Brianzecum

agosto 14, 2008

LOTTA ALL’IMMIGRAZIONE: TRIONFO DELLA DEMAGOGIA

RUOLO DELLA SOCIETÀ CIVILE PER TRARRE PROFITTO DALLA DIVERSITÀ

Il nostro gruppo è sempre il migliore:  è una legge psicologica che può essere verificata non solo nei casi di gruppi di appartenenza originaria – etnica, religiosa, nazionale..- ma anche per gruppi di breve periodo, come quelli che si incontrano per qualche ora o per un week-end a discutere su non importa quale argomento: i risultati del nostro gruppo sono sempre i migliori. È ovvio che questa legge psicologica, che ha lo scopo di conservare coesione e stabilità dei gruppi, non può che avere una validità soggettiva, epidermica, non reale. Ma è su questa soggettività epidermica che fanno leva i gruppi xenofobi e razzisti con le loro campagne contrarie all’immigrazione. Un approccio più serio vorrebbe invece che ci chiedessimo i motivi delle attuali migrazioni, quali vantaggi e inconvenienti ne possiamo trarre e quali modelli di integrazione è preferibile perseguire.

Perché emigrano? Quando sentiamo le notizie dei disperati che naufragano per raggiungere le nostre coste con le carrette del mare, spesso li commiseriamo. Raramente consideriamo che se sono disposti a fare sacrifici e a mettere a rischio la vita è perché, restando nel loro paese, la loro vita è già a rischio per altri motivi: fame, epidemie, dittature, violazione dei diritti dell’uomo… Questa situazione viene illustrata dai sociologi dicendo che prevalgono i fattori di espulsione rispetto a quelli di attrazione. Nel passato le nostre migrazioni oltremare erano determinate dal desiderio di “trovare fortuna”, di scoprire nuove possibilità in ambienti vergini, mentre quelle verso la Francia e gli altri paesi del centro Europa dalla ricerca di un posto di lavoro più stabile e meglio remunerato: in entrambi i casi si tratta di fattori di attrazione, esercitata dai paesi di destinazione. Per le nuove migrazioni vanno invece prevalendo i fattori di espulsione. Questa prevalenza è importante perché predispone ad accettare qualunque condizione, compresa precarietà, irregolarità, illegalità. Ma ancora dobbiamo chiederci perché sono così forti le differenze nel tenore di vita tra noi e i paesi di provenienza. Non sarà che secoli di sfruttamento coloniale hanno impoverito quei paesi per consentire all’occidente di arricchirsi? E ancora: oggi non sono in atto marcati fenomeni di scambi ineguali che consentono ai paesi ricchi di arricchirsi sempre più a scapito di quelli poveri? Siamo portati a ritenere che lo sviluppo sia nostro merito, ma spesso ha dietro ancora la parola chiave: sfruttamento.

Vantaggi e inconvenienti.  Per le caratteristiche sopra indicate l’immigrazione copre spesso i posti di lavoro (presso aziende e presso famiglie) rifiutati dai residenti perché pesanti, mal retribuiti, scarsamente gratificanti: non di rado sono coperti da persone con buona preparazione culturale. Essendo costituita in gran parte da persone giovani con figli in età scolare, l’immigrazione è un fattore di ringiovanimento delle nostre società, che vanno inesorabilmente verso il progressivo invecchiamento. Il vantaggio può essere visto anche nelle scuole, dove è facilitata l’integrazione tra i giovani, che possono così aprirsi alla diversità culturale e farne fattore di crescita. Questi vantaggi permangono anche a lungo termine: l’attuale superiorità tecnica e culturale degli Stati Uniti è anche dovuta a secoli di immigrazione da tutto il mondo con fecondazione e miglioramento vicendevole, anche se il massimo dei vantaggi può essere derivato dalla “fuga dei cervelli”, iniziato dall’Europa nazista e oggi da tutto il mondo. Di fronte a questi innegabili vantaggi, l’immigrazione può comportare alcuni inconvenienti dovuti agli adescamenti della malavita su persone provenienti da situazioni spesso disperate. Tuttavia non vi sono evidenze che tra gli immigrati la delinquenza sia superiore alla nostra: è piuttosto l’accentuazione demagogica di coloro che vi si oppongono pregiudizialmente.

