 27, 2009

PAURA O SPERANZA?

RIFLESSIONI SULLE VICENDE DELL’AMERICA DI OBAMA

È noto che l’Italia figura tra i paesi occidentali con più bassi livelli di istruzione. Un altro dato molto significativo è che gli scolari italiani che studiano nei paesi esteri conseguono di solito risultati peggiori degli altri studenti. E non certo perché non abbiano capacità, ma perché è stato loro insegnato dalla famiglia che è meglio puntare sulla furbizia piuttosto che sullo studio e la preparazione professionale. Oggi poi grazie ai modelli imposti dalla televisione, la pubblicità onnipresente, la preferenza dell’apparire sull’essere, la semplificazione populistica dei problemi complessi e in genere quella mentalità spesso indicata col termine berlusconismo, sembra che questi atteggiamenti si siano ulteriormente accentuati. È inoltre probabile che questi stessi atteggiamenti “viziosi”, estesi alla grande finanza e alle grandi scelte economiche, siano all’origine dell’attuale crisi economica mondiale (si veda in questo stesso sito la scheda: Due componenti per comprendere la crisi). Sono dati che non consentono grandi aspettative per il nostro paese, in un mondo ormai largamente globalizzato, dove la qualità del fattore umano sarà sempre più determinante in ogni campo e territorio. L’esperienza dell’America di Obama ci può fornire al riguardo qualche barlume di speranza.

La destra religiosa.  Bisogna risalire alle due precedenti vittorie di Bush per vedere come si è mosso Obama per scompigliare le carte degli avversari. Le vittorie di Bush furono favorite dall’appoggio della Christian coalition. Questo raggruppamento nacque verso la fine degli anni ’80 del secolo scorso in modo trasversale tra le diverse chiese, prevalentemente protestanti. Lo scopo dichiarato era quello di portare avanti a livello politico alcuni temi etici come: aborto, eutanasia, omosessualità, fecondazione e, più di recente, anche la scuola privata, l’insegnamento del creazionismo, lo scontro di civiltà. È interessante vedere cosa non è compreso in questo elenco: la pena di morte, sostenuta anzi dalla Christian coalition, il divorzio, ammesso da talune chiese e non considerato tema abbastanza popolare, la guerra, i temi sociali, come la lotta alla povertà: tutto ciò non interessa alla coalizione.

Un uso strumentale di questi temi può essere ravvisato nella sua azione: vengono scelti quando consentono di raggiungere più facilmente la maggioranza politica, mentre sono abbandonati se poco sentiti dagli elettori. Forse lo scopo vero della Christian coalition è il tentativo di far guadagnare alle chiese americane quell’incisività politica, già vista altrove ma non negli Stati Uniti. Sta di fatto che la Christian coalition, agisce con vocazione maggioritaria, che giunge in taluni casi a controllare o a dividere le chiese stesse. Un’altra caratteristica è la connessione con una parte politica, specificamente quella conservatrice. Vi è stato il tentativo di conquistare il partito repubblicano o comunque di condizionarne la leadership. In definitiva la strategia vincente fu l’alleanza tra destra politica e destra religiosa. Questa saldatura si è verificata soprattutto con la seconda presidenza Bush. Mentre la prima non era religiosamente marcata, nella seconda, specie dopo l’11 settembre, egli divenne paladino della Christian coalition. Così nella seconda elezione, come è noto, furono determinanti questi voti evangelici per la sua vittoria. Oggi la coalizione trova favore anche in parte del mondo cattolico. Questo schema, che sembra non dispiacesse neppure all’attuale pontefice, è stato riproposto altrove, specie in Europa, ma non ebbe molto successo se non in Italia.

Obama ha preso sul serio le ragioni degli avversari. Non le ha banalizzate o ridicolizzate. Non si è soffermato sulle gaffes di Bush, quando diceva che era contento dell’ignoranza e dell’ingenuità dei suoi elettori. Ha preso sul serio anche le loro paure. Ha più concretamente tentato di comprendere quali siano stati gli errori della propria parte. Non si è lasciato intimorire dalla carenza di mezzi economici a disposizione rispetto agli avversari di destra, o dalla sproporzione nel controllo delle reti televisive, come la nostra sinistra italiana. È andato nei feudi repubblicani e in quelli della Christian coalition, proponendo le diverse alternative tra le scelte politiche, chiedendo agli elettori di scegliere le priorità tra di esse. Ovviamente dopo aver elaborato una serie di strategie che non trascuravano i veri problemi dell’umanità: i rischi ecologici, la guerra, la crisi economica, gli squilibri, l’educazione… Di fronte a questa sua concretezza gli oppositori si sono divisi e lui ne ha conquistato una parte.

