RISPONDERE ALLE MODIFICHE ANTROPOLIGICHE IN ATTO
In un mondo di grandi mutamenti, quello che forse ci sfugge maggiormente è la comprensione dei mutamenti nella mentalità corrente. La sinistra tradizionale, ad es., riteneva possibile indurre l’individuo a sacrificare le proprie istanze personali in nome della causa collettiva. E per un certo periodo aveva pure ottenuto un discreto successo. Oggi però, dopo decenni di benessere, di liberismo, di consumismo, le cose sembrano radicalmente mutate. L’individualismo è diventata la mentalità prevalente, specie tra i giovani, un individualismo che nasce dall’esclusivismo, cioè dal principio della “mors tua vita mea”, dominante nell’economia. Oggi l’individuo ha un approccio alla realtà di tipo sistemico, cioè considera i diversi ambiti in cui il sistema della convivenza si articola – l’economia, la politica, il sapere, le relazioni intime, la sfera religiosa.. – come altrettanti strumenti da utilizzare o da sfruttare per la propria realizzazione, senza legare la propria identità a nessuno di essi. Lo spirito di fondo che anima l’individuo è una specie di opportunismo pragmatico che non obbedisce a visioni sintetiche e si spende in quello che potremmo chiamare il bricolage esistenziale: tutto può andar bene, purché procuri soddisfazioni individualistiche. È ovvio che un individuo del genere rifiuti quei valori universali e quei significati collettivi (come l’uguaglianza) – enfatizzati e persino sacralizzati talvolta dalla sinistra – i quali esigono che l’individuo debba cancellarsi a loro vantaggio. Questi valori sovrimposti all’individuo vengono rifiutati nella cultura attuale, sono avvertiti come una dimensione negativa dell’esistenza, fino a diventare veri e propri disvalori. Occorre invece presentare i valori che interessano l’individuo.
Principio di non appagamento. Nel campo politico, ad es., la democrazia necessita di quello che Aldo Moro chiamava principio di non appagamento. Essa può languire e persino regredire qualora non si sia in grado di portare più in alto le ambizioni della democrazia stessa, rispetto ai suoi compiti fondamentali: condivisione delle risorse della convivenza e trasformazione delle condizioni di ingiustizia, emarginazione ed esclusione, che impediscono una convivenza giusta. Questo messaggio oggi non può essere dato se non con l’idea che il cambiamento è valido e vantaggioso per tutti. Un progetto di convivenza giusta non dovrebbe confondersi con un messaggio negativo di appiattimento delle differenze legittime. Non bisogna cadere in una visione egalitaristica che elimini le differenze, idea che non ha giovato alla sua condivisione. L’idea di giustizia, in altri termini, deve coniugarsi col rispetto delle differenze, andando oltre la dicotomia giustizia libertà, che in passato ha penalizzato un ideale democratico radicale. Dobbiamo dunque chiederci come rilanciare un’immagine positiva del cambiamento e della democrazia come luogo del cambiamento. Quindi come rianimare procedure e valori in linea con la costruzione della democrazia. Bisogna lavorare non solo con la testa ma anche con le emozioni. Come afferma Castoriadis (in: La rivoluzione democratica, Elèuthera 2001) è necessario uno sforzo creativo dell’immaginario, oltre ad essere ancorati alla storia del Paese. Occorre “creare quelle istituzioni che, interiorizzate dagli individui, ne facilitino il più possibile l’accesso all’autonomia individuale e la possibilità di una effettiva partecipazione ad ogni forma di potere esplicito esistente nella società”. Ciò esige capacità creativa ma anche elaborazione dei materiali già dati per costruire l’edificio democratico.
