Brianzecum

aprile 2, 2011

SUL DISASTRO ANTROPOLOGICO

DICHIARAZIONE DEL MEIC  –  SARDEGNA

Oristano 29 gennaio 2011.

 

Inverecondo spettacolo. I Presidenti diocesani del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, riuniti ad Oristano in preparazione del loro convegno nazionale, hanno fra l’altro preso in considerazione le ultime vicende concernenti il Presidente del Consiglio dei Ministri. Avuto riguardo all’inverecondo spettacolo che, attraverso i mezzi di comunicazione, sta emergendo intorno agli squallidi “festini di Arcore” e dintorni, alla degradata rappresentazione della vita civile e politica che viene offerta ai cittadini e soprattutto ai giovani, all’indecorosa immagine che dell’Italia viene data al mondo, non possono esimersi dall’esprimere forte e netta la loro indignazione e dal dichiarare insopportabile siffatta situazione sul piano della valutazione etica e culturale.

 

ll silenzio equivale a connivenza. Sono riconoscenti al giornale cattolico “L’Avvenire” e soprattutto al settimanale “Famiglia Cristiana”, che da tempo denunciano questa grave deriva morale e sono grati ai rappresentanti della Chiesa Italiana che, anteponendo la profezia alla diplomazia, hanno finalmente rotto un dolente silenzio per esprimere tutto lo sconcerto, il turbamento, lo sdegno del mondo delle parrocchie e delle associazioni cattoliche ed un severo richiamo alla moralità, alla legalità ed alla sobrietà di chi ha responsabilità pubbliche. Memori dell’esigente monito di Qohelet che c’è un tempo per tacere ed un tempo per parlare, consapevoli che oggi il silenzio equivale a connivenza, nella loro qualità di laici cristiani, esponenti di un movimento ecclesiale che ha assunto l’impegno culturale come missione e diaconia, sentono bruciante il dovere di prendere posizione accanto a coloro che hanno elevato nitida la loro voce critica su questi fatti disdicevoli.

 

Popolo spaccato. Ritengono che, dopo aver constatato questo “disastro antropologico”, per usare un’eloquente espressione del Presidente della CEI, non sia più percorribile per i cattolici una certa corsia preferenziale sul piano politico e per le alte gerarchie istituzionali uno scambio non sempre limpido di indulgenze con esibite concessioni di benefici. Emerge difatti, con evidenza solare, che quella che appariva come una ragionevole motivazione della benevolenza gerarchica verso il Capo del Governo, e cioè la disponibilità a politiche attive sui valori della famiglia, della bioetica e dell’educazione, risulta ormai inesorabilmente fiducia mal riposta. Infatti egli ha spaccato il popolo italiano e lo stesso mondo cattolico in due contrapposte fazioni avvitando il paese in un conflitto senza soluzione, ha mosso veementi attacchi di delegittimazione contro i giudici e altri organi costituzionali dello Stato, ha introdotto nella pratica della comunicazione uno sperimentato sistema per trasformare in verità, grazie all’ossessiva ripetizione, anche le panzane più grossolane.

 

Modello sciagurato di vita. Ne’ può sottacersi il ruolo diseducativo svolto dalle sue televisioni in questi ultimi trent’anni, soprattutto nei confronti dei ragazzi. Moderne ed insidiose sirene, esse hanno fatto impallidire quanto ad efficacia persuasiva quelle omeriche, non solo plasmando il gusto politico di molti italiani a vantaggio del nuovo “uomo della Provvidenza”, ma (quel che è peggio) inoculando nelle giovani menti, attraverso programmi come Colpo grosso- Drive-in, Grande Fratello, Colorado Caffè, Uomini e donne etc., una visione della vita fondata sulla mera immagine, il successo, il denaro facile, la volgarità, la bellezza artificiale, il salutismo, le barzellette, il disprezzo per ogni valore tradizionale. Una vita in cui la povertà è una colpa, la sofferenza crea indifferenza, la diversità è esclusa, la legalità è derisa, l’edonismo è una virtù: insomma, un modello di vita assolutamente anticristiano. Ed allora, perchè meravigliarsi se ancora oggi quel modello sciagurato di vita è praticato dal suo inventore ed emulato da quella porzione malata di società plasmata dalle sue televisioni? Lo spaccato più penoso di questo fenomeno è la scena dei padri e delle madri che incitano le figlie, già “immolate al drago”, ad essere ancora più spregiudicate, pur di racimolare più danari e nuovi favori.

 

Quale degradazione della famiglia,  quale depravazione dei costumi è equiparabile a questa? Come è possibile, dunque, che personaggi sedicenti cattolici, ma che appaiono essere più “atei devoti” che cristiani, non vedano l’enormità della vergogna e si associno ai cortigiani del Premier nella difesa ridicola e goffa di comportamenti oggettivamente indifendibili, facendo appelli al mondo cattolico attonito e profondamente turbato, cercando di ridurre le esplicite riprovazioni dei massimi rappresentanti della Chiesa ad una generica predica domenicale erga omnes e confondendo col moralismo la valenza etica della vita civile e politica? E’ opportuno ricordare dal Vangelo di Luca uno dei discorsi di Gesù ai discepoli durante l’ultima cena pasquale: “Coloro che hanno il potere sulle Nazioni spadroneggiano e si fanno chiamare benefattori. Per voi non sia mai così!”.

 

Sansone e i filistei. Anche il Primo Ministro Italiano si proclama benefattore delle ragazze che animavano le notti di Arcore. E’ tempo di voltare drasticamente pagina. Sale dalla società più sana e consapevole una domanda di esemplarità positiva e di rigenerazione morale, un disperato bisogno di buon governo e dignità istituzionale che non possono rimanere inascoltati. Il destino degli italiani non può rimanere appeso alle vicende degenerative di un uomo che sembra ormai smarrito nella sindrome di Sansone e dei Filistei. Occorre uno scatto etico, culturale e politico di tutti gli uomini liberi e forti, occorrono nuove e trasparenti elezioni democratiche, occorre che si faccia avanti quella nuova generazione di cattolici impegnati in politica alla quale più volte il Papa e i vescovi hanno fatto appello.

febbraio 24, 2011

BISOGNO DI VANGELO

Filed under: 4) giustizia — brianzecum @ 7:35 am

ABBIAMO BISOGNO DI SENTIRE L’ECO DELLE PAROLE DI GESÙ NELLE PAROLE DEI VESCOVI !

Lettera aperta della comunità cristiana di base del Villaggio Artigiano di Modena

Caro vescovo Antonio, siamo un gruppo di cristiani della Chiesa di Modena e ci rivolgiamo a lei perché è il nostro pastore. Sappiamo che il suo ruolo e il suo ministero è proprio quello di ascoltare, confortare, tenere unito il gregge, cioè guidare il popolo cristiano e aiutarlo a vivere nella fede, nella speranza e nella carità. Vogliamo quindi esprimerle alcune nostre gravi preoccupazioni, con semplicità ma anche con tutta franchezza.

·         Siamo preoccupati perché vediamo il nostro Paese scivolare sempre più in una crisi generale, vissuta da molti con disperazione e senza vie d’uscita, crisi che rischia di compromettere l’unità stessa della Nazione, nei suoi aspetti istituzionali, politici e sociali. E la disperazione non è una virtù cristiana.

·         Siamo sconvolti perché vediamo la classe politica che governa questo paese sprofondare sempre più nel degrado morale, nell’arroganza dell’impunità, nella ricerca del tornaconto personale e dei propri amici, nel saccheggio della cosa pubblica e nella distruzione sistematica delle basi stesse del vivere civile e democratico.

·         Siamo indignati perché questa stessa classe politica al governo ha ingannato e continua a ingannare i poveri con false promesse, con un uso spregiudicato e perverso dei mezzi di comunicazione, con l’esibizione ostentata di modelli di comportamento radicalmente contrari al comune sentimento morale della nostra gente. Pian piano sono riusciti a corrompere il cuore e le menti dei più semplici. Guai a chi scandalizzerà questi piccoli…!

Ma la preoccupazione maggiore, in quanto credenti, riguarda la nostra Chiesa e in particolare i nostri Vescovi. Ecco i pensieri che ci fanno star male e che manifestiamo a cuore aperto.