yes, we can”.  Va tenuto presente che la destra oggi ha capito che col conservatorismo non si va avanti. Pertanto si presenta ovunque come riformatrice e innovatrice: in tal modo l’elettore non percepisce più facilmente la differenza tra destra e sinistra, affidando la scelta a emozioni, ricordi, pregiudizi, inconscio o altri aspetti non razionali. In parole povere la destra fa leva sulla “pancia” degli elettori, utilizzando i potenti strumenti della moderna pubblicità e marketing: basta disporre di una sufficiente massa di capitale, “investirla” in pubblicità elettorale e la vittoria è garantita. Di fronte a questa vera e propria degenerazione della democrazia in plutocrazia (governo dei ricchi), ci si può rassegnare all’one way liberista, oppure si può reagire, con una buona dose di ottimismo e di speranza, forse anche di utopia, affermando la possibilità di effettuare scelte razionali: è stata quest’ultima la via imboccata da Obama, condensata nel motto: “yes, we can”.

Puntare sui problemi veri anziché sulle paure indotte; tenere aperti gli occhi sul futuro e sul mondo intero, dato che siamo entrati in un percorso irreversibilie di globalizzazione; guardare alle proprie pecche prima di sfruttare quelle degli avversari (come non pensare, ad es. che Berlusconi si sia giovato dell’ignoranza prodotta da certe posizioni anti meritocratiche della sinistra, dal degrado della scuola o dall’imbarbarimento televisivo cui la sinistra non ha saputo opporsi?); prendere sul serio le ragioni degli avversari; non strumentalizzare le religioni: questi i punti nodali della strategia vincente di Obama. Una conferma che, volendo, si possano cambiare le cose, che possano prevalere le idee sulla demagogia, i progetti sugli slogan pubblicitari, la fede sulla religione, la speranza sulla paura.

*dalle lezioni del prof. Gabriele Boccaccini nel luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano

Per riflettere:

-carenza educativa in Italia;

-si preferisce la furbizia allo studio;

-Christian coalition: alleanza tra destra politica e destra religiosa;

-uso strumentale dei temi etici: aborto, eutanasia omosessualità, fecondazione, scuola privata..;

-si invece a: pena di morte, guerra, disoccupazione, povertà..;

– Obama non ha banalizzato le ragioni, le paure, le gaffes degli avversari;

-è andato nei loro feudi chiedendo di scegliere tra le alternative possibili;

-oggi la destra ha abbandonato il conservatorismo;

-c’è il rischio di una degenerazione plutocratica;

-possono prevalere le idee sulla demagogia, i progetti sugli spot?

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dicembre 21, 2009

INTEGRARE GLI IMMIGRATI CONVIENE*

PROGETTARE UNA SOCIETÀ  MULTIETNICA

ESPERIENZE POSITIVE DEL BILINGUISMO

Perché una società  possa definirsi multietnica o multireligiosa non basta la compresenza di diverse etnie o religioni. È necessario anche un clima di accettazione e di pacifica convivenza. Questo clima non si ottiene automaticamente, dato che tutti abbiamo un’istintiva diffidenza verso l’estraneo e il diverso. Sono necessarie politiche apposite di integrazione, finalizzate alla realizzazione di un certo modello di società, per evitare possibili esiti negativi come il conflitto, la ghettizzazione, l’assimilazione forzata. È opportuno riferirsi all’esperienza degli Stati Uniti, i quali, essendo composti in gran parte da immigrati provenienti da ogni parte del mondo, hanno per primi affrontato il problema dell’integrazione, sperimentando pregi e difetti delle diverse alternative.