Individualità virtuosa. Tra questi materiali c’è l’individualità: si tratta di un concetto che si differenzia dall’individualismo sopra considerato, perchè questo soggetto cerca relazioni con altri individui, cioè si vuole come persona. Già Gramsci diceva che il compito ultimo della politica era il soggetto individuale. In ultima istanza la politica deve costruire l’individuo. Si tratta di un discorso serio, né impolitico né apolitico. Il problema è di chiarire quale individuo debba essere costruito. Non certo quello individualistico, cinico, autoreferenziale, ma quello che cerca di elaborarsi come individualità virtuosa; non annulla il carattere relazionale nel proprio stile di vita ma cerca di costruire una relazione di tipo nuovo. Parte dall’idea che la pluralità di individui in cui ci troviamo è qualcosa di positivo. Altrettanto positivo è oggi il maggior accesso a cultura e informazioni, ciò che potrebbe consentire maggiore protagonismo. L’emersione dell’individualità procede di pari passo con una comprensibile emancipazione della società rispetto ad una politica pervasiva e impositiva. È questa una radice buona dell’attuale crisi della politica e anche dell’enfasi su ciò che viene chiamata antipolitica. Questa crisi significa anche maggiore potenza del sociale perché quello che prima passava attraverso le mediazioni indebite della politica oggi prende altre strade. Ecco dunque in tutto ciò un aspetto positivo, che emerge nel potenziamento delle energie dal basso, manifestate tramite le espressioni dell’individualità e dei soggetti della società civile. Questa è una risorsa della democrazia, non un rifiuto.
Non esclusione. Possiamo a questo punto porci questa domanda: ammessa la positività dell’individuo, sono tutti in grado di esprimersi come individui e di manifestare la ricchezza della loro individualità? Esaltare l’individualità in modo assoluto potrebbe portare a vere e proprie discriminazioni e non solo a marcare giuste differenze. C’è il rischio che qualcuno si arroghi il privilegio di diventare “più individuo” di altri. Una individualità proclamata indifferenziatamente non tiene conto del contesto in cui le differenze non rendono a tutti accessibile proprio una buona individualità. Pertanto se si vuole davvero realizzare l’individualità come valore in tutti e non solo in alcuni, c’è bisogno di un agire politico che sappia offrire le opportunità a tutti e quindi possa valutare il merito individuale senza restrizioni a monte. È questa la via per la quale l’insistenza sull’individuo non diventa una esclusione nei confronti degli altri: o c’è una capacità di individualizzazione universale oppure si cade in una cultura di tipo escludente. Ora, per fare in modo che tutti gli individui possano esprimere la propria capacità di individualizzazione, occorre l’agire politico. Per questa via una buona individualità esige un agire politico capace di creare condizioni eguali per la realizzazione dell’individualità da parte di tutti. Allora il discrimine tra una cultura autoreferenziale, che porta all’esclusione, al rifiuto della relazione, e la cultura della buona individualità, che esige la diffusione dei valori dell’individualità relazionale, richiede una politica che crei eguali opportunità per tutti. Si dovrebbe quindi puntare su una politica capace di produrre per tutti individualità ricche e originali. È un compito non facile, ma ineludibile, perchè la cifra dell’individuo è davvero la cifra prevalente nella cultura del nostro tempo.
Individualismo dell’impegno autodeterminato è il concetto elaborato da Ulrich Beck. Già Nietzsche, che viene affrettatamente indicato come campione dell’individualismo egoistico, aveva colto la possibilità evolutiva dell’individuo verso un vivere e un agire come individuo collettivo. Ciò avviene allorché, nel più alto grado di moralità finora raggiunto, la conoscenza lo mette in grado di anteporre il massimo utile, cioè l’utile generale e durevole, a quello personale (egoistico) e lo mette in grado di anteporre l’onorevole riconoscimento di valori generali e durevoli a quelli momentanei. In questo senso si può parlare di una morale dell’individuo maturo, capace di relazione collettiva, ma al tempo stesso non richiedente il sacrificio di ciò che è personale in noi, diceva sempre Nietzsche, come se esso fosse la parte cattiva. In sintesi si tratta di un individuo che realizza la coincidenza tra il massimo vantaggio proprio (purché non inteso in senso rozzo e incivile) e il vantaggio per i propri simili. Si potrebbe avere così la sutura tra individuale e collettivo, cosa di cui la cultura progressista precedente non è stata capace, perché ha sacrificato l’individuo al collettivo universale astratto. Parlando di individualismo dell’impegno autoderminato Beck dice: “Molti non riconoscono che il declino delle forme degli ordinamenti sociali tradizionali, espressione delle classi sociali, delle comunità religiose e della famiglia tradizionale, non necessariamente provoca il dilagare della disinformazione e dell’anomia. Piuttosto va sviluppandosi un’etica dell’autorealizzazione e dell’autoresponsabilità, che rappresenta una delle maggiori conquiste e fonti di significato delle moderne società. L’individuo che sceglie, decide e mette in scena sé stesso, che si considera come autore della propria vita, come creatore della propria identità, è la figura guida della nostra epoca.” Quali sono le doti di questo individuo? Sono fondamentalmente due: la capacità di dono e la capacità di reagire insieme ai rischi presenti nella storia in quanto caratterizzata da problemi non solo sociali ma anche ambientali (su questo secondo aspetto insiste molto la riflessione di Beck, qui ripresa liberamente). Si tratta di organizzarsi per affrontare insieme i rischi di una convivenza minacciata dallo spreco delle risorse, dell’inquinamento ambientale e da tutto ciò che può condurre a un futuro fortemente negativo. Il dono, presente a piene mani nell’enciclica Caritas in veritate, viene collegato specificamente all’ambito di un’economia cui non sia estranea la gratuità (basti pensare specialmente alle possibilità dell’economia dei beni immateriali, per es. al software gratuito, a Wikipedia, nonostante certi suoi risvolti discutibili sul piano del rigore. Ora interessa far scaturire da una riflessione sull’individualità le possibilità costruttive che provengono dalla capacità di dono e di reazione al rischio.