·         Sappiamo che i vertici della CEI e gli ambienti della curia vaticana hanno deciso già da tempo di appoggiare la maggioranza di destra ancora oggi al governo. È opinione sempre più diffusa, anche tra i cattolici credenti e praticanti, che questa alleanza sia frutto di accordi di potere, volti a ottenere privilegi per la Chiesa e legittimazione per il governo. Vale la pena di compromettere la credibilità dell’annuncio del Vangelo e l’immagine della Chiesa per un piatto di lenticchie?

·         In nome di questo sostanziale accordo si sono di fatto avallate politiche, alcune di stampo prettamente xenofobo, del tutto contrarie non solo al Vangelo ma anche alla dottrina sociale della Chiesa. Per denunciare questa deriva molte voci si sono alzate nel mondo cattolico, sempre ignorate o censurate o minimizzate. Non appartengono forse anche questi ai cosiddetti “principi non negoziabili”?

·         Neppure adesso, quando l’abisso morale e lo stile di vita inqualificabile dello stesso presidente del consiglio sono sotto gli occhi di tutto il mondo, neppure adesso i vertici della CEI trovano la forza e la dignità di pronunciare parole chiare, di uscire dalle deplorazioni generiche che riguardano tutti e quindi nessuno, di usare finalmente il linguaggio evangelico del sì sì, no no.

·         In ben altro modo fu trattato l’ultimo governo Prodi, debole ma onesto e capace, di ben più alto profilo morale, che non solo non fu sostenuto ma venne addirittura osteggiato, forse proprio perché più libero, sicuramente più laico e quindi meno disponibile ad accordi sotto banco. Vogliamo rivendicare con forza questo fatto: molti di noi, cattolici credenti e praticanti, hanno sostenuto quell’esperienza politica, condividendone fatiche e speranze e anche delusioni. Di certo ci ha molto ferito l’ostracismo di allora come ci ferisce la complicità di adesso.

Occorre che ci si renda conto davvero che alla base della Chiesa sta aumentando il disagio, il dissenso, la sofferenza, il lento e silenzioso abbandono. L’amara sensazione di molti, giusta o sbagliata, è che i pastori hanno tradito il loro gregge, hanno preferito i morbidi palazzi di Erode alla grotta di Betlemme, hanno colpevolmente rinunciato alla profezia. E questo non fidarsi di Dio, tecnicamente, è un comportamento ateo.

Avanziamo una piccola proposta, che può sembrare provocatoria, della quale lei stesso potrebbe farsi portavoce: la CEI e il Vaticano dichiarino pubblicamente di rinunciare all’esenzione del pagamento dell’ICI sulle proprietà della Chiesa che siano fonti di reddito; che abbiano il coraggio di dire di no a questa proposta scellerata. Acquisterebbero un po’ di stima e credibilità, perché questo, fra i tanti, è uno scandalo che grida vendetta.

Caro vescovo Antonio, preghiamo insieme perché lo Spirito ci aiuti tutti a una vera conversione, a un saper ritornare sui nostri passi, a riscoprire la dimensione di un servizio povero e disinteressato, a seminare gioia e bellezza e speranza, nella libertà e nella verità.

La comunità cristiana di base del Villaggio Artigiano

Modena, febbraio 2011

PS Questa lettera è una lettera aperta e sta già circolando nella nostra città tra cattolici e tra persone che comunque hanno a cuore queste questioni. Non abbiamo alcuna intenzione di raccogliere firme, tuttavia sappiamo che nei suoi contenuti essenziali essa è largamente condivisa da tantissimi.

Domenica 20 Febbraio 2011

febbraio 1, 2011

AUTENTICITÀ

LA SUA MANCANZA PUÒ AVERE ESITI LETALI

COME INDICA IL MITO DI NARCISO

dal saggio di Vito Mancuso*

Falsità.  Le cose e gli animali non possono mai essere inautentici; solo l’uomo può esserlo. Lo è, in particolare, quando introduce falsità, menzogne, raggiri. L’inautenticità è connessa con la libertà, la quale è specifica dell’uomo. “Laddove comincia la libertà, a livello di vita psichica e soprattutto di vita spirituale, inizia anche la possibilità di essere inautentici. L’autenticità riguarda l’uso della libertà, in primo luogo il controllo della mente e del linguaggio che ne fuoriesce. Proprio a proposito di linguaggio, spesso il grado di falsità è direttamente proporzionale al numero di parole pronunciate (gli imbroglioni parlano sempre tanto, la truffa ha bisogno di chiacchiere)” (p.81). L’autenticità dunque non è sinonimo di spontaneità (almeno per gli adulti) ma piuttosto il frutto di un lavoro sul proprio spirito, una conquista per vincere le falsità che ci minacciano.

 

Il fatto grave è che le menzogne non sono soltanto rivolte verso gli altri, ma anzitutto verso sé stessi. “Il più delle volte si mente per una specie di incontrollato istinto di sopravvivenza, per uscire (almeno con la fantasia) da una situazione in cui ci si sente imprigionati. E la mente mentisce per smentire la realtà. La menzogna diviene così una via d’uscita verso una desiderata liberazione esistenziale, secondo una pericolosa quanto diffusa ingenuità, che non fa altro che aggravare il problema; perché la menzogna incatena ancor di più, come il muoversi convulsamente nelle sabbie mobili fa sprofondare ancor più in fretta. Non è raro che le menzogne siano inconsce, tanto sono radicate nel profondo. Magari abbiamo cominciato a mentire da piccoli per addolcire una realtà che a torto o a ragione ci appariva spiacevole, e ora l’inganno è talmente radicato da sembrare verità. Per questo a volte le menzogne ci escono di bocca senza che le vogliamo dire, vengono così, spontaneamente, perché sono l’espressione autentica del nostro inconscio inautentico” (pp.84-85). In questi casi inautenticità e menzogne si manifestano nella non accettazione di sé, nel voler uscire dal proprio ambiente, nel non riuscire a immedesimarsi nella propria immagine. Assai peggiore è l’esito opposto, in cui la propria immagine viene ossessivamente esaltata.

 

Narcisismo è chiamata quest’altra forma di falsità verso sé stessi. “Il mito racconta che il bellissimo Narciso, dopo aver rifiutato innumerevoli spasimanti, si lasciò morire (annegato) per la tristezza di non poter abbracciare la propria immagine riflessa nelle acque, unica realtà che riusciva ad amare. (..) Il narcisista ossessivo è dominato a livello mentale da una tale forza di gravità che è come se ospitasse dentro di sé un buco nero che risucchia tutto quanto gli passa vicino; oggetti, persone ed esperienze risultano incurvati verso di lui e alla fine annullati. Per questo il destino del narcisista è un’oscura solitudine, perché anche quando è circondato dalla gente, egli in realtà negli altri pensa e vede solo sé stesso; una situazione davvero triste e gelida, al di sotto di un superficiale ottimismo” (p.87). “Il narcisismo può condurre a uno stato persino peggiore del rifiuto di sé, perché nel rifiuto c’è almeno una tensione, seppure solo negativa, verso qualcosa di vero, mentre il narcisista può trasformare in menzogna tutto quello che dice e che fa. È quindi condannato a essere ingiusto persino contro la sua volontà, soprattutto se si tratta di un uomo potente (come spesso diventa un narcisista). Infatti, facendo di sé stesso il centro del sistema, produce negli altri la percezione di non poter esprimere liberamente il proprio punto di vista, ma di essere costretti a modificarlo per compiacerlo. Si crea così un vortice di menzogne, di cui la prima vittima è proprio lui, il narcisista” (p.88).

 

Vittima del proprio narcisismo. Nell’attività lavorativa “si prende coscienza di quanto si è dovuto mentire, adulare, assumere atteggiamenti contrari alle proprie convinzioni. Guardare alla vita passata e riconoscerla come un grande tradimento può essere terribile. Lo si capisce dalle persone che ci circondano, delle quali nessuna è un amico, tutti sono solo clienti, solo relazioni interessate, in perfetta conformità allo stile di vita adottato in funzione della carriera” (pp.90-91). Ma anche nel coniuge o nei figli si possono riscontrare comportamenti sempre più estranei. Così la trappola generatrice della menzogna si richiude sul narcisista che ne diviene la vittima principale.

