Brianzecum

aprile 1, 2010

IMPRESA SOCIALE*

UNA PROPOSTA PER SUPERARE CRISI E SQUILIBRI DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO

Contraddizioni, ossimori, paradossi fanno parte integrante della vita: questa non può mai essere ridotta a qualcosa di lineare o matematico. Anche il termine impresa sociale può sembrare un ossimoro, dato che quando si parla di impresa si pensa subito al profitto, non alla socialità. Ma se questa è l’idea invalsa oggi, non era così quando nacque l’impresa. Non è nata come organizzazione speculativa, ma finalizzata alla produzione di valore: non solo valore economico, ma anche estetico, sociale, culturale, educativo… Analogamente le banche non sono nate per far soldi, ma per fornirli a chi li può impiegare fruttuosamente, prendendoli a prestito da chi li risparmia: prevaleva la finalità sociale. Anche oggi si può verificare come all’origine di molte attività imprenditoriali non ci sia soltanto il profitto, ma più ampie finalità personali e anche sociali.

Beni collettivi e beni relazionali.  L’impresa sociale è stata proposta da qualche decennio nel tentativo di recuperare il valore della persona e le finalità sociali originarie dell’impresa, contestando alla radice sia l’io individualistico del capitalismo, sia il noi totalitario del comunismo. La sua caratteristica peculiare è di porsi in ambito produttivo, ma senza mettere al primo posto il profitto, bensì il valore della persona, anche nei suoi aspetti sociali. Persegue di fatto finalità pubbliche, collocandosi in quello che viene chiamato terzo settore. E lo fa in un momento di crisi dello Stato sociale, in cui questi temi della persona diventano evidenti nei casi di sfortuna pesante: handicap, droga, carcere, psichiatria…, dove l’uomo emerge come sofferenza. Spesso crisi e sofferenza ci richiamano ai valori. Un altro campo importante per l’impresa sociale è quello del bisogno educativo, dove l’essere si sta facendo esperienza. In generale si può dire che l’impresa sociale è adatta a gestire i beni comuni: salute, servizi sociali, educazione, cultura, energia. Tra questi particolarmente indicati sono i beni relazionali, connessi cioè con le relazioni tra le persone. Si tratta di settori meglio gestibili in un ambito di interesse generale piuttosto che privato, in cui la collettività e ogni persona vi può rigenerare un pezzo della propria identità.

Né pubblico né privato.  Qualcuno potrebbe obiettare che questi ambiti vanno riservati al settore pubblico. Ebbene l’esperienza del ‘900 lo ha negato: solo con l’impresa sociale, dove si promuova la fiducia, l’auto-organizzazione, la responsabilità, il senso degli altri, l’auto-educazione, si possono raggiungere certi obbiettivi che nessuna burocrazia pubblica è in grado di avvicinare. Come ha indicato Max Weber, lo Stato non può essere che burocratico, deve seguire minuziosamente le norme. Ma la burocrazia deve essere buona burocrazia, molto leggera e molto vocata ad alcune funzioni, come la legislazione e il controllo. Non deve invece esercitare la gestione dei beni relazionali, più indicati per altre soggettività. Altrimenti costruiamo simulacri di beni pubblici, sempre più vuoti di esperienze pubbliche. Perché l’esperienza pubblica nasce anzitutto nel cuore, vicino a qualcuno: sono sempre le relazioni che la fanno crescere, non istituzioni astratte. Ecco alcune indicazioni a titolo esemplificativo.

