Brianzecum

ottobre 13, 2009

LA “RIVOLUZIONE SCIENTIFICA” DI KEYNES

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RIFLESSIONI SUL PARADIGMA DELL’ECONOMIA
DAL NUOVO LIBRO DEL PROF. PASINETTI

Tutto iniziò nell’agosto 1930, in una fresca località del Tirolo. Quella mattina un economista di Cambridge che vi era in vacanza, il prof. Kahn, uno dei più stretti collaboratori di Keynes, al risveglio ebbe un’idea luminosa. Dall’ottobre precedente il mondo economico – pratico e teorico – era in subbuglio di fronte alla più grave crisi mai sperimentata in precedenza: quella iniziata appunto nel 1929. Gli economisti non erano in grado di suggerire ai politici ricette convincenti per il suo superamento: erano convinti che il mercato fosse il supremo regolatore, in grado di realizzare l’equilibrio ottimale (formalizzabile anche con raffinati modelli matematici). Ai politici potevano dare pochi consigli oltre ad attendere che il mercato operasse secondo la sua logica, fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio “ottimale”. Nella economia reale però andavano moltiplicandosi disoccupati e fallimenti di imprese; crollavano produzione e consumi in modo cumulativo: nel senso che la disoccupazione riduce i consumi, ciò comporta minore produzione, nuovi disoccupati e via di seguito.

L’idea luminosa del prof. Kahn fu di porre freno a questa involuzione cumulativa attraverso il rilancio dei consumi da parte dello Stato. Lo Stato può indebitarsi, effettuare opere pubbliche e, con i salari così messi in circolo, favorire la ripresa dei consumi e della produzione, secondo un meccanismo detto del moltiplicatore. Sembra una ricetta semplice e ragionevole; e in effetti ebbe un buon successo pratico e teorico. Non in linea però con l’impianto di base prevalente tra gli economisti e consolidato da quasi un secolo. Colui che capì lucidamente la necessità di dover cambiare radicalmente l’impostazione della scienza economica fu il più eminente economista della scuola di Cambridge, Keynes. Dotato di eccezionale intuito e di grande onestà intellettuale, ripudiò i suoi studi precedenti e si applicò a riscriverli con la sua fondamentale: Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, (ed. italiana UTET 1971), in cui appunto c’era lo sforzo di applicare un nuovo paradigma scientifico ai diversi capitoli dell’economia.

Il paradigma scientifico. Qualificati filosofi della scienza ritengono che il progresso non proceda in modo continuativo, ma principalmente attraverso “rivoluzioni scientifiche”, intendendo con questo termine il cambio del paradigma, cioè l’insieme di teorie, leggi e strumenti, accettati universalmente, che definiscono una tradizione di ricerca. L’occasione viene spesso determinata dal verificarsi di fallimenti o anomalie, cioè eventi che vanno contro il paradigma dominante. Il nuovo paradigma può inglobare quello precedente. In campo economico riflessioni ne sono state fatte in tutti i tempi, ma quelle considerabili “scientifiche” non risalgono a prima del 18° secolo. L’oggetto degli studi era in prevalenza l’aumento della ricchezza realizzabile attraverso gli scambi commerciali. Il pensiero dei mercantilisti, prevalso in Europa dal 16° al 18° secolo, era centrato su questo tema, ma non era sistematico, e questa è una ragione non secondaria della vittoria intellettuale dei successivi pensatori liberisti, i fisiocrati e i “classici”, con i quali è nata la scienza economica dopo la metà del ‘700, in parallelo con l’avvento della Rivoluzione industriale.

Con la Rivoluzione industriale andava anche modificandosi l’oggetto delle riflessioni economiche: la ricchezza non discendeva più soltanto dagli scambi commerciali, ma sempre più dalla produzione industriale, aprendo nuovi e complessi problemi di occupazione, investimenti, distribuzione, ecc. In breve la realtà fattuale implicava una modifica nel “paradigma” della scienza economica: dagli scambi alla produzione, appunto. Ecco alcuni cenni per comprenderne le importanti conseguenze: da un’analisi prevalentemente statica si dovrebbe passare ad una dinamica, dagli stock ai flussi, da indagini atomistiche a grandezze complessive. Dovrebbero essere presi in considerazione aspetti storici e istituzionali, accanto all’analisi astratta. Ai nostri giorni poi hanno assunto un’importanza enorme fattori come il cambiamento tecnologico e il processo di apprendimento, cioè gli aspetti immateriali dell’economia. Un paradigma centrato sugli scambi e sull’analisi statica ne riduce la comprensione, così come ne riduce per altri aspetti della realtà moderna. È forse per questo che fatica ad essere accettata l’idea che oggi l’educazione e la cultura devono avere la priorità, anche in economia.