 

Fedele a sé stesso è il significato letterale della parola autentico, ma “proprio dall’interno dell’uomo procedono le insidie e le trappole dell’inautenticità. Proprio ciò a cui devo essere fedele per essere autentico mi spinge verso il narcisismo all’origine dell’inautenticità. Per essere autentico devo essere fedele a me stesso, ma, allo stesso tempo, devo diffidare di me stesso. Siamo dunque alle prese con una necessaria fedeltà a sé stessi e con un’altrettanto necessaria esigenza di trascendersi. Perché, se è vero che non c’è nulla di più triste di una personalità grigia che quasi rimpiange di esistere, al contempo non c’è nulla di più noioso di chi sa parlare solo di sé in un monotono susseguirsi di io, io, io. Tra questi due estremi vado alla ricerca di un punto di equilibrio e ritengo che esso si trovi cercando sempre e solo la verità, sia dentro che fuori di sé. Anzitutto dentro di sé” (p.110).

 

In definitiva si è visto come l’autenticità riguarda il profondo della psiche umana. In particolare sono stati indicati alcuni aspetti della peggiore deformazione dell’autenticità, il narcisismo. Questo può essere distruttivo fino all’esito letale, come aveva intuito l’antico mito, sia pure dietro la maschera di superficiale ottimismo, arroganza, presunzione. Gli studi psichiatrici dimostrano che non solo il narcisismo è fonte di sofferenza inutile e autoprodotta, ma è anche il cuore di ogni tipo di sofferenza mentale, di cui costituisce il nucleo della distruttività. Può pure diventare una grave patologia sociale, ed è quindi opportuna la massima attenzione ad ogni livello, laddove se ne verifichino i sintomi. Di contro meritano una forte riconsiderazione quegli aspetti che, anche in campo educativo, possano elevare il livello di autenticità delle persone.

 

 

*Vito Mancuso, La vita autentica, Raffaello Cortina editore, Milano 2009.

Per riflettere:

-l’autenticità è legata alla libertà dell’uomo;

-menzogne verso sé stessi;

-spesso a livello inconscio;

-la non accettazione di sé;

-narcisismo: non vedere gli altri ma solo sé stessi;

-situazione triste e gelida, al di sotto di superficiale ottimismo;

-produce anche menzogne in chi gli sta attorno;

-senza amicizie autentiche;

-autenticità vuol dire essere fedeli a sé stessi;

-ma anche diffidare da sé stessi;

-ancorandosi alla verità;

-la distruttività narcisistica può essere letale;

-diventare grave patologia sociale;

-è importante rivalutare l’autenticità, specie in campo educativo.


novembre 1, 2010

I SANTI E I DEFUNTI: I GIUSTI NON MUOIONO MAI!

RICORDARE CHE SI DEVE MORIRE O CHE SI DEVE VIVERE?

di don Giorgio De Capitani  omelia del 1-11-2010

Festività dei santi e commemorazione dei defunti: due ricorrenze unite così strettamente da far pensare che esista in realtà un certo legame tra la santità e la morte. Non dimentichiamo che nei primi tempi del Cristianesimo la Chiesa riconosceva santi solo i martiri. La morte in nome della fede in Cristo era vista come il dono supremo della vita, testimonianza di un amore suggellato con il sangue. Come a dire: più di così non si può. È il massimo! Del resto che senso dare alla morte violenta di Cristo? Perché aveva scelto di morire su una croce? Basterebbe questo a farci capire quale stretto legame ci sia tra la santità e la morte, vista come il dono supremo della vita. E non dimentichiamo le insistenti affermazioni di Cristo sul seme che deve morire se vuole svilupparsi e dare frutti di vita.

Santità.  Parliamo anzitutto dei santi o, meglio, parliamo della santità. Diciamo subito che la santità non sono i santi. I santi, così ci dicono i teologi, sono un riflesso della santità che, nella sua pienezza, è solo prerogativa di Dio. I santi, dunque, ne sono solo un piccolo frammento. Già questo fa capire quanto sia limitativo fare del santo un esempio tipico di santità. Che concetto abbiamo di santità? La Chiesa, quando parla di santità, che cosa intende? Qui si nasconde il grosso equivoco. Se dovessimo partire da Dio, che è la Santità per eccellenza, non dal dio della religione, ma dal Dio assoluto (sciolto da ogni legame con le nostre ideologie o presupposti religiosi), forse non avremmo della santità una visuale così prettamente strutturale. Mi spiego. La santità è stata finora intesa nella Chiesa come l’insieme di quelle virtù che hanno il compito di mantenere un certo ordine, ovvero di garantire l’ortodossia della fede e della morale cattolica, ma in fondo non servono ad altro che a garantire la stessa Chiesa nella sua struttura di potere.

Quando diciamo obbedienza,  non ci siamo mai chiesti qual è l’oggetto a cui dover obbedire? Non è forse il dio della religione, ovvero della Chiesa-struttura? Anche quando diciamo castità, ci siamo chiesti qualche volta se l’idea che la Chiesa ha del corpo sia davvero “positiva”, oppure non sia una visione manichea nel senso peggiore del termine? Dire che la santità consiste nell’osservare certe virtù e, ancor peggio, nell’osservarle in modo eroico – pensate a che punto si è arrivati – ciò comporterebbe ridimensionare per non dire snaturare la santità stessa di Dio. Stabilito questo criterio – un santo è colui che è rimasto fedele alle virtù stabilite dalla Chiesa, osservandole in modo eroico – e constatato che il metodo otteneva gli effetti desiderati sulla garanzia della struttura-religione, non si è voluto nemmeno porsi il problema rimuovendo come peccato ogni dubbio se ciò fosse evangelico, e così si è andati avanti fino ad oggi, alla faccia dei giusti e dei profeti che, più che le virtù canoniche, si preoccupano invece di testimoniare il Vangelo autentico di Cristo.

Quale ideale di santità? Ma c’è un’altra cosa da dire. È una domanda che talora mi faccio. Come si può parlare di santità e proporla anche al laicato popolare, e nello stesso tempo quasi costringere a vivere in una struttura ecclesiale e sociale che è tutt’altro che un contesto tale da invitare alla santità? Questo è il paradosso, il dramma, l’assurdo. Quale deve essere il mio confronto, il mio modello, il mio ideale? La Chiesa come struttura o come religione, oppure il cuore del cristianesimo che consiste nel ridare all’Umanità ogni suo valore? E allora i veri santi sono coloro che servono la religione, oppure coloro che si mettono al servizio dell’Umanità?

Morte, da mordere. Passando all’altra ricorrenza, la commemorazione dei defunti, le riflessioni da teoriche – la filosofia non si stanca di chiedere: che cos’è la morte” e di tentare risposte alla fine interessanti ma poco convincenti – scendono subito sul vivo appena la morte ci tocca da vicino. Non sono riuscito a trovare il senso etimologico o da dove deriva il termine “morte”, a me piace farlo derivare da morso o mordere. Come il veleno inoculato nell’organismo da un serpente. All’improvviso, con un effetto immediato, oppure lasciando che l’effetto della distruzione si prolunghi per anni, talora con un’agonia atroce. Un tempo si parlava forse troppo della morte: si mettevano segni e simboli ovunque, per le strade, in chiesa, nei cimiteri, su cappelle anche in centro paese, o appena fuori. Chi non ricorda uno scheletro con la falce? Con l’intenzione, lodevole, di ricordare che tutti dobbiamo morire, diventavano richiami quasi obbligati. Li vedevi, e riflettevi. Oggi si tende a rimuovere la morte dalla nostra mente: meglio non pensarci.

Bisogna vivere,  si dice. Ed è più che giusto dire che bisogna vivere. Anch’io sulla facciata della cappella dei preti nel nostro cimitero di Monte ho fatto mettere la dicitura: “Vivere memento”, ricòrdati che devi vivere. Un frase che ho copiato da una meridiana, antico orologio solare sotto cui era facile trovare scritte in latino, alcune davvero provocatorie. Quando si va al cimitero, ad esempio, non bisogna limitarci a biascicare, tra un pettegolezzo e l’altro, un Patèr ai nostri defunti. Dovremmo tornare a casa con una grande voglia di vivere. E la voglia di vivere dovrebbe averla soprattutto un ragazzo. Pensare alla morte è pensare alla vita che abbiamo davanti. Morire è anche togliere un po’ di vita alla propria esistenza, ovvero far morire le speranze, spegnere gli ideali, passare il tempo lasciandoci passivamente trascinare dal tempo che passa, farci prendere da quella specie di immobilismo che ci rende apatici, indifferenti a tutto, annoiati, incapaci di reagire di fronte ad una crisi. Talora si ha l’impressione che i cimiteri non siano i cosiddetti camposanti, ma i nostri ambienti, le nostre comunità, il paese intero. Talora si può soffrire la morte anche per colpa di una società che non mette in primo piano il diritto dei suoi cittadini a vivere. Che cosa sono i diritti della persona umana, se non il diritto a vivere da persona? Pensate al problema del lavoro, il vero dramma di oggi. Quante persone distrutte, per non dire famiglie che vivono momenti di morte!