Antropologia dell’integrazione.  Con la globalizzazione sembra opportuno non limitarsi ai modelli classici di integrazione (melting pot, insalatiera, mosaico). Diventa importante anche rendersi conto da quali concezioni antropologiche discendano le diverse scelte. Un modello più articolato prevede tre alternative.

a) Neofondamentalismo. È l’atteggiamento più arcaico, basato sull’accentuazione di un fattore identitario di forte coesione, come una fede o un’appartenenza etnica, razziale o territoriale. È la via percorsa dai movimenti di estrema destra, xenofobi o razzisti, che hanno avuto un recupero anche nel moderno occidente, ma pure la via dei fondamentalisti islamici o, da noi, della lega nord o ancora, su un altro versante, delle brigate rosse: tendono sempre ad accentuare le differenze tra “noi” e “loro”, sottolineando l’esigenza di una élite che smuova la massa. Oltre che parziale, in una società sempre più complessa e composita, questa via è forzata e instabile. Deve pertanto essere imposta: ecco perché le soluzioni neofondamentaliste sono di solito segnate da violenza e intolleranza. La concezione antropologica alla base di questa scelta è l’idea paternalistica secondo cui l’uomo deve essere guidato. Ci vuole un’élite che se ne faccia carico e affronti i rischi connessi con l’opporsi alla modernità. Si tratta di una visione pessimistica dell’uomo, ritenuto incapace di esprimere e sostenere valori positivi.

b) Neoliberismo:  è la risposta oggi vincente sul piano globale. Secondo questa idea gli Stati devono assecondare le potenti spinte economiche del mercato (dominato dalle multinazionali) e limitarsi a creare le condizioni minime per una migliore efficienza. Giustificando il ritiro della politica in nome dell’efficienza, si accentua, di fatto, la distanza tra le masse e i luoghi del potere (più o meno occulto). Questa soluzione si accompagna di solito ad un uso sistematico dei media come arma di convinzione: per mantenere un certo grado di identificazione simbolica, in particolare con i leader che controllano i media stessi, per convincere che l’assetto del potere è dato e intangibile, né merita cercare di modificarlo. Gli inconvenienti del liberismo sono noti: da un lato un pesante rischio per la democrazia, che tende a trasformarsi in nuove forme di populismo o di plutocrazia (governo dei ricchi), anche a livello mondiale; dall’altro l’accentuarsi spaventoso degli squilibri e di situazioni di carenza insostenibili. La concezione antropologica soggiacente è, in questo caso, erede del vecchio homo homini lupus: una concezione individualistica e negativa dell’uomo, inteso come sciolto da legami e doveri sociali.

c) Valorizzazione della società civile:  questo modello è basato invece su una concezione relativamente positiva dell’uomo. Viene ritenuto desideroso di partecipare alle molteplici forme in cui si articola la società e la politica; può essere solidale con i meno fortunati (come gli immigrati) ed è in grado di contribuire alla costruzione di una società più umana – così come in parte è avvenuto grazie allo sviluppo degli ultimi secoli. Si tratta pure di superare una visione gerarchica e burocratica della politica, la quale deve saper riconoscere la ricchezza della vita sociale. La politica non può neppure pretendere di indicare i fini collettivi da perseguire: più modestamente il suo essenziale contributo, in un mondo che naviga in acque tempestose, è quello di risolvere i problemi collettivi altrimenti insoluti, di offrire un sostegno al processo di creazione delle identità, di ricreare spazi di autonomia e libertà. Non quindi la pretesa di legittimare ogni azione di potere, magari arbitraria, rifacendosi al fatto di essere stati “democraticamente” eletti, come troppo spesso si sente ripetere. Questa soluzione richiede un ripensamento della politica e una accentuazione della solidarietà. Richiede anche un rinnovato e più diffuso spirito di responsabilità ai vari livelli. “Nel mondo deistituzionalizzato della globalizzazione la scelta è chiara: o scommettiamo sulle persone e sulla loro capacità di diventare i protagonisti della ricostruzione del legame sociale o dovremo subire una significativa riduzione del livello di democrazia della nostra vita sociale.” [1]

[1] M. Magatti, Globalizzazione e democrazia, riflessione su alcuni scenari, in “Aggiornamenti sociali” n. 12 2002, pag. 819

Per riflettere:

-superiorità psicologica al gruppo di appartenenza;

-perché emigrano?

-fattori di attrazione e di espulsione;

-sfruttamento dei ricchi sui poveri;

-vantaggi e inconvenienti delle migrazioni;

-ringiovanimento della popolazione;

-vantaggi della diversità: fecondazione reciproca;

-neofondamentalismo: l’uomo deve essere giuidato;

-neoliberismo: ideologia del mercato indotta dai media;

-implica un uomo senza legami e doveri sociali;

-valorizzare la società civile: antropologia positiva;

-l’uomo può essere solidale con i meno fortunati;

-scommettere sulle persone o accettare il degrado della democrazia.


1 commento »

  1. […] lavoro L’urbanesimo all’origine delle migrazioni Alcune radici lontane dell’etica liberista Lotta all’immigrazione: trionfo della demagogia Grandi opere? Meglio a dimensione umana Creazione di valore e idolatria della crescita Corruzione […]

    Pingback di ELENCO COMPLETO DEL MATERIALE DEL SITO « Brianzecum — ottobre 5, 2010 @ 2:31 PM


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