Integrazione:  questo termine può essere riferito all’individuo oppure a intere comunità etniche di immigrati: queste hanno molto peso negli Stati Uniti, assai più che in Europa; tanto più peso quanto meglio sono organizzate, fino a divenire veri e propri gruppi di pressione o lobbies. Cruciale per l’integrazione è la scuola, in particolare la centralità della scuola pubblica. All’inizio negli Stati Uniti si passò per una fase di assimilazione forzata, secondo la quale, ad es. i figli degli immigranti che parlavano lingue diverse dall’inglese venivano ridicolizzati e puniti. Si giunse a casi estremi di allontanamento di giovani indiani americani dalle famiglie, perché potessero più rapidamente abbandonare le proprie tradizioni, cultura e lingua. I risultati, ovviamente, furono disastrosi. I giovani ai quali si chiedeva di disprezzare le proprie radici e rinnegare la cultura dei propri genitori, reagivano con l’odio e il rifiuto verso quella società alla quale si voleva forzatamente assimilarli.  Successivamente, si tentò l’esperimento opposto, riconoscendo il diritto dei giovani a mantenere la propria lingua al punto da istituire scuole specifiche per le minoranze linguistiche: così però l’integrazione non veniva facilitata. Si crearono solo dei ghetti dove il risentimento e l’odio tra etnie diverse trovava terreno fertile.

Il bilinguismo oggi finalmente ha molto successo. Anzitutto è valido sul piano formativo, perché rende più elastica la mente. Ma è anche utile per la società. Dopo l’11 settembre, ad es., si manifestò negli USA l’opportunità di poter disporre di persone con buona conoscenza di alcune lingue orientali, come l’arabo o il pastuni. Preparare esperti di tali lingue avrebbe richiesto tempo e spese non indifferenti. Si trovò una soluzione molto più conveniente: creare occasioni agli immigrati originari di quei paesi (molti dei quali hanno studiato, pur svolgendo mansioni inferiori) di coltivare la propria lingua originaria, insegnandola, ad es., nei doposcuola riservati ai giovani dei paesi stessi. Così, mentre tutti studiano in inglese la mattina nella scuola principale assieme ai loro coetanei di etnie diverse, nel pomeriggio frequentano (una volta alla settimana) il loro doposcuola etnico, che consente di non perdere il patrimonio di cultura e lingua del paese d’origine. È un patrimonio che non serve soltanto agli immigrati ma anche alla società di arrivo, la quale avrà sempre più bisogno di conoscere per comprendere l’interlocutore, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso. Gli Stati Uniti hanno in larghissima misura costruito la loro fortuna nell’economia globale grazie alla presenza al proprio interno di gruppi etnici organizzati con forti legami culturali ed economici con i paesi di provenienza.

Rappresentatività politica.  Tutto ciò richiede ovviamente il riconoscimento anche politico delle comunità etniche immigrate. Bisognerà prevedere come organizzare in concreto questa rappresentatività. Sembra da evitare quello che sta avvenendo da noi con la comunità islamica. La rappresentatività viene di fatto riconosciuta dal governo di centro destra soltanto ad alcune sparute associazioni islamiche, ideologicamente schierate contro l’Islam terroristico. Ma l’Islam non è tutto terroristico: lo è soltanto in talune frange estreme. Per paura del terrorismo si esclude così la grande massa di mussulmani onesti e pacifici, si produce solo risentimento e si crea un terreno fertile per la propaganda anti-occidentale.

Come conclusione di queste brevi riflessioni possiamo trarre un paio di idee. Una è che la democrazia richiede una visione di fondo positiva dell’uomo, un certo ottimismo antropologico. Se si vede in ogni islamico un terrorista si minano le basi della convivenza pacifica. La seconda riguarda invece la reciprocità. Una regola aurea è quella di garantire una reciprocità tra diritti e doveri degli immigrati. Di solito le destre mettono l’accento sui doveri, mentre le sinistre sui diritti. È invece opportuno che i diritti vengano concessi a fronte dell’assunzione di doveri. Anche per questo va favorita la rappresentatività degli immigrati, configurando il diritto-dovere all’educazione bilingue attraverso l’istituzione di corsi di doposcuola nelle lingue principali dell’immigrazione (cinese, arabo, romeno, albanese, spagnolo…). Tutto ciò è conveniente non solo sul piano dell’integrazione linguistica e culturale (contrariamente a quanto si possa pensare, il bilinguismo facilita e accelera l’apprendimento dell’italiano), ma anche sul piano strettamente economico (il sistema Italia avrà sempre più bisogno nei prossimi decenni di personale bilingue che favorisca gli scambi commerciali ed economici a livello globale). Se l’apprendimento della lingua e della cultura italiane è condizione essenziale per l’integrazione, sopprimere le lingue degli immigrati significa stupidamente privare l’intero paese di una risorsa importante e preziosa per tutti. La risposta è l’educazione bilingue.