Non solo i momenti estremi.  E noi credenti siamo ancora qui – la Chiesa è ancora qui – a parlare solo della vita nel suo inizio e al suo termine, dimenticando l’arco della propria vita. Il vero dramma di oggi non è l’aborto o l’eutanasia, è invece l’intero arco, breve o lungo che sia, di una esistenza che vive uno stato permanente di aborto o di eutanasia, per colpa di uno Stato e di una Chiesa a cui premono altri interessi. Lo Stato fa della nostra esistenza un continuo martirio, e la Chiesa pensa solo alle anime o alla vita nei suoi due estremi: nascita e morte. E ambedue, Stato e Chiesa, ci lasciano in una lunga agonia di sofferenze e di crisi depressive. È veramente indicibile una situazione sociale che fa danni e danni sulla salute dei cittadini e crea un complesso di precarietà che ci fanno bestemmiare ogni speranza, dicendo: A che serve vivere così? E la Chiesa mi invita a pensare alla morte? Forse non è tanto necessario che la Chiesa ci ricordi che dobbiamo morire: la morte la vediamo in faccia tutti i giorni. Non serve che i mass media del potere imbecille ci facciano divertire o che la Chiesa ci imbottisca di calmanti consolatori. Ogni essere umano ha diritto a vivere, altrimenti Dio perché ci ha fatto nascere? Non è una presa per i fondelli?

fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1345

Per riflettere:

-legame tra morte e santità;

-santità, prerogativa del Dio assoluto;

-vero santo è chi si mette al servizio dell’Umanità, non della religione;

-morire è anche togliere ideali e speranze;

-chiesa e stato devono mettere in primo piano il diritto a vivere da persona.


ottobre 17, 2010

IL DONO CHE SMENTISCE IL MERCATO*

INSUFFICIENZA DELL’ECONOMIA E PROPOSTE ALTERNATIVE

Sviluppo entropico. Per spiegare ai propri allievi cos’è l’entropia, Einstein portava un sacchetto di biglie, le rovesciava e li invitava a raccoglierle, rimettendole nel sacchetto. Entropia è la differenza tra l’energia necessaria per fare questa raccolta e quella – molto inferiore – di rovesciarle. Nel campo fisico l’entropia può essere espressa anche nell’aumento del disordine, oltre che nella dispersione dell’energia. Aspetti entropici possono essere rilevati anche nel campo economico. E, trattandosi di una scienza umana, estendersi anche al di là del semplice piano fisico. Si può parlare di entropia non soltanto per gli inquinamenti o l’effetto serra, conseguenti alla crescita economica, ma anche per le specie biologiche perdute, gli squilibri sociali che si accentuano o il disagio psicologico di chi resta escluso dal benessere. Di solito questi effetti secondari vengono trascurati o relegati tra i costi sociali e ambientali. Spesso però sono irreversibili, come nel caso della riduzione del patrimonio biologico e dello stesso effetto serra. Viene eliminato così in pochi decenni (tempi storici) l’equilibrio e l’ordine raggiunto dal pianeta in un’evoluzione di milioni di anni (tempi biologici e geologici). Ma forse la massima forma di entropia potrebbe essere connessa con l’aver accumulato, per la prima volta nella storia, armi nucleari in grado di distruggere molte volte ogni forma di vita sul pianeta (compresa ovviamente quella umana).

 

Inadeguatezza della teoria economica. Secondo diversi parametri (energia, popolazione, trasporti, consumi, ricchezze, comunicazioni, conoscenze…) lo sviluppo negli ultimi 2 o 3 secoli ha avuto un’impennata assolutamente inedita nella storia precedente. Molte menti non hanno saputo adeguarsi opportunamente a cambiamenti così rapidi. Tra queste si deve purtroppo annoverare anche il pensiero prevalente in campo economico (si vedano ad es. le schede: La “rivoluzione scientifica” di Keynes e Cos’è che più ci arricchisce?). L’inconveniente è che questi mancati adeguamenti sono sovente pagati da chi è più debole e non ha nessuna colpa (in un solo anno della attuale crisi economica la Fao ha contato nel mondo ben 100 milioni di affamati in più). Il “pensiero unico” oggi prevalente nell’economia globalizzata, è infatti ancora basato sul liberismo teorizzato dagli economisti neoclassici-marginalisti nella seconda metà del ’800 (anche in contrapposizione ideologica alle teorie marxiste). Dalla teoria economica, che parte da ipotesi irreali; alla politica economica, incapace di prevedere e affrontare efficacemente la stessa crisi attuale; alla economia reale, lungi dal gradire interventi limitativi alla “libertà del mercato”, orientata piuttosto a indirizzare (anche politicamente) il mercato stesso, attraverso il controllo dei media; per arrivare infine alla conquista dell’opinione pubblica: questa la progressione storica del liberismo teorizzato quasi due secoli addietro e recepito oggi dal pensiero unico del mondo globalizzato.

 

Ma si tratta di un gigante dai piedi d’argilla.  Infatti le ipotesi su cui erano basate quelle teorie economiche – raffinate e perfezionatissime sul piano teorico e matematico – sono assolutamente lontane dalla realtà. Eccone alcune: ipotesi di staticità, quanto di meno adatto al dinamismo moderno si possa concepire; ipotesi dell’individualismo (del famigerato homo oeconomicus), ma la persona umana non esiste senza rapporti con gli altri; ipotesi dell’egoismo, che per fortuna non rappresenta tutti noi che operiamo nel mercato, almeno come consumatori; contraddice inoltre il crescente fenomeno del volontariato, il quale, secondo certe indagini, risponde a una ricerca di felicità. Le premesse irreali inficiano le conclusioni liberiste delle raffinate analisi neoclassiche. Ma nonostante questi piedi d’argilla il gigante del liberismo continua a imperare. L’unico antidoto contro il potere (di cui parlava Romano Guardini mezzo secolo fa, pensando anche a quello derivante dalla tecnica) sarebbe la crescita umana e culturale, con l’affinamento del senso critico. Ma lo sviluppo capitalistico reale, con la televisione “d’intrattenimento”, la politica-spettacolo, la demagogia, ha saputo magistralmente contenere questa crescita umana, specie nel nostro paese.

 

MAUSS.  Non sono mancate le proposte, specie a livello teorico per superare queste impasses dell’economia. Negli anni ’20 del secolo scorso ebbero un certo successo gli studi di un antropologo francese, Marcel Mauss, svolti presso popolazioni polinesiane e tra i nativi nord americani e condensati in un Saggio sul dono (di cui è uscita nel 2002 una edizione italiana nella Piccola biblioteca Einaudi). Non esiste tra queste popolazioni un homo oeconomicus egoista. Per loro è importante donare, al fine di consolidare la propria identità, sia per instaurare relazioni, sia per acquisire prestigio sociale. La relazione, per loro, prevale sull’individuo. Vengono così rifiutati sia il paradigma utilitaristico, in cui il dono richiede un contro-dono equivalente, sia il paradigma collettivistico, in cui il dono è obbligatorio. Si afferma invece un paradigma “sociale”, in cui il dono richiede un contro-dono non obbligatorio e non necessariamente equivalente, in grado però di creare e riprodurre a catena relazioni sociali. Per gli economisti ciò significherebbe introdurre, accanto al valore di scambio (prezzo) e al valore d’uso (utilità), un terzo valore, di legame, che sarebbe inconcepibile nell’ipotesi individualistica. Gli studi di Mauss hanno sollecitato la nascita, a Parigi nel 1981, di un Movimento Anti Utilitarista nelle Scienze Sociali, che oltralpe ha avuto un certo seguito.