Le anomalie nel funzionamento del sistema economico costituiscono un altro grosso punto debole dell’analisi economica che ancora oggi prevale, quella che si rifà alla scuola neoclassica o marginalista. Questo è il pensiero più divulgato dai media e soprattutto il più gradito all’establishment. Ben pochi economisti infatti sono stati in grado sia di prevedere che di contrastare fenomeni macroscopici come la grande depressione del ’29, gli shock petroliferi, nonché le crisi attuali: si tratta di quei “fallimenti o anomalie” che vanno contro il paradigma del mercato e che dovrebbero indurre un miglioramento “rivoluzionario” nel campo della scienza economica.

Una rivoluzione incompiuta. Anche dopo l’opera di Keynes, la maggioranza degli economisti non volle abbandonare il vecchio impianto della scuola marginalista, in particolare nelle eleganti elaborazioni di Walras e Pareto della seconda metà dell’ottocento. Modifiche e aggiornamenti a non finire sono state apportati a questo modello neoclassico, nel tentativo di adeguarlo alla realtà ormai troppo cambiata, ma la base è sempre quella: il paradigma dello scambio, la realtà che prevaleva secoli addietro. Persino l’opera innovatrice di Keynes è stata manipolata (da J.R.Hicks, seguito da tanti altri) per adattarla allo schema marginalista. I motivi della mancata “rivoluzione scientifica” sono illustrati in un libro avvincente:  Keynes e i Keynesiani di Cambridge. Una ‘rivoluzione in economia’ da portare a compimento, Roma: Laterza, 2010, scritto da un protagonista, il prof. Luigi Pasinetti, economista dell’Università  Cattolica, che a Cambridge ha studiato e insegnato per diversi anni. La rivoluzione scientifica auspicata da Keynes non ha potuto affermarsi per una serie di circostanze quali: la sua malattia e prematura morte, l’avvento massacrante della guerra, la successiva contrapposizione dei due blocchi nella guerra fredda, il fatto che il paradigma della produzione fosse sostenuto allora dai marxisti, pur essendo Keynes un sincero anti marxista, e altro ancora. Sta il fatto che “adottare uno schema teorico costruito sulle caratteristiche della più vecchia ‘fase del commercio’ della storia economica moderna e pretendere di usarlo come base su cui inserire tutti gli eventi evolutivi che hanno caratterizzato le successive fasi rivoluzionarie della moderna storia industriale sembra illogico. Proprio una logica elementare suggerirebbe di seguire un cammino esattamente opposto: concentrarsi in primo luogo sulla costruzione di una base teorica appropriata alla nuova fase industriale della nostra storia e successivamente – e solo successivamente – guardare indietro e recuperare, se e dove possibile, qualsivoglia aspetto della precedente fase che possa essere ancora considerato rilevante o utile” (pag. 205). Per comprendere la realtà che cambia ed essere in grado di dominarla. Infatti “il fine basilare di ogni sforzo scientifico non è quello di fare in modo che la teoria di qualcuno sopravviva: è quello di dare una migliore e sempre più soddisfacente spiegazione dei fatti” (pag. 51).

Per riflettere:

-l’idea luminosa del prof. Kahn per vincere la crisi, stimolando i consumi;

-opporsi all’involuzione cumulativa;

-l’insufficienza del mercato per realizzare l’equilibrio ottimale;

-l’onestà intellettuale di Keynes e l’applicazione del nuovo paradigma alla scienza economica;

-la grande crisi del ’29 come fallimento che induce a cambiare paradigma;

-motivi della mancata rivoluzione scientifica in economia:

– la grande guerra, la guerra fredda, la polarizzazione intellettuale marxismo-liberismo…

5 commenti »

  1. […] tesi suggestiva può riguardare il paradigma dell’economia cioè i principali oggetti di studio e relativi metodi di questa scienza; con un’immagine un po’ […]

    Pingback di COS’È CHE PIÙ CI ARRICCHISCE? « Brianzecum — agosto 16, 2010 @ 1:37 PM

  2. […] di prevedere e prevenire le crisi economiche, può essere visto in questo sito nella scheda: La rivoluzione scientifica di Keynes. Al di fuori del campo scientifico, l’esclusione dei paradigmi precedenti non è di solito così […]

    Pingback di TEOLOGIA DELLE RELIGIONI* « Brianzecum — agosto 20, 2010 @ 7:09 am

  3. […] La “rivoluzione scientifica” di Keynes […]

    Pingback di INDICE CRISI ECONOMICA « Brianzecum — settembre 3, 2010 @ 2:19 PM

  4. […] un nuovo individualismo? Quali fondamenta per la democrazia? La “rivoluzione scientifica” di Keynes Contro la crisi della democrazia alzare l’asticella Persona e diritti umani Invecchiamento attivo […]

    Pingback di ELENCO COMPLETO DEL MATERIALE DEL SITO « Brianzecum — ottobre 5, 2010 @ 2:30 PM

  5. […] purtroppo annoverare anche il pensiero prevalente in campo economico (si vedano ad es. le schede: La “rivoluzione scientifica” di Keynes e Cos’è che più ci arricchisce?). L’inconveniente è che questi mancati adeguamenti sono […]

    Pingback di IL DONO CHE SMENTISCE IL MERCATO* « Brianzecum — ottobre 17, 2010 @ 8:45 PM


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