*dalle lezioni del prof. Gabriele Boccaccini nel luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano

Per riflettere:

-l’esperienza americana di integrazione;

-dall’assimilazione forzata alla ghettizzazione;

-bilinguismo con doposcuola nella lingua d’origine;

-organizzare democraticamente la rappresentatività politica;

-è necessario un certo ottimismo antropologico;

-reciprocità tra diritti e doveri degli immigrati;

-diritto-dovere all’educazione bilingue.

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ottobre 30, 2009

VERSO UN NUOVO INDIVIDUALISMO?*

RISPONDERE ALLE MODIFICHE ANTROPOLIGICHE IN ATTO

In un mondo di grandi mutamenti,  quello che forse ci sfugge maggiormente è la comprensione dei mutamenti nella mentalità corrente. La sinistra tradizionale, ad es., riteneva possibile indurre l’individuo a sacrificare le proprie istanze personali in nome della causa collettiva. E per un certo periodo aveva pure ottenuto un discreto successo. Oggi però, dopo decenni di benessere, di liberismo, di consumismo, le cose sembrano radicalmente mutate. L’individualismo è diventata la mentalità prevalente, specie tra i giovani, un individualismo che nasce dall’esclusivismo, cioè dal principio della “mors tua vita mea”, dominante nell’economia. Oggi l’individuo ha un approccio alla realtà di tipo sistemico, cioè considera i diversi ambiti in cui il sistema della convivenza si articola – l’economia, la politica, il sapere, le relazioni intime, la sfera religiosa.. – come altrettanti strumenti da utilizzare o da sfruttare per la propria realizzazione, senza legare la propria identità a nessuno di essi. Lo spirito di fondo che anima l’individuo è una specie di opportunismo pragmatico che non obbedisce a visioni sintetiche e si spende in quello che potremmo chiamare il bricolage esistenziale: tutto può andar bene, purché procuri soddisfazioni individualistiche. È ovvio che un individuo del genere rifiuti quei valori universali e quei significati collettivi (come l’uguaglianza) – enfatizzati e persino sacralizzati talvolta dalla sinistra – i quali esigono che l’individuo debba cancellarsi a loro vantaggio. Questi valori sovrimposti all’individuo vengono rifiutati nella cultura attuale, sono avvertiti come una dimensione negativa dell’esistenza, fino a diventare veri e propri disvalori. Occorre invece presentare i valori che interessano l’individuo.

Principio di non appagamento.  Nel campo politico, ad es., la democrazia necessita di quello che Aldo Moro chiamava principio di non appagamento. Essa può languire e persino regredire qualora non si sia in grado di portare più in alto le ambizioni della democrazia stessa, rispetto ai suoi compiti fondamentali: condivisione delle risorse della convivenza e trasformazione delle condizioni di ingiustizia, emarginazione ed esclusione, che impediscono una convivenza giusta. Questo messaggio oggi non può essere dato se non con l’idea che il cambiamento è valido e vantaggioso per tutti. Un progetto di convivenza giusta non dovrebbe confondersi con un messaggio negativo di appiattimento delle differenze legittime. Non bisogna cadere in una visione egalitaristica che elimini le differenze, idea che non ha giovato alla sua condivisione. L’idea di giustizia, in altri termini, deve coniugarsi col rispetto delle differenze, andando oltre la dicotomia giustizia libertà, che in passato ha penalizzato un ideale democratico radicale. Dobbiamo dunque chiederci come rilanciare un’immagine positiva del cambiamento e della democrazia come luogo del cambiamento. Quindi come rianimare procedure e valori in linea con la costruzione della democrazia. Bisogna lavorare non solo con la testa ma anche con le emozioni. Come afferma Castoriadis (in: La rivoluzione democratica, Elèuthera 2001) è necessario uno sforzo creativo dell’immaginario, oltre ad essere ancorati alla storia del Paese. Occorre “creare quelle istituzioni che, interiorizzate dagli individui, ne facilitino il più possibile l’accesso all’autonomia individuale e la possibilità di una effettiva partecipazione ad ogni forma di potere esplicito esistente nella società”. Ciò esige capacità creativa ma anche elaborazione dei materiali già dati per costruire l’edificio democratico.