Anziani.  Per affrontare i problemi degli anziani, crescenti nelle società mature, soprattutto per quanto riguarda le esigenze di qualità della vita, bisogna prima riconsiderare il tema dell’abitare. La burocrazia pubblica non ha trovato di meglio che l’edilizia popolare. In ogni caso il nostro abitare è incentrato su una struttura che è figlia dell’individualismo: l’appartamento. La radice di questo termine è la stessa di apartheid. Se tutti siamo contrari all’apartheid razziale del Sudafrica, dovremmo esserlo altrettanto verso gli appartamenti: evocano infatti la separazione, la segregazione. E per un anziano questa è la massima delle disgrazie. Non dovrebbero esserci famiglie slegate dalle altre. E in ogni caso dovrebbero esserci quei servizi e quelle strutture comuni, in grado di attivare le relazioni. Ecco uno spazio per l’impresa sociale. Altrimenti si può verificare quello che è avvenuto lo scorso anno, quando il 31% degli omicidi si è verificato nell’ambito delle famiglie regolari (dato Istat): non tanto da parte di mafie, immigrati o altro. È la follia di pensare che la famiglia nell’appartamento possa essere autosufficiente, in grado di risolvere da sola tutti i problemi che la vita pone.

Educazione.  I problemi che si presentano oggi nella scuola non sono tanto di tipo didattico, quanto di mancanza di esperienze reali di vita, che non siano solo libresche o virtuali. Per molti di noi è stato il nonno contadino o il vicino meccanico che hanno consentito questo tipo di esperienze vitali e autentiche. Anche qui si apre un ampio spazio per l’impresa sociale per consentire ai giovani già a partire dai 13 anni – sia pure per periodi limitati – esperienze a contatto con la realtà lavorativa, magari in cooperative responsabilizzanti. Le esperienze di lavoro vanno fatte presto, perchè i giovani non devono vivere in un ambiente artificiale, slegato dalla realtà.

Democrazia.  Oggi assistiamo anche a una grave crisi della democrazia. Non è solo questione di bipartitismo, proporzionalismo o simili. È questione di aver ridotto la democrazia alla rappresentatività e di averla segregata al momento elettorale. Si può ritenere che siamo arrivati al fondo di questa concezione della democrazia che identifica nel solo voto la sovranità del popolo. Perché ci sia vera democrazia abbiamo bisogno di lunga e specifica educazione, di luoghi dove possa essere esercitata, di crescere in esperienze di democrazia ai vari livelli. Rappresentatività da parte di chi è stato eletto, voto, partiti non sono dunque sufficienti per avere democrazia: è necessario anche moltiplicare le esperienze di democrazia. Queste consistono nel prendersi cura degli altri attraverso la condivisione dei significati. È sostanzialmente un’auto-educazione alla democrazia.

In definitiva, il capitalismo contemporaneo, centrato sul profitto individualistico, conduce verso gravi inconvenienti che non possono essere colmati dalla burocrazia pubblica, sia per carenze finanziarie, sia per carenze strutturali. La crisi economica li accentua, moltiplicando disoccupazione, squilibri, disagio. L’alterazione degli equilibri tra i poteri, con la prevaricazione del potere economico e di quello mediatico, rischia poi di compromettere alla radice la democrazia. Risulta sempre più necessario trovare forme produttive diverse da quelle capitalistiche, in cui non venga schiacciata la persona, specie nelle sue esigenze di relazione con gli altri. È motivo di speranza la sperimentazione di formule, come l’impresa sociale, che rendano più plurale l’economia e più profonda la democrazia.

*dalla relazione del prof. Johnny Dotti il 15-2-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sull’impresa sociale.


Per riflettere:

-impresa sociale, cioè non contraria alla socialità;

-produce valori non solo economici;

-anche le banche non sono nate solo per far soldi;

-impresa con finalità pubbliche;

-adatta a produrre beni comuni;

-in particolare beni relazionali;

-inadatti alla burocrazia pubblica;

-relazioni che fanno crescere;

-problema degli anziani connessi all’abitare;

-appartamento ha la stessa radice di apartheid, segregazione;

-strutture comuni per attivare le relazioni;

-educarsi sul lavoro con esperienze precoci di vita;

-moltiplicare esperienze di democrazia per superare la crisi della democrazia.


3 commenti »

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