Brianzecum

agosto 4, 2010

PARROCCHIA E VOCAZIONE MESSIANICA*

DAL REGIME DI CRISTIANITÀ AL PLURALISMO

Parrocchia: la parola greca da cui deriva questo termine evoca al contempo presenza del Messia e vivere in esilio o soggiornare da straniero. Dà pertanto un’idea di provvisorietà, di pellegrinare, che si contrappone al risiedere stabile del cittadino nella propria città. In effetti tra i primi cristiani era diffusa la convinzione che fosse vicino il ritorno di Gesù, cioè la sua seconda venuta sulla terra: vivevano un tempo messianico. In seguito, soprattutto dopo Costantino, la comunità cristiana si è stabilizzata e istituzionalizzata, perdendo così l’originaria provvisorietà. Anzi, il rafforzamento delle strutture territoriali della Chiesa, che ha caratterizzato il regime di cristianità, è andato di pari passo con il controllo esercitato su una popolazione ormai totalmente cristiana. In questo modo però ha perso vigore l’originaria vocazione messianica: la Chiesa, anziché soggiornare da straniera in attesa, ha dimorato da cittadina, come tutte le altre istituzioni di questo mondo. Col rischio, comune a ogni istituzione e governo, di crollare.

Come recuperare la vocazione messianica?  “«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Secondo Paolo il tempo del Messia non può essere un tempo futuro, è il tempo dell’adesso. (..) Un già che è anche un non ancora. (..) L’esperienza di questo tempo non è qualcosa che la Chiesa possa scegliere di fare o di non fare. Non vi è Chiesa, se non in questo tempo e per mezzo di questo tempo. (..) Che ne è di questa esperienza del tempo del Messia, nella Chiesa di oggi? Il riferimento alle cose ultime sembra sparito dal discorso della Chiesa. (..) Si tratta della capacità della Chiesa di cogliere ciò che Matteo 16,3 chiama i segni dei tempi. (..) Vivere nel tempo del Messia esige la capacità di leggere i segni della sua presenza nella storia, di riconoscere nel suo corso il sigillo dell’economia della salvezza” (p. 786).

Due polarità,  compresenti ma in tensione dialettica tra loro, sono apparse necessarie per la sopravvivenza di ogni comunità umana, agli occhi dei padri e di chi ha riflettuto sulla filosofia della storia: una votata al governo del mondo, l’altra all’economia della salvezza. “Ora, è esattamente questa tensione che oggi è  spezzata. A mano a mano che la percezione dell’economia della salvezza nel tempo storico si appanna nella Chiesa, si vede l’economia stendere il proprio dominio cieco e derisorio su tutti gli aspetti della vita sociale. Allo stesso tempo, l’esigenza escatologica che la Chiesa ha trascurato ritorna sotto una forma secolarizzata e parodistica nei saperi profani, che sembrano fare a gara per profetizzare in tutti i campi delle catastrofi irreversibili. Lo stato di crisi e d’emergenza permanente che i governi del mondo proclamano oggi è proprio la parodia secolarizzata del perpetuo aggiornamento del giudizio ultimo nella storia della Chiesa. All’eclissi dell’esperienza messianica del compimento della legge e del tempo corrisponde un’ipertrofia inaudita del diritto, che pretende di legiferare su tutto, ma che tradisce con un eccesso di legalità la perdita di ogni vera legittimità” (ivi). Ecco perché oggi si può ritenere che i potenti del mondo sono tutti rei di illegittimità.

Incomunicabilità e frantumazione.  Tornando alla parrocchia è superfluo notare che l’attuale situazione, dopo i processi di secolarizzazione e di globalizzazione, è completamente diversa da quella del regime di cristianità: il pluralismo religioso e culturale è un dato di fatto assolutamente ineccepibile. “Il pluralismo esistente dentro un’istituzione non fondata né sul consenso, né sull’aggregazione (e fermamente decisa a respingere il relativismo valoriale e comportamentale) ha due conseguenze evidenti: l’incomunicabilità e la frantumazione. Oggi appare sempre più evidente che all’interno della Chiesa cattolica esiste, di fatto, un pluralismo assai accentuato; ma altrettanto evidente è l’assenza di comunicazione reciproca tra le varie parti. L’egemonia assunta dai movimenti negli ultimi decenni è esito inevitabile di questa situazione. Là dove vi sono schieramenti, la logica del governo non può che piegarsi allo spirito e alla pratica della «lottizzazione», assegnando a seconda delle circostanze ai vari gruppi la gestione di uno specifico settore ecclesiale. Per questo motivo all’interno della Chiesa cattolica la crisi più accentuata riguarda le strutture territoriali (diocesi, parrocchie). (..) Oggi, quando il pluralismo è tratto caratteristico sia di ogni porzione territoriale, sia della vita intraecclesiale, la parrocchia – vale a dire il territorio in cui ci si trova e non il gruppo a cui si sceglie di aderire – si presenta come un ambito chiamato a esercitare un’accoglienza reciproca sia lungo le piazze e le strade, sia all’interno della chiesa o della canonica. In sintesi, le istituzioni nate per garantire l’omogeneità cristiana di un territorio sono diventate le più esposte nel misurarsi con il pluralismo sociale ed ecclesiale” (pag. 783).

Accoglienza reciproca.  “In questa situazione molte sono state le opzioni messe in campo, comprese quelle dell’arroccamento, dell’occupazione della parrocchia da parte di determinati movimenti e del tentativo di ripristinarsi come simbolo di cristianità territoriale che si contrappone agli «altri». Non credo che sia questa la strada da imboccare. La via tutt’altro che teorica – e in moltissimi casi concretamente messa in pratica – su cui camminare è quella dell’accoglienza reciproca. L’unica risposta che tiene in questo contesto è quella della carità, vale a dire dell’amore del prossimo esercitato nei confronti di tutti coloro che si incontrano; e qui decisivo non è sapere se ciò avvenga intra o extra ecclesiam. Tuttavia quando l’amore del prossimo è esercitato all’interno dell’orizzonte ecclesiale, esso esigerebbe non solo l’abbandono di separatismi e lottizzazioni, ma anche la perenne consapevolezza di essere comunque al di sotto di quanto ci è chiesto. Fa parte della fede (assai più che della religione) patire in noi lo scarto tra la nostra capacità di amare e quella davvero conforme alla volontà di Dio manifestatasi nel Figlio suo venuto ad abitare in mezzo a noi” (ivi).

*tratto dallo “studio del mese” de: Il regno – attualità n. 22/2009 contenente due saggi: -Piero Stefani, Cristianesimo come religione: l’autocoscienza dei credenti (pp.777-783) e: -Giorgio Agamben, La vocazione messianica (pp 784-786).

Per riflettere:

-la parrocchia da soggiorno da straniera a strumento di controllo;

-il tempo messianico è adesso;

-cogliere i segni dei tempi, cioè della presenza divina nella storia;

-ogni comunità deve avere due polarità in tensione dialettica: una per il governo, l’altra per la salvezza;

-oggi questa tensione si è spezzata;

-l’economia stende il suo dominio derisorio sulla società;

-eccesso di legalità che tradisce mancanza di legittimità;

-nella Chiesa c’è incomunicabilità e frammentazione;

-vige la pratica della lottizzazione tra i movimenti;

-la parrocchia come luogo dell’accoglienza reciproca.


2 commenti »

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