Individualità virtuosa.  Tra questi materiali c’è l’individualità: si tratta di un concetto che si differenzia dall’individualismo sopra considerato, perchè questo soggetto cerca relazioni con altri individui, cioè si vuole come persona. Già Gramsci diceva che il compito ultimo della politica era il soggetto individuale. In ultima istanza la politica deve costruire l’individuo. Si tratta di un discorso serio, né impolitico né apolitico. Il problema è di chiarire quale individuo debba essere costruito. Non certo quello individualistico, cinico, autoreferenziale, ma quello che cerca di elaborarsi come individualità virtuosa; non annulla il carattere relazionale nel proprio stile di vita ma cerca di costruire una relazione di tipo nuovo. Parte dall’idea che la pluralità di individui in cui ci troviamo è qualcosa di positivo. Altrettanto positivo è oggi il maggior accesso a cultura e informazioni, ciò che potrebbe consentire maggiore protagonismo. L’emersione dell’individualità procede di pari passo con una comprensibile emancipazione della società rispetto ad una politica pervasiva e impositiva. È questa una radice buona dell’attuale crisi della politica e anche dell’enfasi su ciò che viene chiamata antipolitica. Questa crisi significa anche maggiore potenza del sociale perché quello che prima passava attraverso le mediazioni indebite della politica oggi prende altre strade. Ecco dunque in tutto ciò un aspetto positivo, che emerge nel potenziamento delle energie dal basso, manifestate tramite le espressioni dell’individualità e dei soggetti della società civile. Questa è una risorsa della democrazia, non un rifiuto.

Non esclusione.  Possiamo a questo punto porci questa domanda: ammessa la positività dell’individuo, sono tutti in grado di esprimersi come individui e di manifestare la ricchezza della loro individualità? Esaltare l’individualità in modo assoluto potrebbe portare a vere e proprie discriminazioni e non solo a marcare giuste differenze. C’è il rischio che qualcuno si arroghi il privilegio di diventare “più individuo” di altri. Una individualità proclamata indifferenziatamente non tiene conto del contesto in cui le differenze non rendono a tutti accessibile proprio una buona individualità. Pertanto se si vuole davvero realizzare l’individualità come valore in tutti e non solo in alcuni, c’è bisogno di un agire politico che sappia offrire le opportunità a tutti e quindi possa valutare il merito individuale senza restrizioni a monte. È questa la via per la quale l’insistenza sull’individuo non diventa una esclusione nei confronti degli altri: o c’è una capacità di individualizzazione universale oppure si cade in una cultura di tipo escludente. Ora, per fare in modo che tutti gli individui possano esprimere la propria capacità di individualizzazione, occorre l’agire politico. Per questa via una buona individualità esige un agire politico capace di creare condizioni eguali per la realizzazione dell’individualità da parte di tutti. Allora il discrimine tra una cultura autoreferenziale, che porta all’esclusione, al rifiuto della relazione, e la cultura della buona individualità, che esige la diffusione dei valori dell’individualità relazionale, richiede una politica che crei eguali opportunità per tutti. Si dovrebbe quindi puntare su una politica capace di produrre per tutti individualità ricche e originali. È un compito non facile, ma ineludibile, perchè la cifra dell’individuo è davvero la cifra prevalente nella cultura del nostro tempo.