 

In definitiva gli studi di Mauss distruggono, se ce ne fosse bisogno, ogni pretesa di “naturalità” del mercato – così come introdotto ed esaltato dal pensiero economico neoclassico. Partendo da una diversa gerarchia di valori, popoli più vicini alla natura, come quelli da lui studiati, giungono a risultati completamente opposti. L’economia del dono non è che una delle proposte avanzate per correggere uno sviluppo che si sta rivelando sempre più paurosamente entropico. Si è parlato anche di economia della felicità, perché questa è la tendenza reale dell’uomo, essendo l’accumulazione della ricchezza (posta attualmente come fine dell’economia) funzionale alla stessa felicità. Si parla poi di sviluppo umano, contrapposto a quello economico, anche in sede elevata, come l’ONU. Ma siamo ben lungi dall’intaccare quell’economicismo e liberismo che hanno ormai pervaso in profondità le nostre società. In ogni caso si deve rilevare quanto sia necessaria la libertà e il pluralismo nella ricerca, l’esigenza del confronto e il pericolo dell’autoreferenzialità, anche per intere discipline come l’economia.

 

*dall’incontro del 18-9-2010 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Prestini, Ranci, Rivolta, in casa De Carlini.

Per riflettere:

-perché il nostro sviluppo è entropico;

-tempi storici, biologici, geologici;

-mancati adeguamenti della teoria economica;

-progressione storica dalla teoria, alla politica, all’economia reale, all’opinione pubblica;

-gigante dai piedi di argilla;

-ipotesi di staticità, individualismo, egoismo;

-antidoto contro il potere è la crescita umana e del senso critico;

-ma la realtà è lontana;

-Mauss: il dono nei nativi;

-MAUSS: movimento anti-utilitaristico;

-altre proposte contro lo sviluppo entropico.


 

ottobre 12, 2010

PROFETICI, GIUSTI, NON PROTETTI

Di don Giorgio De Capitani*

Matteo 10,40-42

40 Chi riceve voi, riceve me; e chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato. 41 Chi riceve un profeta come profeta, riceverà premio di profeta; e chi riceve un giusto come giusto, riceverà premio di giusto. 42 E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio».

Accogliere la profezia. Le parole di questo brano del Vangelo di Matteo sembrano di facile interpretazione, ma non lo sono. Dobbiamo stare attenti: possono essere lette e commentate o con eccessiva esegesi, facendo perdere l’attualità del messaggio, o in senso moralistico che finisce nel solito buonismo da quattro soldi. Notiamo subito. Gesù dice: “chi accoglie un profeta perché è un profeta avrà la ricompensa del profeta”. Qui anzitutto non si parla di una gerarchia di ruoli, per cui accogliere un profeta equivarrebbe accogliere una persona importante, come a dire: la ricompensa (pur sempre di carattere spirituale) dipende dal grado della persona che si accoglie. Già la parola profeta dovrebbe far riflettere. Il profeta di per sé non è un graduato. Anzi è il contrario. Il profeta non appartiene alla struttura del potere. Ne è fuori. Se fosse dentro, non potrebbe esercitare liberamente il suo ministero profetico. Il profeta non è considerato nella gerarchia, sia civile che religiosa. Certo, Gesù parla di profeta e non di una persona qualunque. Ogni persona va rispettata, accolta, aiutata, ma Gesù sta facendo delle affermazioni importanti, che vanno al di là di un discorso generico sul rispetto degli altri. Accogliere un profeta non solo perché è una persona qualsiasi, ma nella sua missione profetica, costa di più. Vuol dire che accolgo in lui anche la sua profezia. Mi lascio da essa coinvolgere. È brutto sentir dire: ti aiuto perché stai morendo di fame, ma non mi interessa ciò che tu stai facendo per combattere le ingiustizie. Ancor peggio ora che hai preso un pezzo di pane, vattene subito, e non farti più vedere, non voglio essere anch’io coinvolto nella tua lotta.

Un grande dono.  Ora capite l’importanza delle parole di Cristo? Non si tratta solo ad esempio di sfamare qualcuno che ha fame o di fare un’elemosina, ma di farsi coinvolgere da ideali che vanno alla radice dei guai di questo mondo. Accogliere un profeta perché è un profeta va al di là di una questione puramente umanitaria o di solidarietà sociale, ma significa entrare in una sintonia di pensiero, di ideali, di quella Umanità che non è fatta solo di puri sentimenti. Che significa allora ricevere la ricompensa del profeta? Potrebbe sembrare banale, ma il senso è molto semplice: diventare anche noi profeti. Non si tratta dunque di una ricompensa esterna, quasi si trattasse di un premio pinco pallino: già accogliere un profeta nella sua missione profetica è un primo passo per accogliere la stessa profezia, e questo non è un grande dono?

Giusti.  La seconda affermazione di Cristo, che riguarda il giusto, potrebbe sembrare quasi una ripetizione, un voler riconfermare l’affermazione precedente. C’è in realtà qualcosa di più. La parola profeta ci appare privilegiata, da riservare ad una certa categoria rara e strana: quella, appunto, dei profeti. Invece la parola “giusto” ci tocca più da vicino. La profezia, è vero, è di un altro pianeta, ma confrontarci con essa in fondo non ci dà fastidio. La giustizia ci impegna tutti quanti. Ci riguarda da vicino. Non può lasciarci indifferenti. Paradossalmente accogliere un profeta perché è un profeta ci è più facile che accogliere un giusto perché è un giusto. Ed è inutile e ipocrita trovare la solita scappatoia dicendo che la parola “giusto” è da intendere nel senso biblico. Anzi, ci sentiremmo ancor più a disagio se la comprendessimo proprio nel senso biblico. Giusto secondo la Bibbia è colui che lavora per realizzare l’Umanità nella sua pienezza. Già l’ho detto: legalità e giustizia sono due termini che di per sé non vanno sempre d’accordo. Legalità è conformità ad un certo sistema politico o religioso, giustizia va al di là perché al di sopra di un sistema politico o religioso. La giustizia non riguarda un sistema, ma l’Umanità di cui ogni sistema dovrebbe mettersi al servizio. Accogliere, dunque, un giusto perché è giusto diventa un obbligo, diciamo l’ideale di ogni essere umano. Anche qui le parole di Cristo sono davvero forti, provocatorie.

Piccoli. Anche la terza affermazione riguardante i piccoli, andrebbe chiarita. Anzitutto, Gesù fa un esempio pratico di come aiutare i piccoli. Parla di un semplice bicchiere d’acqua fresca. Non vorrei caricare eccessivamente di simbolismo un piccolo gesto concreto. Tuttavia mi ha sempre colpito l’aggettivo “fresca”. Può voler dire “naturale”, di sorgente. Può voler dire “gratuita”, spontanea. Da chiarire è anche il termine “piccolo”. Anzitutto non è da intendere nel senso dell’età. Gesù si riferiva ai suoi discepoli, ai suoi seguaci. Qui più che trovare vari simbolismi, si tratta di capire perché Gesù ha scelto la parola “piccolo” per definire i credenti in lui. Gesù del resto aveva detto un giorno, dopo aver posto un bambino al centro dell’attenzione: “Se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”. In quel momento Gesù pensava alla semplicità d’animo del bambino, ma probabilmente pensava anche al fatto che i bambini allora non avevano diritti, non erano protetti dalla legge, non contavano neppure come persone. Quasi a dire: i miei discepoli non devono cercare alcuna protezione politica, sono umanamente o politicamente fragili, ma hanno dentro di sé la forza degli ideali.

*dall’omelia domenicale dell’11-10-2010


giugno 26, 2010

UOMO NUOVO CHE GUARDA ALLA TERRA*

PROSPETTIVE PER L’ECUMENISMO

i ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le loro riflessioni” (Sapienza 9,14)

Religione civile. In un tempo in cui le credenze religiose vengono usualmente nascoste, se non disprezzate, si è potuto assistere a un certo revival del fenomeno religioso sia a livello politico che a livello culturale. E non tanto da parte dei credenti, quanto ad opera di “atei devoti” e di politici opportunisti. Infatti la religione ha svolto per millenni un’innegabile funzione utile anche alla società: attenzione ai poveri, umanizzazione dei rapporti, assorbimento dei conflitti sociali, richiamo alla solidarietà, conservazione del patrimonio storico-culturale ed altro ancora. È ciò che viene richiamato, appunto, col termine religione civile. Forse che al culmine del processo di secolarizzazione, ritorna quel bisogno di religione, che è una costante nella storia dei popoli?

