Questa promessa, riportata nel cap. 18 del vangelo di Matteo, è contenuta in uno dei cinque grandi discorsi che questo vangelo riporta; concerne la comunità ecclesiale, un tema particolarmente caro a Matteo. La promessa di concedere qualunque cosa si accordino di chiedere e di essere presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome, può essere considerato un punto centrale dell’intero vangelo di Matteo. “La presenza di Cristo fa sì che tutto ciò che decide la comunità riunita nel suo nome venga confermato in cielo. Ad agire è sempre il Cristo che con la resurrezione ha ricevuto ogni potere in cielo e in terra.”[1] Ma la pretesa di avere Dio dalla propria parte è spesso, nella storia e ancora oggi, il pretesto per compiere le peggiori nefandezze (basti pensare ai terroristi attuali o ai nazisti del secolo scorso. Vanno quindi compresi il significato e i limiti di questa presenza, ricavandoli dal contesto in cui è collocata la promessa. Il cap. 18 può essere diviso in due parti: una prima, fino al versetto 14, in cui è sviluppato il tema dei piccoli e dell’accoglienza; una seconda che invece verte sull’ascolto dei fratelli e il perdono dei peccati. Entrambe le parti si concludono con una parabola, rispettivamente quella della pecorella smarrita e quella del servo spietato.
L’attenzione ai piccoli è tema fondamentale del messaggio evangelico: come modello per tutti noi da imitare per entrare nel regno dei cieli (vv 3 e4), per evitare di scandalizzarli (vv 6 e 7), per il rispetto che è loro dovuto (v 10). La missione del figlio dell’uomo è infatti quella di salvare ciò che era perduto (v 11), di occuparsi della centesima pecorella smarrita piuttosto che delle altre 99 al sicuro (vv 12 e 13): non quindi il desiderio di raccogliere folle plaudenti, ma l’attenzione alla singolarità, al bisogno, ai piccoli: il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli (v 14). Il modello dei piccoli, proposto alla comunità ecclesiale, deve anzitutto evitarle di considerarsi un’élite di persone superiori, tentazione che spesso si verifica ancora oggi, come nel passato. Parlando di piccoli ovviamente non si intende soltanto i bambini, ma ogni categoria sociale debole, come gli immigrati, che spesso cercano nelle chiese spazi di incontro e di preghiera. Talvolta provengono da chiese o sette che rifiutano il dialogo ecumenico. In questi casi deve prevalere il loro bisogno, l’attenzione evangelica alla loro debolezza e piccolezza, oppure i divieti, le preclusioni i pregiudizi clericali?
Accostare chi ha peccato e perdonare chi ha offeso sono le altre condizioni per la presenza di Cristo nella comunità ecclesiale, e sono illustrate nella seconda parte del cap. 18. Si deve segnalare anzitutto un’apertura all’universalità: “i fratelli da accogliere, correggere e perdonare, se sono in primo luogo i membri della propria comunità, sono però anche, in senso più ampio, tutti gli uomini.”[2] L’atteggiamento verso i fratelli che commettono colpe deve essere estremamente paziente e discreto; ma soprattutto Gesù introduce il principio del perdono indefinito, così come fa Dio con noi. In tal modo “per la presenza del Risorto la comunità è dotata del potere di riconciliare e ricomporre l’unità”[3], mentre la parabola del servo spietato “ci dice che il potere della chiesa è quello di perdonare”[4]. Merita un cenno di chiarimento il versetto 18 che affida alla comunità (anche di minime dimensioni: 2 o 3 persone) il potere di “legare e sciogliere”, potere che invece nel cap. 16 (vv 17-20) era affidato a Pietro. Per cercare di sciogliere questa apparente contraddizione si consideri che nel cap. 16 col termine ekklesia si intende tutta la chiesa, nella sua dimensione universale, mentre nel cap. 18 si riferisce a una comunità concreta e locale. Nel primo caso la promessa riguarda il futuro ed è la risposta alla retta professione di fede di Pietro, mentre nel secondo “si tratta di un potere presente e assicurato in concomitanza con la missione riconciliatrice della comunità. Tutti questi elementi fanno pensare che nel cap. 16 si tratti di un potere di carattere dottrinale e riguardi la retta professione di fede, mentre nel cap. 18 esso sia di carattere pastorale e riguardi il procedimento da adottare nel caso in cui un fratello della comunità pecchi.”[5] Va notato infine che il principio del perdono e l’attenzione ai piccoli sono tra gli antidoti migliori contro i grandi mali dei nostri giorni: guerre, squilibri e ingiustizie, alterazione degli equilibri climatici. Resta indubbia comunque la grande apertura ecumenica che dovremmo saper trarre da questo fondamentale passo di Matteo, che tutto può avallare, fuorché il potere mondano.
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