SIAMO INGRANAGGI DI UNA MACCHINA CHE NON VOGLIAMO SAPERE DOVE VA
di don Giorgio De Capitani*
Saggezza costruita sull’esperienza. Il libro dei Proverbi è una vasta raccolta di massime, sentenze, insegnamenti, esortazioni che fanno parte della saggezza popolare orientale. Non si tratta dunque di riflessioni di carattere teorico, filosofico o teologico. La saggezza popolare costruisce i suoi proverbi sulla esperienza quotidiana, che è fatta di gioie e di dolori, di inganni e di tranelli, di crisi e di speranze. Cambiano i tempi, cambiano gli usi e i costumi, il modo di vivere, ma la saggezza sta nel cogliere i valori eterni. La sapienza popolare, in altre parole, non invecchia. Ha una sua attualità da rivalutare soprattutto in tempi, come i nostri, in cui si è persa la capacità di concentrazione, di osservazione, di usare quel senso critico che sa distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Oggi in genere sappiamo al massimo distinguere ciò che è utile da ciò che non è utile, dal punto di vista efficientistico. Il brano letto (Pr 9,1-6) mette in luce il contrasto tra sapienza e stoltezza. Chi è colui che si comporta da saggio, e colui che si comporta da stolto? La sapienza che riguarda il nostro vivere non è materia di scuola. Ma ci si deve educare a saper vivere scegliendo il giusto o il vero, di caso in caso. Ogni giorno. Nel nostro agire più banale. Di banalità in banalità si arriva alla stoltezza che, proprio perché banale, non ci fa sentire in colpa. Ma c’è anche un‘altra banalità, quella del male che diventa così normale da apparire appunto banale.
Un uomo banale. Scusate se mi soffermerò ora su un libro davvero interessante, anche se non è di facile lettura. Il titolo: “La banalità del male”. Autrice: Hannah Arendt, che ha seguito da giornalista le 120 sedute del processo Eichmann, il famigerato criminale nazista che aveva coordinato l’organizzazione dei trasferimenti degli ebrei verso i vari campi di concentramento e di sterminio. Nel maggio 1960 agenti israeliani lo catturarono in Argentina, dove si era rifugiato, e lo portarono a Gerusalemme per essere processato da un tribunale israeliano. Fu condannato a morte e la sentenza fu eseguita il 31 maggio del 1962. La giornalista, colpita dall’atteggiamento dell’imputato, si pone subito una domanda: ma chi è veramente Eichmann? Uno spietato criminale nazista, oppure un semplice funzionario che obbedendo agli ordini faceva partire in orario i treni per la deportazione degli ebrei? La risposta dell’autrice va oltre Eichmann, che viene assunto come modello per affrontare il problema del male. Dal titolo italiano si evince la sua tesi, ovvero, la natura banale del male. Bisogna fare attenzione, il termine banale potrebbe trarre in inganno. La banalità non è sinonimo di non sussistenza del male, non si sminuisce il male come atto in sé, ma lo si colloca su di un piano diverso, appunto, banale. La Arendt, ogni volta che assisteva alle sedute, provava disagio di fronte a un individuo che appariva del tutto mediocre, perfetto burocrate del male, intrappolato in clichés e in un linguaggio standardizzato che gli impedirono di prendere coscienza dell’atrocità delle proprie azioni.
Etica kantiana. Egli dichiarò di aver praticato, da buon tedesco, i principi dell’etica kantiana; davanti alla corte di Gerusalemme, in una sorta di «macabra commedia», si mise a recitare una definizione stravolta di un imperativo categorico di Kant: «Agisci come se il principio delle tue azioni fosse quello stesso del legislatore o della legge del tuo paese» (quello di Kant era: “Agisci solo secondo la massima per la quale puoi e allo stesso tempo vuoi che questa diventi una legge universale”. Ciò che la Arendt scorgeva in Eichmann non era neppure stupidità, ma qualcosa di completamente negativo, cioè l’incapacità di pensare: prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee originali e non voleva correre il rischio di averne. Entrò nel partito nazista austriaco nel 1932, senza troppa convinzione, seguendo il consiglio di un amico. Quasi senza accorgersene, finì per diventare amministratore della macchina organizzativa: requisiva treni e pianificava gli spostamenti in base alla capacità dei campi di concentramento, organizzava tra i vari campi il trasporto degli ebrei. Egli ammise che, dopo la caduta del regime, si sentì perduto, spaesato poiché non aveva più ordini a cui obbedire e un capo da osannare. Giustificò i suoi crimini contro l’umanità con l'”etica” del senso del dovere e di ordini superiori che sarebbe stato impossibile, nonché “immorale” disattendere. Insomma, il diavolo non è mai come lo si vuol dipingere, non è l’eccezionalità, l’extra-ordinario o il tentatore ammaliante dalle mille lusinghe, ma l’insospettabile omino della porta accanto.