Secolarizzazione e ingiustizie.  Possiamo ricordare due aspetti dell’attuale evoluzione sociale. Da un lato il processo di secolarizzazione è andato di pari passo con uno sviluppo di tipo economicistico, il quale ha sostanzialmente eliminato ogni attribuzione simbolica o di senso, che non sia funzionale al rapporto produttivo. Pertanto ha appannato anche i valori religiosi. Questo tipo di sviluppo è stato sempre più produttore di emarginazione sociale, squilibri, ingiustizie. Da un altro lato la globalizzazione mette a contatto con culture e religioni diverse, molti aspetti delle quali spesso appaiono superstiziosi o incomprensibili. Si apre pertanto la possibilità di confronto tra i valori essenziali delle diverse fedi, tralasciando tutto ciò che è superficiale o superfluo.

Testimonianza profetica.  Alle religioni non si richiede soltanto di assolvere il ruolo di “religione civile”, che nella storia è scivolato spesso nell’unione tra trono e altare. Si richiede anche un ruolo profetico, nel coraggio di denunciare le ingiustizie del mondo, nell’intelligenza di saper cogliere i segni dei tempi. L’esempio di Cristo ci mostra quanto sia stato anzitutto un profeta, rifiutando ogni forma di potere e di regalità umana, tranne la regalità messianica: secondo le scritture, non secondo i desideri degli uomini. Le masse saziate con pani e pesci volevano farlo re, ma lui ha rifiutato. Non avevano capito che i pani e i pesci ricevuti erano simbolo di qualcosa che trascende la loro brama di saziarsi: che a quest’ultima non deve essere piegata la speranza. Gesù rifiuta il potere – che si esercita con la violenza – ma dimostra la potenza dell’amore e della verità; questa potenza trova la sua espressione finale nella morte sulla croce: follia secondo il mondo, ma preludio al trionfo della resurrezione.

Attenzione per gli uomini.  La fede dunque deve mantenere questa trascendenza e questo ruolo profetico, altrimenti si ridurrebbe alla semplice socialità. Ciò non toglie che debba interessarsi a fondo di ciò che avviene nel mondo; anzi, il rapporto con gli uomini è il criterio supremo di salvezza – al di sopra di ogni idea o principio che si sia abbracciato: avevo fame e mi avete dato da mangiare, sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato (Mt 25,35). Questo criterio vale nei confronti di ogni uomo, qualunque sia la sua cultura o religione.

Uomo nuovo.  Oggi si ritiene sempre più che Cristo non abbia voluto istituire una nuova religione, ma abbia soltanto puntato su un uomo nuovo, che potrebbe conservare le sue precedenti credenze. Un nuovo Adamo, che a differenza di quello vecchio non vuole essere come Dio, non vuole volare in cielo come Icaro, costruire torri di Babele alte fino al cielo o torri gemelle a Manhattan, simbolo del potere economico sul mondo intero: il destino comune poterebbe essere il crollo rovinoso. L’uomo nuovo si preoccupa della povertà che dilaga nel mondo, nonostante – e anche a causa – della ricchezza sfrenata di pochi; non confida nella potenza dell’economia o delle armi, ma usa armi più umane: intelligenza, educazione, nonviolenza, dialogo, per conseguire solidarietà e pace. Un antesignano di questo uomo nuovo potrebbe essere S. Francesco, che ha recepito le istanze della modernità.

Dominio della logica economica:  anche la Charta Oecumenica europea lo indica come uno dei motivi principali dello sfruttamento ecologico e sociale del globo. La logica economica, grazie anche all’invadenza dei media, pervade tutti gli altri ambiti, compreso quello politico: l’economia si è globalizzata, la politica non ancora; resta quindi in parte subordinata all’economia – che non ha alcuna legittimazione democratica. Così diventa sempre più arduo parlare oggi di società democratica. Si apre allora alle chiese una prospettiva nuova: unirsi tra loro e con le componenti della società civile libere da condizionamenti economici, per pretendere un’alternativa di sviluppo più umana e compatibile, rispetto all’attuale economicismo imperante. Al di là di ogni elucubrazione dottrinale, di ogni riflessione o ragionamento, sempre “timido e incerto”, questa concreta indicazione evangelica di guardare agli uomini bisognosi e sofferenti – e oggi sono miliardi – sembra la prospettiva più vitale per le chiese di testimoniare la fede, prolungare la loro utilità civile ed essere lievito nella società del terzo millennio.

*Riflessioni tratte dall’incontro del CEEP (Centro Ecumenico  Europeo per la Pace) a Motta di Campodolcino, 2-5 sett. 2001, sul tema: “Fine della Cristianità?  Il cristianesimo tra religione civile e testimonianza evangelica”.

Per riflettere:

-la religione civile e il ritorno della religione;

-sviluppo che esclude ciò che non è funzionale al rapporto produttivo;

-crescita delle ingiustizie;

-esigenza di senso e di profezia;

-opporsi alla onnipresente logica economica;

-chiese unite nell’aiuto ai poveri.


giugno 12, 2010

PERCHÉ LO SVILUPPO NON DIVENTI DISTRUTTIVO

DONO E GRATUITÀ NELLA CARITAS IN VERITATE

La crisi economica mondiale ha provocato nell’ultimo anno qualcosa come 100 milioni di nuovi affamati (Fao). In totale questi hanno così raggiunto il miliardo, sui sei che popolano il pianeta. Un sottoprodotto della fame è la morte di 5 milioni di bambini ogni anno. Non si dimentichi poi la debilitazione che provoca la fame, tale persino da inibire la reazione politica (“affamati di tutto il mondo, unitevi!”). Quello che più colpisce è che la produzione alimentare complessiva potrebbe sfamare il doppio della attuale popolazione mondiale; se poi si diffondesse il vegetarianesimo, molti più ancora. La produzione eccedente contribuisce ad aumentare rifiuti e inquinamenti, ma, ciò che più colpisce, a diffondere nel mondo ricco le malattie “del benessere”: infarti, diabete, tumori… Queste assurde contraddizioni, documentate dalla Fao e dall’Oms, sono quindi dannose anche per i ricchi, oltre, ovviamente ai poveri, per motivi opposti. I paesi ricchi dovrebbero quanto meno impegnarsi di più in campagne di educazione alimentare, che potrebbero consentire di liberare a livello globale risorse per il mondo affamato.

L’enciclica Caritas in veritate ha ampiamente trattato questo tema cruciale della fame e degli squilibri, in particolare nel secondo capitolo dedicato allo sviluppo umano. Ha richiamato il “supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante” e “lo scandalo di disuguaglianze clamorose” (par.22). Il paragrafo 27 è specificamente dedicato al tema della fame e dell’insicurezza alimentare, mentre nel successivo il tema viene ricondotto a una più generale “apertura alla vita”, stigmatizzando la “mentalità antinatalista”, nonché: il “terrorismo a sfondo fondamentalista”, “l’indifferenza religiosa o ateismo pratico”, il “sottosviluppo morale” (29). Dopo aver ribadito l’esigenza della carità anche nella scienza – “Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l’amore” (30) – e ulteriormente stigmatizzato “l’aumento sistemico delle ineguaglianze, ossia l’aumento massiccio della povertà in senso relativo”, se ne evidenziano gli effetti negativi sulla coesione sociale, i rischi per la democrazia, nonché i danni economici derivanti dalla “erosione del «capitale sociale», ossia di quell’insieme delle relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile” (32). Si sofferma anche sulle “tendenze attuali verso un’economia del breve, talvolta brevissimo termine. Ciò richiede una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, nonché una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni” (ivi). Indicazioni su questa revisione possono essere ricavate nel successivo cap. terzo, dedicato al suggestivo tema dell’introduzione di dono e fraternità nell’economia.

