Brianzecum

agosto 16, 2008

IL PERCORSO ECUMENICO TRA CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ

Quarant’anni fa col Concilio vaticano II (detto giustamente ecumenico) la chiesa cattolica fece una scelta – definitiva e irrevocabile, come ribadito dai pontefici successivi – a favore dell’ecumenismo. Come potrebbe la chiesa di Cristo assolvere al suo compito fondamentale di annuncio del vangelo a tutto il mondo se è divisa? Le chiese cristiane non possono non sostenere un paziente lavoro di discussione tra loro per evidenziare le cause, certamente storiche, contingenti – e colpevoli – di queste divisioni, nonché per delineare le vie di un’intesa spirituale, teologica e pratica. Contemporaneamente le chiese cristiane non potevano non scoprire le proprie origini nell’ebraismo, origini comuni che potevano costituire un ulteriore fattore di intesa ecumenica. Così anche nei rapporti con la religione ebraica ci fu – sul piano pratico – un cambiamento a 180°: dal disprezzo per i “perfidi ebrei”, “popolo deicida”, all’abbraccio con quelli che poi furono chiamati “fratelli maggiori” nella fede nell’unico Dio. Va sottolineato che questo processo di riavvicinamento tra chiese e religioni è certamente tra le cose volute da Gesù, quando ad es. pregava il Padre perché tutti siano una cosa sola (Gv 17,21).

Un forte pluralismo vige però nel mondo reale: molti amano le novità, altri le odiano, alcuni sono proiettati verso il futuro, altri preferiscono rifugiarsi nel passato, c’è chi ama l’autonomia e la democrazia, chi invece preferisce farsi guidare da un’autorità e così via. Lo spostamento da un gruppo all’altro di persone è estremamente lento perché coinvolge complessi problemi psicologici, educazionali, politici. Così può avvenire ad es. che la resistenza contro certe innovazioni (si pensi alla predicazione di un non cattolico ad una messa cattolica) può essere superata di fatto introducendole coraggiosamente e dimostrando che non si generano inconvenienti. Nella vita concreta non si può prescindere da questo pluralismo, si deve riconoscere che ogni violenza, anche verbale, è controproducente ed è necessaria una grande attenzione a non offendere suscettibilità, creare confusioni e rotture. Lo insegna papa Benedetto XVI, il quale in un importante discorso alla curia romana del 22 dic. 2005[1] ha toccato il tema della giusta interpretazione del concilio ecumenico Vaticano II. In esso “due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare «ermeneutica della discontinuità e della rottura»; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’«ermeneutica della riforma», del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del popolo di Dio in cammino. L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare.”

Continuità nei principi. Più oltre, citando dai vangeli alcune parabole che esprimono la dinamica della fedeltà, il papa rileva che “in un Concilio dinamica e fedeltà debbano diventare una cosa sola”, anche se questa sintesi è estremamente esigente. Allargando lo sguardo sui rapporti tra chiesa ed età moderna e individuando tre cerchi di domande (relazione tra fede e scienze, tra chiesa e stato e il problema della tolleranza religiosa) papa Benedetto rileva: “È chiaro che in tutti questi settori, che nel loro insieme formano un unico problema, poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi – fatto questo che facilmente sfugge alla prima percezione. È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la natura della vera riforma. In questo processo di novità nella continuità dovevamo imparare a capire più concretamente di prima che le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti – per esempio, certe forme concrete di liberalismo o di interpretazione liberale della Bibbia – dovevano necessariamente essere esse stesse contingenti, appunto perché riferite a una determinata realtà in se stessa mutevole. Bisognava imparare a riconoscere che, in tali decisioni, solo i principi esprimono l’aspetto duraturo, rimanendo nel sottofondo e motivando la decisione dal di dentro. Non sono invece ugualmente permanenti le forme concrete, che dipendono dalla situazione storica e possono quindi essere sottoposte a mutamenti. Così le decisioni di fondo possono restare valide, mentre le forme della loro applicazione a contesti nuovi possono cambiare.”

La libertà religiosa è un tema importante per l’ecumenismo. Ad essa il papa applica i criteri sopra indicati. “Così, ad esempio, se la libertà di religione viene considerata come espressione dell’incapacità dell’uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo, allora essa da necessità sociale e storica è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è così privata del suo vero senso, con la conseguenza di non poter essere accettata da colui che crede che l’uomo è capace di conoscere la verità di Dio e, in base alla dignità interiore della verità, è legato a tale conoscenza. Una cosa completamente diversa è invece il considerare la libertà di religione come una necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità che non può essere imposta dall’esterno, ma deve essere fatta propria dall’uomo solo mediante il processo del convincimento. Il concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l’insegnamento di Gesù stesso (cf. Mt 22,21)”.

Discontinuità con l’errore. Ecco il criterio fondamentale della continuità indicato dall’insegnamento papale: essere in sintonia con l’insegnamento di Gesù. Sembra logico dedurre che sia necessaria una netta discontinuità con tutto ciò che non è in sintonia col Maestro, come l’intolleranza verso gli eretici o, per tornare al nostro tema, la divisione tra le chiese o il disprezzo per gli ebrei: per questi problemi l’unico atteggiamento ragionevole è la confessione degli errori compiuti nel passato dalla chiesa, come meritoriamente fatto dal compianto predecessore Giovanni Paolo II. Il problema principale diventa allora come evitare per il futuro gli errori nelle chiese. Il concilio Vaticano II ha dato una chiara ricetta: la collegialità, il ritorno a quella comunità e partecipazione fraterna che vigeva tra i primi cristiani. Anche questo rientra plausibilmente nell’insegnamento di Gesù. Ma forse c’è qualche – colpevole? – ritardo.


[1] Reperibile sul n. 1 2006 de Il regno, oppure sul sito: http://www.vatican.va

2 commenti »

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