Individualismo dell’impegno autodeterminato è il concetto elaborato da Ulrich Beck. Già Nietzsche, che viene affrettatamente indicato come campione dell’individualismo egoistico, aveva colto la possibilità evolutiva dell’individuo verso un vivere e un agire come individuo collettivo. Ciò avviene allorché, nel più alto grado di moralità finora raggiunto, la conoscenza lo mette in grado di anteporre il massimo utile, cioè l’utile generale e durevole, a quello personale (egoistico) e lo mette in grado di anteporre l’onorevole riconoscimento di valori generali e durevoli a quelli momentanei. In questo senso si può parlare di una morale dell’individuo maturo, capace di relazione collettiva, ma al tempo stesso non richiedente il sacrificio di ciò che è personale in noi, diceva sempre Nietzsche, come se esso fosse la parte cattiva. In sintesi si tratta di un individuo che realizza la coincidenza tra il massimo vantaggio proprio (purché non inteso in senso rozzo e incivile) e il vantaggio per i propri simili. Si potrebbe avere così la sutura tra individuale e collettivo, cosa di cui la cultura progressista precedente non è stata capace, perché ha sacrificato l’individuo al collettivo universale astratto. Parlando di individualismo dell’impegno autoderminato Beck dice: “Molti non riconoscono che il declino delle forme degli ordinamenti sociali tradizionali, espressione delle classi sociali, delle comunità religiose e della famiglia tradizionale, non necessariamente provoca il dilagare della disinformazione e dell’anomia. Piuttosto va sviluppandosi un’etica dell’autorealizzazione e dell’autoresponsabilità, che rappresenta una delle maggiori conquiste e fonti di significato delle moderne società. L’individuo che sceglie, decide e mette in scena sé stesso, che si considera come autore della propria vita, come creatore della propria identità, è la figura guida della nostra epoca.” Quali sono le doti di questo individuo? Sono fondamentalmente due: la capacità di dono e la capacità di reagire insieme ai rischi presenti nella storia in quanto caratterizzata da problemi non solo sociali ma anche ambientali (su questo secondo aspetto insiste molto la riflessione di Beck, qui ripresa liberamente). Si tratta di organizzarsi per affrontare insieme i rischi di una convivenza minacciata dallo spreco delle risorse, dell’inquinamento ambientale e da tutto ciò che può condurre a un futuro fortemente negativo. Il dono, presente a piene mani nell’enciclica Caritas in veritate, viene collegato specificamente all’ambito di un’economia cui non sia estranea la gratuità (basti pensare specialmente alle possibilità dell’economia dei beni immateriali, per es. al software gratuito, a Wikipedia, nonostante certi suoi risvolti discutibili sul piano del rigore. Ora interessa far scaturire da una riflessione sull’individualità le possibilità costruttive che provengono dalla capacità di dono e di reazione al rischio.

Società civile globale.  Questa individualità matura o relazionale, su cui la politica democratica potrebbe far leva, è il nucleo più significativo di ciò che oggi chiamiamo la società civile globale. La quale è transnazionale e fa riferimento a una solidarietà basata su input di natura antropologica. In precedenza si parlava di solidarietà di natura strettamente sociale (si pensi alla classe operaia, alle grandi organizzazioni sociali, ecc.). La solidarietà planetaria invece ha una radice antropologica, così come il dono è una risorsa di natura antropologica, fa parte di un’espressione dell’umano in quanto tale, al di là delle stesse differenze sociali. In questa nuova società civile globale in via di formazione dobbiamo mettere in evidenza un cespite molto interessante e anche problematico. Attraverso internet oggi si può creare solidarietà su problemi puntuali nei confronti dei quali si realizza un’organizzazione anche molto forte di contestazione e quindi di protagonismo, certamente di tipo democratico e partecipativo. Una contestazione, anche nei confronti dei grandi leaders mondiali, che prima sarebbe stata impensabile. La società civile globale, grazie anche a internet o alla comunicazione in rete, è una grande speranza per la partecipazione democratica. Ha limiti speculari alla facilità di organizzazione di cui questa società civile dispone: ci si può ridurre a manifestazioni che si concludono in una semplice espressività delle istanze nuove, senza entrare nella “stanza dei bottoni”. Lo sforzo dovrebbe essere quello di dare più posto alle organizzazioni della società civile nell’Onu e negli altri organismi internazionali. Attualmente esistono già canali di partecipazione, ma sono inadeguati. C’è qui da segnalare, in conclusione, il grande potenziale di partecipazione democratica transnazionale, che pone le premesse di una democrazia cosmopolitica, ma è un processo non facile, che va coltivato con sforzi adeguati alla posta in gioco, con responsabilità e lungimiranza.

*dalle lezioni del prof. Francesco Totaro il 18 e 19 luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano

Per riflettere:

-si è diffuso un individualismo che nasce dall’esclusivismo economico;

-opportunismo pragmatico: non si è più disposti a sacrificarsi per una causa collettiva;

-principio di non appagamento: alzare le ambizioni della democrazia;

-rilanciare un’immagine positiva del cambiamento;

-democrazia come luogo del cambiamento;

– la politica quale individuo deve costruire?