L’essere umano è fatto per il dono”  (34). Questa ottimistica affermazione (che sembra confermata anche da test psicologici su bambini piccoli: cfr. ad es. il recente testo: Altruisti nati, di M. Tomasello, Bollati Boringhieri) viene subito attenuata dalla considerazione del peccato delle origini: “Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi. (..) La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e politici che hanno conculcato la libertà della persona e dei corpi sociali e che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che promettevano” (ivi). Si può notare che, pur attribuendo tutto il male al peccato d’origine, sembra arduo scaricare sullo stesso peccato certi errori che potevano essere evitati. Non si dimentichino ad es. le tragiche conseguenze derivate per la Chiesa stessa e per l’umanità intera dall’aver accettato le adulazioni pseudo-religiose di dittatori populisti come Hitler e Mussolini. Ancora peggio sarebbe invocare il peccato d’origine per avallare una sorta di inevitabilità della assurda ripartizione nel mondo delle risorse alimentari, sopra menzionata.

Anche il mercato può trarre vantaggio dal dono. “Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato. (..) Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare” (35). “La solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non può essere delegata solo allo Stato. Mentre ieri si poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la giustizia e che la gratuità intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. È dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si può attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d’impresa e dunque un’attenzione sensibile alla civilizzazione dell’economia” (38).

In definitiva questi aspetti riguardanti il dono e il gratuito nell’economia sembrano essere la “novità” più significativa di questa enciclica, la riscoperta di una realtà che è stata da almeno due secoli esclusa dall’ambito economico. Abbiamo iniziato col dato raggelante del miliardo di affamati per indicare un problema concreto, gravissimo ma sottaciuto dai media e dalla cultura imperante: quasi un tema che non ci riguarda, derivante da un dato “naturale”, contro cui non possiamo farci niente. Invece è lo smascheramento di un colossale errore proprio in campo economico, di una secolare spoliazione operata dal mondo oggi ricco nei confronti di quello oggi impoverito. Sono problemi che reclamano priorità assoluta, di fronte ai quali gli altri possono apparire sterili elucubrazioni intellettuali: quelle del levita e del sacerdote che voltano la faccia di fronte al dolore umano (nella parabola del buon samaritano).

Per riflettere:

-per la crisi 100 milioni di nuovi affamati;

-hanno superato il miliardo;

miseria disumanizzante;

-malattie del benessere;

-supersviluppo dissipatore;

-scandalo di disuguaglianze clamorose;

-aumento sistemico delle ineguaglianze;

-civilizzare l’economia;

-l’essere umano è fatto per il dono;

-abuso dello strumento economico;

-vantaggi del dono per il mercato;

-giustizia commutativa, distributiva, sociale;

-secolare spoliazione del mondo povero.

giugno 11, 2010

ECONOMIA CIVILE*

DONO DELLA CULTURA ITALIANA CHE OGGI IL MONDO RISCOPRE

Origine.  Nel 18° secolo, mentre si delineavano in Scozia i principi di quella che sarà l’economia politica con Smith e Hume, in Italia, in particolare a Napoli, si sviluppava un’idea di economia che possiamo chiamare civile. Ne furono esponenti Genovesi, Filangieri, Dragonetti e altri. La radice prossima di questa linea di pensiero va cercata nell’umanesimo civile, che aveva accompagnato lo sviluppo mercantile e bancario di floride città come Firenze. Radici più remote possono risalire al pensiero di Aristotele, Cicerone, Tommaso, ma, più specificamente, alla scuola francescana, che aveva sottolineato la necessità di tener presente il bene comune in economia. Pur essendoci molte analogie tra la scuola scozzese e quella napoletana (entrambe prospettano un’economia di mercato con divisione del lavoro, prospettiva di sviluppo, libertà d’impresa…) differivano su almeno due punti significativi. Uno riguarda appunto il bene comune, inteso dalla scuola napoletana non come semplice somma di beni singoli, ma influenzato anche dalla loro distribuzione. Il secondo punto riguarda la questione se i mercati possono essere influenzati o no dalla socievolezza (o relazionalità genuina). Per Smith e per la tradizione dell’economia politica il mercato è civiltà ma non è amicizia. Invece per la scuola napoletana, ripresa anche nel ‘900 da pensatori come Sturzo, Einaudi e Zappa (il fondatore dell’economia aziendale), il mercato, l’impresa, l’economico sono in sé luoghi anche di amicizia, reciprocità, gratuità, fraternità.

Fraternità.  Il filosofo Gabriel Marcel, commentando il noto slogan dei rivoluzionari francesi: “Liberté, egalité, fraternité”, sottolineava che uguaglianza e libertà sono principi fondati sulla ragione, e corrispondono ad un atteggiamento rivendicativo dell’ “io”, che giustamente afferma: “io non valgo meno di te, non ho meno diritti di te”. La fraternità, invece, è l’atteggiamento dell’ “io” che si decentra nel “tu”, dicendogli: “tu vali molto, tu sei importante per me, e io so che non posso essere felice se anche tu non lo sei, perché tu sei mio fratello”. Questo atteggiamento non si spiega in termini puramente razionali: la fraternità fra gli uomini e fra i popoli dovrebbe essere una categoria e un atteggiamento di fede, anche se propugnato da rivoluzionari giacobini. In ogni caso non si dovrebbe prescindere dall’esistenza nella pratica di amicizia e fiducia reciproca. La fraternità, in effetti, permette agli “uguali” di essere “diversi”. Postula, di conseguenza, il pluralismo, il quale permette ad una società di garantirsi un futuro e di non scomparire. È pertanto opportuno tener conto della fraternità anche in un campo arido come quello economico. Può essere considerata oggi una sfida intellettuale tra le più significative e importanti.

Principio di reciprocità.  Per avere un ordine sociale sono necessari tre grandi principi:

1- scambio di equivalenti: il prezzo è l’equivalente in valore di un bene o servizio scambiato nel mercato, con cui si garantisce l’efficienza del sistema;

2- redistribuzione: per essere efficace e dare a tutti la possibilità di partecipare, il sistema economico deve redistribuire la ricchezza tra i soggetti che ne fanno parte. Si tratta del principio che garantisce l’equità del sistema ed è specificamente affidato allo Stato;

3- reciprocità: si differenzia dal mero altruismo – che si manifesta attraverso trasferimenti unidirezionali – per comprendere anche la possibilità di trasferimenti bidirezionali e la loro transitività, cioè a favore di un terzo. Si può inoltre tener conto delle emozioni, che spesso determinano anche l’agire degli operatori economici. È evidente che se si esclude il principio di reciprocità si perde la possibilità di comprendere situazioni frequenti anche nei mercati e quindi larghe fette di realtà economica.

Homo economicus:  questa è invece l’ipotesi prevalsa in più di due secoli di storia dell’economia politica. Si tratta di un uomo caratterizzato dall’assoluta razionalità (quindi senza sentimenti), dall’egoismo e dall’individualismo. John Stuard Mill ne ha parlato a metà dell’ottocento, ma per deridere: “non si pensi che gli operatori economici si comportino come l’homo economicus!” Ben diversa è la persona umana concreta, nella quale le relazioni hanno un ruolo costitutivo. Così l’economia politica ha recepito soltanto i primi due principi, trascurando totalmente la reciprocità e le altre elaborazioni della scuola napoletana – che pertanto è più completa. L’economia civile nell’ultimo quarto di secolo sta conoscendo una seconda giovinezza, come un fiume carsico che riemerge dopo un lungo percorso sotterraneo. Perché le persone comuni, prima ancora degli economisti, si rendono conto che applicando i soli primi due principi non si va lontano.

Paradossi.  Si pensi agli aumenti spropositati delle disuguaglianze che si accompagnano oggi alla crescita della ricchezza; si pensi al paradosso della felicità, secondo il quale, oltre un certo livello di reddito pro capite, ulteriori incrementi, anziché accrescere, abbassano l’indice di felicità. Un altro paradosso può ad es. riguardare la sottonutrizione nel mondo: una recente indagine della Fao dice che l’attuale produzione alimentare potrebbe sfamare 12 miliardi di persone. Non siamo neanche 7 eppure una larga fetta è ancora alla fame. Sono tutti paradossi generati dall’aver dimenticato da due secoli il principio di reciprocità. Ecco perché riemerge il fiume carsico dell’economia civile. Ciò che sorprende è che questo ricupero avviene all’estero, nelle più rinomate università del mondo, con convegni e corsi, mentre in Italia, dove è nata, è ancora quasi ignorata. Si ricorda ad es. che il premio Nobel per l’economia del 2008 è stato assegnato a Elinor Ostrom, una politologa americana, per aver dedicato i suoi lavori più importanti al principio di reciprocità e all’organizzazione dei commons, riguardanti la gestione dei beni di uso comune. Prima ci si renderà conto del grande regalo che ha fatto al mondo la cultura (e forse anche il buon senso) dei nostri padri di tre secoli addietro, meglio sarà per tutti.