Mostro o uomo qualunque? Eichmann si confessò sempre innocente: “Io non ho mai ucciso né un ebreo né un non ebreo, insomma non ho mai ucciso un essere umano”. Egli si considerava un cittadino ligio alla legge che aveva soltanto eseguito gli ordini. Era solo un burocrate. Su questo punto si apre la riflessione della Arendt: il mostro che tutti si aspettavano di vedere seduto al banco degli imputati, non era altro che un uomo qualunque, ordinario, banale. Né un idealista né un fanatico, semplicemente un ingranaggio di quella enorme e complessa macchina che era allora il regime. Il libro apre qui una profonda riflessione sull’entità del male, riflessione anticipata fin dal titolo dell’opera: il ‘male’ incarnato dal suo protagonista è un male banale, tutt’altro che demoniaco; un male proveniente dal basso, un male forse non del tutto consapevole e quindi anche più pericoloso. Eichmann non era che una pedina di quella scacchiera immensa che costituiva l’apparato nazista entro il quale altri uomini, come lui, lavoravano simultaneamente. La questione della colpa a questo punto diventa complessa.
Eichmann non è allora il Diavolo, ma il suo umile servitore, il burocrate che non si pone domande ma esegue semplicemente il proprio lavoro, perché così gli è stato ordinato. La Arendt nota come nulla, perfino nell’aspetto dell’imputato, lasci intendere che dietro quell’uomo piccolo e canuto si celino in realtà milioni di altri uomini, deportati ed uccisi nei campi di concentramento. Eichmann, incaricato delle deportazioni, che idealmente muoveva milioni di ebrei verso la morte, era semplicemente uno che cercava di svolgere al meglio il suo lavoro dietro una grigia scrivania, come quello di un qualunque impiegato: Eichmann ci somiglia, questa la terrificante verità che emerge dalle pagine del libro. Il rigoroso ed efficiente apparato nazista ha probabilmente inaugurato ciò che oggi è il principale paradigma di ogni produzione aziendale: la divisione del lavoro che riduce la capacità del singolo di comprendere l’esito finale delle proprie azioni. Per terminare con le parole della Arendt: “il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”. Per la filosofa, la banale malvagità di Eichmann, che ne ha fatto uno dei peggiori carnefici della storia, è il frutto semplice e mostruoso della sua “mancanza di immaginazione”.
Empatia. Una carenza che si traduce anche in assenza di quella dimensione peculiarmente umana, l’empatia, che fa sì che si ci possa immedesimare nell’altro al punto di essere partecipe delle sue emozioni, siano esse di gioia o di dolore. “Non era stupido – sottolinea riferendosi ad Eichmann – era semplicemente senza idee… Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme”. Per la Arendt, è “questo agire in assenza di pensiero il fatto tragico dei nostri tempi”. Dunque, il male non sceglie, si fa scegliere. E si fa scegliere anche da persone “normali”. La banalità del male rilevata in Eichmann è di fatto il terribile riconoscimento della “normalità” del male. Una normalità che fa sì che alcuni atteggiamenti comunemente ripudiati dalla società trovano modo di manifestarsi attraverso il cittadino comune, che non riflette sul contenuto delle norme ma le applica incondizionatamente. È questa la sconvolgente verità: il male è umano anche nelle sue forme più aberranti ed estreme, quelle che ai più sembrano impensabili e quindi inspiegabili. Riconoscere questo in un carnefice significa in ultima analisi riconoscere di avere qualcosa in comune con lui in quanto uomini. E ciò per alcuni è inaccettabile.
Un insegnamento attuale. Arendt non intendeva assolvere Eichmann. Voleva semplicemente sottolineare il fatto, tremendo, che non bisogna necessariamente essere malvagi per compiere il male. Eichmann, nella sua atroce normalità, costituisce l’espressione più inquietante del nazismo. Egli incarna il tipo sociale più caratteristico del totalitarismo: l’individuo atomizzato della società di massa, incapace di partecipazione civile, che trova la sua nicchia vitale in un’organizzazione che ne annulla il giudizio morale. Allo stesso tempo la Arendt intendeva porre all’attenzione una realtà non meno inquietante, certamente impopolare e scomoda: un’intera società, frutto di una evoluta civiltà, può sottostare ad un totale cambiamento dei riferimenti morali senza che i suoi membri siano in grado di emettere alcun giudizio su quanto sta accadendo.
*Omelia domenicale del 26-9-2010 reperibile in: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1309&nome=omelie
Per riflettere:
-saggezza costruita sull’esperienza;
-senso critico per distinguere ciò che è bene e ciò che è male;
-anche nel nostro agire più banale;
-la banalità non ci fa sentire in colpa;
-il mediocre funzionario che obbedisce agli ordini;
-si appella all’etica kantiana;i
-non stupidità, ma rifiuto di pensare;
-un male tutt’altro che demoniaco;
-forse non del tutto consapevole e quindi più pericoloso;
-incapace di empatia;
-quindi lontano dalla realtà;
-oggi è sempre più difficile comprendere i meccanismi di cui siamo ingranaggi;
-è indispensabile partecipare alla vita civile;
-c’è un piccolo Eichmann in noi?

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