-quello con individualità virtuosa, che cerca di intessere relazioni di tipo nuovo;

-emancipazione della società da una politica pervasiva e impositiva;

-perché tutti possano esprimere la propria capacità di individualizzazione occorre l’agire politico;

-creare uguali opportunità per tutti;

-la conoscenza fa anteporre l’utile generale e durevole a quello egoistico e momentaneo;

-sutura tra individuale e collettivo di cui la cultura precedente non è stata capace;

-etica dell’autorealizzazione e dell’autoresponsabilità;

-si richiedono capacità di dono e di reagire insieme di fronte ai rischi;

-società civile globale grazie a internet è grande speranza democratica.

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ottobre 24, 2009

QUALI FONDAMENTA PER LA DEMOCRAZIA?

DSCF1312EROSIONE MEDIATICA ALLE BASI DELLA CONVIVENZA

A Milano si dice che la fabbrica del Duomo non è mai finita. Si tratta di un edificio ampio, complesso e delicato che richiede continui rifacimenti, aggiustamenti, manutenzioni, altrimenti potrebbe alla lunga persino crollare. L’edificio della democrazia è altrettanto complesso e delicato, dotato come il Duomo di aspetti simbolici, storici, estetici, ecc., ma ha un’esigenza in più: quella di poter diventare la casa comune, dove ogni cittadino, qualunque sia la propria origine o identità, possa sentirsi a casa, a proprio agio. A tal fine non sembra che la via seguita in Francia, quella di eliminare negli ambienti pubblici ogni segno di identità etnica o religiosa, possa essere considerata la via migliore. Può essere comprensibile in un paese che è stato dilaniato, in un passato non troppo lontano, da sanguinose guerre di religione. Ma imporre la rinuncia ad aspetti importanti della propria identità, come la fede, non sembra la via più opportuna per far sentire ciascuno a proprio agio. In ogni caso sono quotidiani gli attriti tra potere politico e potere religioso, specie nel nostro paese: si direbbe che entrambi rivendichino una specie di supplenza per cui, quando la democrazia è debole, la religione è chiamata ad essere forte e viceversa. Questo porta ad una confusione di ruoli che non giova a nessuno. In generale potremmo domandarci quali siano i fattori che più giovano alla democrazia e quali invece la insidiano.

Eguaglianza e universalità. Va premesso che la costruzione della democrazia è sempre necessaria, questa non è mai una conquista definitiva. La democrazia infatti fluttua tra due poli: il popolo e chi lo governa. Ma entrambi questi poli sono realtà fluttuanti. Il popolo è la base necessaria della democrazia, ma non è sufficiente, perché è manipolabile, permeabile a elaborazioni diverse e anche contrarie, fino allo stesso rifiuto della democrazia. Va demitizzata l’idea che il popolo sia in assoluto la democrazia: è un fondamento instabile, che pertanto non può reggere da solo l’edificio della democrazia. Questa è in una situazione di perpetua transizione – verso sé stessa, altrimenti non è più democrazia. C’è sempre il rischio di una deriva autoritaria o totalitaria. La mancanza di fondamenta oggettive della democrazia chiama in causa le nostre responsabilità. Perché ci sia democrazia è necessario un intreccio virtuoso tra popolo e decisori, nonché l’orientamento di entrambi verso il bene comune. Le premesse d’origine della democrazia sono: che tutti siano considerati egualmente in grado di elaborare le regole della convivenza comune e, di conseguenza, che a queste regole debbano essere sottoposti tutti, compresi i decisori. Ed è ben noto che a queste esigenze di eguaglianza e universalità, molti cerchino di derogare.

Due mosse di fondo sembrano necessarie per far fronte a questa crisi mai sopprimibile nella democrazia. Anzitutto occorre portare più in alto le ambizioni rispetto a quanto già realizzato. Senza una tensione utopica verso il continuo progresso, la democrazia può regredire e anche cadere. Una seconda mossa riguarda l’idea veritativa di democrazia. Si dice di solito che è necessario il relativismo dei valori; la pretesa di avere valori assoluti sarebbe contraria alla democrazia. Tuttavia il relativismo può finire con l’impedire un dialogo costruttivo e di giungere così ad un’idea di verità che possa essere da tutti condivisa. Come a tutti viene riconosciuta la capacità di influire sulla formazione delle regole comuni, altrettanto dovrebbe essere riconosciuta a tutti la capacità di orientarsi alla verità, ciascuno dalla propria prospettiva. Tendere all’assoluto non è un male, è male assolutizzare le vie attraverso le quali ci si orienta all’assoluto, cioè l’assolutizzazzione delle prospettive. Se ad es. invitiamo un islamico a non credere fino in fondo ai suoi valori, ne avremo un rifiuto. Si tratta invece di mostrargli che la sua è pur sempre una prospettiva rispetto alla verità assoluta. Non si tratta di conculcare le convinzioni, ma solo di dire che alla verità assoluta ci si orienta attraverso prospettive relative. In tal modo la verità può diventare una condizione di costruzione della democrazia, dove tutti si sentano a proprio agio.