* fonte: Wikipedia e intervista al prof. Zamagni sulla pubblicazione del Dizionario di economia civile, ed. Città Nuova 2009, trasmessa da radio 3 Rai nel febbraio 2010.

Per riflettere:

-differenze tra la scuola scozzese e la scuola napoletana;

-dalla prima discende l’economia politica, dalla seconda l’economia civile;

-l’influenza della scuola francescana;

-il mercato è anche luogo di amicizia e socievolezza;

-fraternità: si oppone all’individualismo ed è matrice di pluralismo;

-tre principi dell’ordine sociale;

-il principio di reciprocità consente di tener conto della bidirezionalità, della transitività e delle emozioni;

-è quindi più vicino alla realtà economica;

-nella persona umana le relazioni hanno un ruolo costitutivo;

-paradossi derivanti dall’aver dimenticato per due secoli il principio di reciprocità.

giugno 8, 2010

COS’È CHE PIÙ CI ARRICCHISCE?

RIFLESSIONI SUL PARADIGMA DELL’ECONOMIA

È ovvio che le elaborazioni della scienza economica siano influenzate dalla realtà dell’epoca in cui avvengono: soggette quindi a mutare quando cambiano le situazioni concrete. Quando, verso il 15-16° secolo, iniziò il tentativo di dare una dignità “scientifica” alle riflessioni sull’economia – di fondare cioè una scienza economica – oltre alle tradizionali attività per la sussistenza, specie agro-alimentare, si erano imposti i commerci e gli scambi. Logico quindi che l’attenzione dei primi economisti si concentrasse sugli scambi commerciali, i quali, peraltro, avevano anche un non secondario effetto sul piano culturale, mettendo in contatto con la diversità di paesi e civiltà prima sconosciute. È da segnalare che il compito dello Stato, in questa situazione, è piuttosto limitato: favorire al massimo gli scambi, liberalizzando i mercati e astenendosi da ogni intervento limitativo.

Con la rivoluzione industriale,  fonte prioritaria di ricchezza diventa la produzione (organizzata in modo industriale, appunto). Su di essa si concentra l’attenzione degli economisti classici: Smith, Ricardo e altri. Marx giunse a ritenere, più tardi, che la produzione – materiale e immateriale – è la caratteristica centrale dell’uomo (prima ancora che dell’economia). Per favorire la produzione, però, il ruolo dello Stato non può essere liberista come nel caso precedente. Si aprono infatti nuovi compiti per le pubbliche istituzioni: predisporre le infrastrutture necessarie per l’industria, governare i processi migratori, educare e preparare i giovani, proteggere dalla concorrenza esterna i mercati nascenti, ecc.

Contrapposizione ideologica. Una radicale divisione si produsse così nel pensiero economico, tra coloro che passarono a sostenere l’interventismo (i marxisti anzitutto, che certamente lo esagerarono, essendo condizionati da una pesante ideologia) e il pensiero rimasto fedele al liberismo, che si definì neo-classico. Anche quest’ultimo pensiero, diventato di gran lunga prevalente in occidente e nel mondo intero, specie dopo la caduta del muro di Berlino, non è esente da condizionamenti ideologici, tanto da far ritenere che la eccessiva fiducia nel mercato e la conseguente mancanza di controlli siano tra le cause principali delle crisi economiche attuali. Sta di fatto che gravi crisi non sono state previste da quasi nessun economista, così come nel caso della precedente grande crisi del 1929, né di quelle minori. Tutto ciò non può non far sorgere forti dubbi circa la validità delle analisi della scienza economica tuttora invalsa.

Una tesi suggestiva può riguardare il paradigma dell’economia cioè i principali oggetti di studio e relativi metodi di questa scienza; con un’immagine un po’ ardita si potrebbe dire che il paradigma riguarda il motore dell’economia. In pratica il paradigma di un economia arcaica sarebbe stato incentrato sull’agricoltura, nel periodo rinascimentale sugli scambi commerciali, dopo la rivoluzione industriale sulla produzione. E quale dovrebbe essere oggi, dopo la rivoluzione informatica, la globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia? Poiché gli scambi finanziari hanno raggiunto una dimensione di gran lunga superiore ad ogni altra forma di scambio – consentendo enormi guadagni speculativi per pochi fortunati – si potrebbe sostenere che proprio sulla finanza andrebbe oggi concentrato il paradigma degli studi economici. Tuttavia la speculazione finanziaria (come ogni altra forma speculativa) ha la caratteristica di operare “a somma zero”: ciò che guadagna qualcuno è perduto da altri. Ovvio che la finanza vada vista più come pericolo da controllare e contenere, che non un motore cui affidarsi. E in effetti si è visto quanto peso possa raggiungere la speculazione finanziaria, giungendo nel 1992 a minacciare valute come la lira e la sterlina e oggi persino l’euro, la moneta dell’area più ricca del mondo!

Crescita umana come paradigma? La critica alla finanza e l’impossibilità a considerarla motore dell’economia attuale induce anche a prendere le distanze circa la validità dei paradigmi precedenti. Non potrebbe essere che l’effetto “secondario” degli scambi – quello di consentire una crescita culturale, mettendo in contatto con la diversità di altri popoli – sia un risultato più profondo e duraturo del guadagno immediato dagli scambi? E analogamente, non potrebbe essere la crescita umana e professionale conseguente all’introduzione di nuove forme di produzione, il risultato più prezioso nell’industrializzazione? L’ipotesi che la crescita umana, culturale e professionale, possa essere considerato il nuovo paradigma della scienza economica, in grado da preservarla dagli errori del passato, potrebbe essere avallato dalla considerazione che il fattore umano viene sempre più considerato significativo tra i fattori di localizzazione e di sviluppo. È necessario però allungare l’orizzonte temporale dell’azione e soprattutto liberarsi dai condizionamenti ideologici che ancora infettano la cultura economica prevalente.

Liberarsi dai pregiudizi.  Non aver abbracciato il paradigma della produzione – che consente di comprendere molto meglio la realtà moderna – e avere invece mantenuto il paradigma degli scambi, che più giustifica il liberismo, è un primo esempio di come la teoria economica sia stata condizionata negativamente dal pregiudizio liberista. Un secondo esempio potrebbe riguardare la teorizzazione secondo la quale, date certe condizioni (praticamente mai realizzate, come per molte altre teorie neo-classiche), è indifferente distribuire i dividendi anziché investirli (teorema di Modigliani-Miller). Ciò ha contribuito all’affermazione della teoria che all’obiettivo del profitto va sostituito quello della massima valorizzazione (borsistica) dell’azienda, con un’adeguata politica dei dividenti; ha pure contribuito ad abbreviare l’orizzonte temporale dell’attività aziendale, escludendo ogni prospettiva a medio-lungo termine. Questo accorciamento delle prospettive, che avviene anche nel campo politico, ha contribuito a trascurare il problema della crescita umana e professionale dei lavoratori – cosa che potrebbe costituire il patrimonio più importante e duraturo anche in una sana strategia aziendale. Infine va visto in tutto ciò un fattore non secondario delle crisi economiche in atto nel mondo. È urgente, in definitiva, un radicale cambiamento anche nella scienza economica, che non sembra di poter cogliere nel dibattito in corso.

Per riflettere:

-le prime riflessioni sull’economia ai tempi del fiorire degli scambi commerciali;

-non si richiedevano interventi ma solo liberismo;

-con la rivoluzione industriale si passa dagli scambi alla produzione;

-il liberismo si rivela spesso inadeguato;

-contrapposizione ideologica tra liberisti e interventisti;

-le crisi economiche non sono state previste da chi confida ideologicamente nel mercato;

-inadeguatezza della scienza economica;

-ruolo distorcente della speculazione;

-crescita umana come nuovo paradigma, oggi;

-perché si riduce l’orizzonte temporale in campo economico, come in quello politico?

« Newer PostsOlder Posts »

Blog su WordPress.com.