Con questo brano si conclude la prima unità letteraria della lettera ai romani, unità dedicata alla rivelazione dell’ira e della giustizia divina[1]. Il brano riguarda la promessa ed eredità mediante la fede, con una perorazione finale (negli ultimi 3 versetti) della tesi che la fede salverà anche noi che crediamo in Colui che ha risuscitato Gesù (4,24). Viene ribadita la tesi principale della intera lettera (1,16-17): il suo vangelo (di Paolo) come potenza di Dio che salva, in cui si rivela la giustizia di Dio, da fede in fede, a cominciare da quella di Abramo, padre di tutti quelli che credono. Ne possiamo ricavare ulteriori specificazioni sulla fede, specie per quanto riguarda i suoi rapporti con la razionalità e la volontà degli uomini.
Giustizia della fede (4,13). Pensiamo al genitore di un adolescente. Vedrebbe come massima ingiustizia nei suoi confronti che il figlio rifiutasse quanto gli ha insegnato nei lunghi anni della crescita, dopo averlo messo al mondo, per seguire invece quanto gli propina il primo ciarlatano che incontra. Così fa Dio con noi: vuole che lo ascoltiamo, che abbiamo fede, altrimenti compiamo nei suoi confronti la massima ingiustizia. La giustizia della fede è dunque la salvezza dell’uomo, è il primo passo per entrare nell’economia della fede, superando così quella della Legge. L’uomo allora deve riconoscere che la logica di Dio non è quella umana: è quella del padre che accoglie con festa il figliol prodigo quando ritorna, anche se è un peccatore, e dà a questo più importanza rispetto al fratello che non si è mai allontanato da casa e non ha peccato. Dal punto di vista umano questa è un’ingiustizia, per Dio invece giustizia, giustizia della fede, appunto, nella logica della gratuità – che non è quella umana. L’ostacolo a questa fede è la nostra superbia intellettuale: la pretesa di contrapporre alla evidenza di Dio, che ci sovrasta, la nostra incapacità di dimostrarlo, che ci umilia. La fede ci consentirebbe peraltro una maggiore penetrazione nella realtà che ci circonda, una intelligenza della fede.
L’adesione della volontà umana è quindi richiesta nella fede: l’uomo non è un burattino, è libero di decidere, anzi deve decidere sempre, anche se talvolta è tentato di vivere di rendita, senza più dover decidere. Se l’uomo fosse un burattino manovrato da Dio non ci sarebbe il male. Ma preferiamo essere uomini o burattini? La bellezza e la complessità dell’uomo si rivelano nella sua libertà di scegliere se aderire o rifiutare i doni di Dio. Ci può anche essere la tentazione di un eccessivo affidamento, di un quietismo o passivismo (che non è la passività cristiana dell’obbedienza). Potrebbe esserci ad es. nel detto: non cade foglia che Dio non voglia; non è Dio che fa cadere le foglie, ma il vento, l’autunno, cioè la natura, le cui leggi, come le scelte dell’uomo, sono da Dio rispettate.
Razionalità della fede. Paolo deduce razionalmente le sue argomentazioni, partendo da alcuni dati di fatto che potrebbero a noi apparire non razionali: quando ad es. afferma tanto per il giudeo prima quanto per il greco, afferma un dato che non ha alcun fondamento razionale se non la scelta di Dio nei confronti del popolo ebraico. Un altro punto di partenza è la credenza nel Dio che vivifica i morti e chiama ad esistenza le cose che non sono (4,17). Oppure che Dio mantiene le sue promesse di salvezza, o la fede in Gesù morto e risorto. Sono tutte professioni di fede dalle quali discendono razionalmente le argomentazioni di Paolo, razionalità che costituisce un attributo fondamentale dell’umano, una base indispensabile per il dialogo. Nulla di irrazionale né di inumano, dunque, deve esserci nella teologia o nel cristianesimo, anche se nella fede non è implicata la sola razionalità, ma le altre facoltà umane, come la volontà o il sentimento. Ciò non vuol dire che non ci debbano essere divergenze tra i cristiani; ci sono diverse spiritualità, diverse interpretazioni, diverse modalità di applicazione dei principi alla realtà attuale in rapido mutamento – ciò che è compito della Chiesa – ma sui principi di fede non ci sono divergenze. Di più, non ci sono mai state, anche se qualcuno ha voluto contrapporsi o accentuare le differenze. Nei dubbi della fede, che continueremo ad avere (perché non siamo burattini), la parola ultima di Dio è Gesù Cristo morto e risorto, e noi ripartiamo da lì, dalla sua fede: è la fede comune di tutti i cristiani, la base dell’incontro da realizzare nel rispetto delle diversità.
[1] Secondo la ripartizione proposta da A. Pitta (nuova versione, introduzione e commento di), Lettera ai Romani, ed. Paoline, II ediz., Milano 2001.
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