Brianzecum

agosto 23, 2008

4,1-12 LA FEDE ADULTA DI ABRAMO

Una divergente interpretazione di questo passo paolino sulla sufficienza della fede rispetto alle opere ha dato origine alla lunghissima diatriba tra cattolici e protestanti, oggi per fortuna superata. Si è concordi nel ritenere che Paolo, pur non indicandolo espressamente, intendeva dire che la sola fede ci salva, che la fede è prioritaria, anche se è evidente che chi crede non può non operare in modo conseguente. Paolo cita alcuni brani biblici, in particolare riguardanti la storia di Abramo, per indicare come egli abbia creduto alle incredibili promesse di Dio, e questa fede sia stata da Lui apprezzata fino a farne motivo di salvezza gratuita, anche senza le opere. Con ciò non sono però risolti i grandi problemi che stanno sotto: quale la vera consistenza della fede di Abramo, i confini della sua obbedienza e autonomia, come essere certi di riconoscere la volontà di Dio… Sono problemi enormi e in questa sede non si potrà che balbettare pochi cenni. Cerchiamo di individuare alcuni caratteri della fede di Abramo, indicataci come modello da seguire, una fede non ingenua ma matura:

sostanziale, non formale:si può ricavare dalla discussione sulla circoncisione; questa è un aspetto formale, esterno, tutt’al più un sigillo (4,11) che si appone a una sostanza, la fede appunto. Con ciò si cancellano facili devozionismi e superstizioni – diffusi allora come oggi: non possiamo ricercare la nostra sicurezza in un’appartenenza formale o segni esteriori. La fede è una ricerca continua, che non può mai ritenersi tranquilla e appagata;

scomoda:Dio chiede ad Abramo di lasciare la propria terra, le proprie comodità, per recarsi da straniero in terre lontane. Questa scomodità non è masochistica, ma deriva dall’iniziativa che Dio ha sulla nostra vita, conducendoci per vie non sempre coincidenti con la nostra volontà e comodità;

obbediente ma non cieca:Abramo discute, esercita il senso critico. Di fronte alla richiesta aberrante di sacrificare l’unico figlio, tanto desiderato, ascolta lo spirito (l’angelo) e si ferma;

si misura con situazioni drammatiche,di vita o di morte, come appunto il sacrificio di Isacco. La fede non è questione da comodi salotti e neppure da austere aule universitarie. Deve aver presente la drammaticità del mondo e va giocata nella vita concreta, non nelle chiacchere.

Sulla fede adulta in un mondo adulto, quello del 20° secolo, ha scritto pagine indimenticabili Dietrich Bonhoeffer, prossimo ormai all’impiccagione nell’inferno della prigione nazista. Possono illuminarci su cosa intendere oggi per fede adulta di Abramo. Parlando dei personaggi della Passione (il centurione, Giuseppe d’Arimatea, le donne al sepolcro…) dice: “L’unico tratto in comune fra loro è la partecipazione al dolore di Dio in Cristo. Questa è la loro “fede”. Niente della pratica religiosa: l’atto religioso è sempre qualcosa dì parziale, la “fede” qualcosa di totale, un atto vitale. Gesù non chiama a una nuova religione, ma alla vita.”[1]

La conquista dell’età adulta ci porta dunque a un vero riconoscimento della nostra situazione davanti a Dio. Dio ci fa sapere che dobbiamo vivere come uomini che se la cavano senza Dio. Il Dio che è con noi, è il Dio che ci abbandona (Mc. 15, 34). Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro Dio, è il Dio al cospetto del quale siamo in ogni momento. Con e al cospetto di Dio noi viviamo senza Dio. Dio si lascia scacciare dal mondo, sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta. Mt. 8,17 è chiarissimo: Cristo non aiuta in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua debolezza, della sua sofferenza!”[2]

Più tardi ho capito, e non ho ancora finito di capirlo e di impararlo, che soltanto nel pieno essere-in-questo-mondo della vita si impara a credere. Quando si è rinunciato del tutto a fare qualcosa di sé stessi — un santo, un peccatore convertito o un uomo di chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale!), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano — ed è questo che io chiamo “mondanità” o “essere-in-questo-mondo”, cioè nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze acquisite e delle perplessità —, allora ci si getta interamente nelle braccia di Dio, allora si prendono finalmente sul serio non le proprie, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani e, io penso, questa è fede, questa è “metànoia”; e cosi diventiamo uomini, cristiani (cfr. Ger. 45). Come ci si potrebbe insuperbire dei successi e avvilire per gli insuccessi quando nella vita di questo mondo si è compartecipi del dolore di Dio?”[3]


[1] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Bompiani, Milano 1969, pag. 267.

[2] Ivi, pag. 265.

[3] Ivi, pag. 269.

2 commenti »

  1. […] idolatria 4. (2,1-3,20) Impegnativo vantaggio dei giudei 5. (3,21-31) La fede che salva 6. (4,1-12) La fede adulta di Abramo 7. (4,13-25) Intelligenza della fede Lascia un […]

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