Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Non possono esistere gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. (Antonio Gramsci)
Lo studio della complessità costituisce una delle pagine più fertili del pensiero filosofico e scientifico contemporaneo. In pratica è nato, assieme alla teoria dei sistemi e a quella delle informazioni, dopo l’introduzione del computer, verso la metà del secolo scorso, quando si è resa praticabile la soluzione dei problemi matematici che ne conseguono. Così ad es. la complessità dei sistemi è stata definita alta quando non può essere formalizzata con gli strumenti matematici conosciuti. In generale la complessità risulta crescente nel passare dal non vivente al vivente e raggiunge certamente il vertice nell’uomo e nel suo pensiero. Nel campo educativo la complessità viene presa in forte considerazione, tanto che oggi la funzione più qualificante dell’educazione è forse proprio quella di introdurre alla complessità. Si richiede però gradualità, perché all’inizio è necessario adottare grandi semplificazioni per adeguarsi alla mente del giovane in crescita. La semplificazione però non dovrebbe escludere le cose importanti né presentare una realtà chiusa in sé, ma aperta, soggetta all’approfondimento e alla scoperta. Un aspetto della complessità della realtà umana è la tolleranza nei confronti della diversità e l’accettazione del pluralismo delle posizioni: non possono mancare nell’educazione moderna. In sintesi la complessità è una sfida e una difficoltà per il pensiero di tutti noi: pertanto c’è ovunque una tendenza a dimenticare la complessità e a ricorrere a semplificazioni.
Il fondamentalismo può essere considerato una risposta semplificatrice alla sfida della complessità. I primi a definirsi fondamentalisti furono, verso la fine del secolo 19°, quegli appartenenti alla Chiesa battista statunitense che erano contrari alle correnti moderniste e razionaliste, allora in fase di forte espansione. I fondamentalisti facevano riferimento ai fondamenti irrinunciabili della fede, tratti in modo dogmatico e letterale dalla Bibbia. Portavano pure avanti l’esigenza di una fede facilmente comprensibile, in una prospettiva anche politico-sociale, con forte critica – che possiamo definire anti-intellettuale o anti-elìtes – contro il pericolo di una società o di una morale “degli avvocati e dei filosofi”. Come si vede l’esigenza della semplificazione didattica, della sintesi, dell’essenzialità, si scontra contro la pretesa degli esperti, dei “chierici”, di essere gli unici titolati a dare risposte anche sui problemi vitali, quelli che riguardano tutti. Col passar del tempo il termine fondamentalismo, che non aveva all’origine accezioni negative, è diventato gradualmente sinonimo di integralismo e di posizioni arretrate. Oggi viene attribuito principalmente all’Islam e agli attentatori suicidi, ma può essere correttamente usato anche per certe posizioni rigide di altre religioni e, più in generale, in tutti i rami del pensiero: si può dire che c’è fondamentalismo laddove si abbraccino posizioni unilaterali e sovra semplificate, trascurando i molteplici aspetti – spesso contradditori – che la realtà della vita comporta. Si parla ad es. di fondamentalismo del mercato per designare la corrente liberista che negli ultimi decenni ha trionfato in economia, ma che di fronte alle recenti crisi finanziarie si è guardata bene dal rifiutare gli interventi pubblici per la copertura delle perdite – pur restando sempre favorevole alla privatizzazione dei guadagni. A uno sguardo critico, attento alla complessità dei problemi, non sfuggirebbe che dietro il “mercato” oggi si nascondono i grandi finanzieri e manager, i cui poteri – e guadagni – continuano ad allargarsi a dismisura, senza alcun controllo reale da parte della società civile.
Gli atteggiamenti fondamentalistici sono ancor oggi molto più diffusi di quanto non si pensi, proprio perché è comodo seguirli, mentre evitarli costa fatica. Di frequente si fa ricorso a un principio astratto, magari tratto da un credo religioso cui si attribuisce valore assoluto, e lo si applica direttamente al caso concreto, senza tener conto degli altri aspetti del contesto. Un esempio potrebbe essere il caso di Eluana, in coma vegetativo da 17 anni. Per non “staccare la spina” si è invocato il principio di sacralità della vita umana. Ma può ancora parlarsi di vita umana in casi simili? Non vanno tenute presenti le sue volontà, testimoniate dai genitori? E quante vite di bambini africani si potrebbero salvare con ciò che serve per prolungare questa presunta vita? Il buon senso – che tutti possiamo avere, non solo gli esperti e i chierici – potrebbe risolvere molti problemi, specie quelli di coscienza, che, in uno stato laico, dovrebbero più spesso essere lasciati alla responsabilità di ciascuno, senza interventi dall’alto.
Dialogo. È importante aver presenti anche questi aspetti per comprendere la mentalità degli interlocutori e instaurare un dialogo. Nella politica italiana si sta verificando una sorta di imbarbarimento dei rapporti, dove non c’è più spazio per la discussione e le idee, ma contano esclusivamente interessi particolari e rapporti di forza. La politica-spettacolo sta portando a una certa personalizzazione della scena politica, in cui contano solo i vertici: quasi un ritorno alla vecchia monarchia. Nella chiesa italiana c’è una frattura radicale tra conservatori e progressisti, questi ultimi di solito del tutto ignorati dalle gerarchie, come non esistessero. Le posizioni conservatrici hanno praticamente disatteso, mezzo secolo dopo, le radiose innovazioni del Concilio, specie quelle più significative, come il superamento dell’arcaica struttura monarchica, verso la collegialità (sarebbe utile anche in politica). Sia nello stato che nella chiesa le posizioni fondamentaliste (presenti anche tra i progressisti) giocano un ruolo centrale per alimentare le divisioni. L’indubbia necessità di schierarsi non deve prescindere dallo sforzo di comprendere la complessità e la diversità di ciascuno, in relazione alla rispettiva storia e mentalità. Non dobbiamo dimenticarci che la realtà umana è spesso contraddittoria, antinomica, come ha insegnato Pavel Florenskij. Inoltre noi occidentali siamo abituati a ragionare in modo duale: bianco-nero, vero-falso… Non sappiamo cogliere le sfumature intermedie, né la complementarietà degli opposti, presenti invece nella mentalità orientale. Noi italiani poi siamo portati a vedere soltanto interessi particolari (nel tempo e nello spazio) invece di quelli più generali. Sono aspetti della complessità che non dovremmo mai dimenticare per alimentare un dialogo costruttivo a tutti i livelli.
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