Che significa proclamare il Vangelo? Vuol dire portare la nostra cultura, il nostro modo di pensare, la nostra tradizione ed esperienza cristiana, oppure ciò che diceva e voleva Gesù? Questa domanda sembra opportuna premessa alla lettura di una pagina difficile del Vangelo di Marco, come il cap. 13, dove ci potrebbe essere la tentazione di interpretare secondo i nostri interessi invece di restare fedeli al significato obbiettivo. Per comprenderlo meglio è anche opportuno collocare il discorso dell’evangelista nel suo contesto. Quando il Vangelo fu scritto, attorno agli anni 70, i cristiani stavano perdendo l’iniziale tensione apostolica e profetica – oggi potremmo dire anche ecumenica – e tendevano a chiudersi in piccole conventicole, senza uscire all’esterno a proclamare la buona novella. A questi cristiani Marco indirizza il richiamo a superare le chiusure e ricuperare la tensione originaria. Il capitolo è difficile perché usa un linguaggio apocalittico ed è “composito, formato da parole del Signore diverse per genere e per origine”[1]. Ciò non toglie che “il discorso risale a Gesù, quasi un testamento lasciato alla comunità”[2].
Il linguaggio apocalittico, che non va preso alla lettera, riguarda l’escatologia, cioè le realtà ultime e definitive: la sua diffusione in quei tempi rischiava di mettere in ombra l’esigenza dell’impegno attuale dei cristiani per cambiare la storia. Per questo Marco e gli altri evangelisti sono intervenuti per ridimensionare l’apocalittica e richiamare all’impegno nel presente. “Questa è la sorprendente prospettiva biblica, interessante e concreta. Lo sguardo al futuro (cioè la rivelazione di ciò che sarà) rende importante il presente e offre un criterio di scelta e di valutazione (..) perché è in questo presente che il futuro si gioca”[3]. Spesso la struttura del discorso è ciclica: ad es. nella parte centrale del capitolo “le situazioni sono descritte in questo ordine: ingannatori (5-6), guerre (7-8), persecuzioni (9-13), guerra (14-20), ingannatori. (..) Come si vede al centro si parla della persecuzione: significa che Marco attribuisce ad essa molta importanza.”[4] Assai attuale è il richiamo a esercitare il senso critico nei confronti dei falsi messia e falsi profeti, in tempi, come i nostri, in cui politici opportunisti, aiutati da “maghi” della comunicazione, riescono a ingannare la buona fede popolare dando di sé immagini religiose o addirittura messianiche.
Aspetti rassicuranti non mancano nelle parole evangeliche. Il versetto 11 ad es. recita: «E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo»; più oltre: «ecco, io vi ho predetto tutto» (23). Infine al centro del discorso “c’è la solenne affermazione di Gesù: «il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (31)[5]: questa certezza relativizza tutto il resto, a cominciare dalle pietre del tempio, di cui all’inizio del capitolo viene annunciata la prossima distruzione, fino alle difficoltà e tribolazioni per la fede.
Annuncio, perseveranza e vigilanza sono in definitiva le raccomandazioni centrali di questo capitolo: l’annuncio del Vangelo a tutte le genti deve precedere anche la testimonianza (9-10); la perseveranza assicura la salvezza (13), mentre la vigilanza è un ritornello ripetuto più volte ed è anche la parola finale, valida per tutti, non solo per i discepoli. Ci deve spingere a realizzare oggi, in questo mondo la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato, sapendo individuare ed evitare i falsi profeti che vanno in senso contrario. Che si servono della fede, anziché servirla e soffrirne la persecuzione conseguente.
[1] Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 180.
[2] ivi
[3] Ivi, pag. 181.
[4] Ivi, pag. 184.
[5] Ivi, pag. 185.
Per la riflessione:
-pagina difficile dal linguaggio apocalittico,
-rischio di distrarre dall’impegno nel presente;
-è nel presente che si gioca il futuro;
-attualità dell’esercizio del senso critico contro i falsi profeti;
-annuncio, perseveranza e vigilanza.

[…] ai piccoli 14. (11,1-33) Il culto decaduto 15. (12,1-44) Totalità per il discepolo 16. (13,1-37) Vigilare, cioè impegnarsi nel presente 17. (14,1-21) Fede o disperazione 18. (14,22-31) Eucaristia: la vita come dono 19. (14,32-15,47) […]
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