Anche la dimensione estetica non sembra da escludere per l’edificio della democrazia. Oggi questa dimensione viene utilizzata in modo decadente come strumento di convinzione, in particolare dalla televisione e dalla pubblicità. Potrebbe però essere riscattata per una politica degna di questo nome, in quanto orientata alla realizzazione della dignità integrale delle persone, nel loro rapporto di convivenza. Persone che, come insegnato dagli antichi filosofi, hanno una insopprimibile tendenza verso il buono, il vero e il bello.

Apertura al futuro. Un aspetto consistente della attuale crisi della democrazia è la brevità degli orizzonti temporali delle decisioni. Questo vale tanto per le decisioni della politica – che difficilmente vanno al di là della scadenza elettorale – quanto per quelle dell’economia – interessate di solito al profitto immediato o speculativo. Conseguenza di questa brevità di prospettive è che spesso si effettuano scelte irresponsabili. Si ha il collasso dei fini sui mezzi, i mezzi diventano a loro volta fini ed esigono la perpetuazione dell’esistente. A questo punto il cerchio si chiude, entriamo nella gabbia d’acciaio del capitalismo senza via d’uscita, che alcuni studiosi hanno evocato. Per uscire da questa impasse bisognerebbe ricorrere a una buona miscela di due principi: il principio speranza e il principio responsabilità. Secondo la teorizzazione di Ernst Bloch, la speranza, presente nelle piccole cose quotidiane (sogni, favole, racconti…) come nelle grandi concezioni religiose e filosofiche, non è qualcosa di puramente soggettivo, ma aspetto reale dello sviluppo concreto dell’essere. Nell’uomo emerge chiaramente il non-ancora come la sua verità più profonda, che dà valore reale alla speranza. Il principio responsabilità è stato invece teorizzato da Hans Jonas, il quale sostiene che la sopravvivenza dell’umanità, di fronte allo sviluppo tecnico, dipende dalla capacità di prendersi cura della natura e del futuro del pianeta. Sulle orme di Kant formula un nuovo imperativo morale adatto all’oggi: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza delle generazioni future”.

In definitiva, la complessità e la profondità della natura umana dovrebbero essere alla base dell’edificio della democrazia. L’uomo ha un’incomprimibile necessità di vero, buono, bello; di realizzarsi come persona nella speranza e nella responsabilità; di conoscere, agire, contemplare; di rapportarsi con gli altri ed essere protagonista. La cultura corrente, specie quella televisiva, trascura e misconosce questa complessa realtà dell’umano. Passa attraverso banali semplificazioni, per far passare spot o slogan pubblicitari. Amplifica i pericoli per la sicurezza, anziché considerare i vantaggi economici e umani che potremmo trarre dal contatto con culture diverse. Esalta un’identità egoistica e privilegiata, l’avere rispetto all’essere. Possiamo ritenere che da questa progressiva erosione delle fondamenta derivi il più consistente attacco alla democrazia oggi in atto.

*dalle lezioni del prof. Francesco Totaro il 18 e 19 luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano


Per riflettere:

-non negare le identità;

-supplenza religione-democrazia;

-la democrazia fluttua tra due poli fluttuanti;

-è in perpetua transizione verso sé stessa;

-chiama in causa le nostre responsabilità;

-si richiede intreccio virtuoso tra popolo e decisori;

-bene comune, uguaglianza e universalità;

-tensione utopica verso un continuo miglioramento;

-relativismo delle vie con cui si persegue l’assoluto;

-non trascurare la dimensione estetica;

-allungare le prospettive temporali;

-collasso dei mezzi sui fini;

-miscela tra principio speranza e principio responsabilità.

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