Società civile globale. Questa individualità matura o relazionale, su cui la politica democratica potrebbe far leva, è il nucleo più significativo di ciò che oggi chiamiamo la società civile globale. La quale è transnazionale e fa riferimento a una solidarietà basata su input di natura antropologica. In precedenza si parlava di solidarietà di natura strettamente sociale (si pensi alla classe operaia, alle grandi organizzazioni sociali, ecc.). La solidarietà planetaria invece ha una radice antropologica, così come il dono è una risorsa di natura antropologica, fa parte di un’espressione dell’umano in quanto tale, al di là delle stesse differenze sociali. In questa nuova società civile globale in via di formazione dobbiamo mettere in evidenza un cespite molto interessante e anche problematico. Attraverso internet oggi si può creare solidarietà su problemi puntuali nei confronti dei quali si realizza un’organizzazione anche molto forte di contestazione e quindi di protagonismo, certamente di tipo democratico e partecipativo. Una contestazione, anche nei confronti dei grandi leaders mondiali, che prima sarebbe stata impensabile. La società civile globale, grazie anche a internet o alla comunicazione in rete, è una grande speranza per la partecipazione democratica. Ha limiti speculari alla facilità di organizzazione di cui questa società civile dispone: ci si può ridurre a manifestazioni che si concludono in una semplice espressività delle istanze nuove, senza entrare nella “stanza dei bottoni”. Lo sforzo dovrebbe essere quello di dare più posto alle organizzazioni della società civile nell’Onu e negli altri organismi internazionali. Attualmente esistono già canali di partecipazione, ma sono inadeguati. C’è qui da segnalare, in conclusione, il grande potenziale di partecipazione democratica transnazionale, che pone le premesse di una democrazia cosmopolitica, ma è un processo non facile, che va coltivato con sforzi adeguati alla posta in gioco, con responsabilità e lungimiranza.
*dalle lezioni del prof. Francesco Totaro il 18 e 19 luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano
Per riflettere:
-si è diffuso un individualismo che nasce dall’esclusivismo economico;
-opportunismo pragmatico: non si è più disposti a sacrificarsi per una causa collettiva;
-principio di non appagamento: alzare le ambizioni della democrazia;
-rilanciare un’immagine positiva del cambiamento;
-democrazia come luogo del cambiamento;
– la politica quale individuo deve costruire?
-quello con individualità virtuosa, che cerca di intessere relazioni di tipo nuovo;
-emancipazione della società da una politica pervasiva e impositiva;
-perché tutti possano esprimere la propria capacità di individualizzazione occorre l’agire politico;
-creare uguali opportunità per tutti;
-la conoscenza fa anteporre l’utile generale e durevole a quello egoistico e momentaneo;
-sutura tra individuale e collettivo di cui la cultura precedente non è stata capace;
-etica dell’autorealizzazione e dell’autoresponsabilità;
-si richiedono capacità di dono e di reagire insieme di fronte ai rischi;
-società civile globale grazie a internet è grande speranza democratica.

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