Perfidi ebrei; popolo deicida; si manifesterà la grandezza del cattolicesimo solo quando l’ultimo ebreo sarà stato convertito o eliminato. Questo era l’atteggiamento prevalente tra i cristiani ancora una quarantina d’anni fa, prima del Concilio vaticano secondo. Certo in parte rimane ancor oggi, tanto è difficile cambiare idee e comportamenti abbracciati per secoli. Un atteggiamento che pecca, prima ancora che al precetto dell’amore, contro un principio elementare di umanità, che impone di riconoscere e accettare la diversità o l’alterità: quel principio che ha spinto molte persone al tempo del fascismo a rischiare persino la vita per ospitare e nascondere gli ebrei braccati dalle leggi razziste, a condividere con loro le magre risorse alimentari del tempo di guerra. Molte cose sono state dette e scritte per cercare di comprendere da quali idee e atteggiamenti siano derivati gli orrori di quei tempi. Psicologi e antropologi hanno trovato convincenti meccanismi della nostra mente che possono cancellare persino i principi di elementare umanità: il gioco psicologico del capro espiatorio, l’esigenza di trovare un nemico contro cui unirsi, la caduta del senso critico e, ahimé, la convinzione di essere nella verità, di avere Dio dalla nostra parte. Per tutti noi resta un dovere impellente di fare memoria di quegli orrori, riflettere su quali siano state le condizioni anche inconsce che li hanno resi possibili e come operare, come cambiare, perché qualcosa di simile non avvenga mai più.
Dio ragioniere o Dio misericordioso? La riflessione può partire da lontano, ad es. dall’idea di Dio che abbiamo abbracciato. Nel passato era diffusa l’idea di un Dio dei comandamenti, quello cioè che ordina ai suoi fedeli determinati comportamenti, ricompensandoli in base al computo di meriti e demeriti. Oggi i teologi preferiscono parlare di un Dio della parola, che parla con noi, ci fa evolvere, rispettando la nostra libertà. Così, invece dei 10 comandamenti si parla delle 10 parole di Dio (Esodo 20), le prime delle quali riguardano la conoscenza del suo essere. Se lo si conosce nella sua misericordia, di gran lunga maggiore alla giustizia, nella sua presenza concreta nella nostra storia, come nella storia di liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù degli egiziani, automaticamente comprenderemo l’opportunità di seguire i successivi comandamenti. Questa è la metodologia di Dio: non impone nulla all’uomo, ma opera nella storia per farlo crescere rispettando la sua libertà e unicità. Analogamente dovremmo comportarci noi nei confronti delle altre fedi, in particolare degli ebrei: anzitutto conoscerli nella loro storia e nei motivi dei propri atteggiamenti; quindi riconoscerne il diritto all’esistenza e ad avere una propria via alla salvezza, senza pretenderne la conversione. La conversione è richiesta a noi, anche nei nostri atteggiamenti verso gli altri, superando pregiudizi e ostilità, mai possiamo pretenderla dagli altri.
Popolo di Dio è, ancora oggi, soltanto il popolo ebraico, nei cui confronti le promesse di Dio restano irrevocabili. La teologia della sostituzione, secondo la quale i cristiani dovrebbero essere il nuovo popolo di Dio, non hanno un riscontro nella Bibbia, così come è infondata la tentazione di ritenere il primo testamento superato dal secondo, tentazione che è emersa diverse volte nella storia bimillenaria del cristianesimo: infatti non si può comprendere il secondo prescindendo dal primo. È quindi giusto parlare degli ebrei come i nostri fratelli maggiori. Da essi potremmo imparare molte cose, specie riguardo all’impegno e alla libertà con cui leggere le Scritture. Un atteggiamento di affetto, curiosità e apertura nei confronti degli ebrei come fratelli maggiori e come radice comune potrebbe tra l’altro costituire un ulteriore motivo di unione ecumenica, spingendo a riconoscere la legittimità e la ricchezza delle diverse fedi cristiane. In definitiva la riflessione sui tormentati rapporti tra ebraismo e cristianesimo dovrebbe ribaltare la pretesa di convertire i “perfidi” ebrei in quella invece di convertire anzitutto sé stessi, adottando atteggiamenti di umanità e ristabilendo quei rapporti che si convengono nei confronti di fratelli maggiori. Tutte le divisioni tra i cristiani, nei confronti degli ebrei e forse anche riguardo all’Islam e alle altre religioni, possono essere ricondotte infatti a mancate conversioni nei confronti degli altri, delle loro esigenze, della loro identità e singolarità: nel non aver saputo leggere i segni dei tempi che cambiano, nel non accettare il naturale pluralismo delle esperienze e delle culture.
[…] ecumenico tra continuità e discontinuità Ecumenismo: diminuire le chiese, accrescere Cristo Conversione nei confronti degli ebrei Dio del potere o Dio del servizio? Chiese e […]
Pingback di INDICE ECUMENISMO « Brianzecum — agosto 24, 2010 @ 9:36 PM
[…] ecumenico tra continuità e discontinuità Ecumenismo: diminuire le chiese, accrescere Cristo Conversione nei confronti degli ebrei Dio del potere o Dio del servizio? Chiese e […]
Pingback di ELENCO COMPLETO DEL MATERIALE DEL SITO « Brianzecum — ottobre 5, 2010 @ 2:32 PM