Brianzecum

agosto 3, 2008

CHIESE E PROFEZIA riflessioni in margine a Sibiu

Contrasti. Era presente un numero selezionato di delegati delle chiese e movimenti cristiani europei (2100 rispetto ai 10000 della precedente assemblea di Graz) per l’insufficiente ricettività alberghiera di Sibiu, una graziosa cittadina rumena di origine medievale fra i monti della Transilvania. Qui l’ecumenismo è di casa perché da sempre convivono etnie e religioni diverse. I partecipanti ne porteranno un ricordo di contrasti: da quelli meteorologici (pioggia, temporali, freddo, alternati ad alcuni momenti di caldo soffocante); al contrasto sociale (molta povertà – materiale e forse anche spirituale, conseguenza di decenni di socialismo reale – alternata a poche espressioni di super-lusso, come due nuovi alberghi che hanno ospitato parte dei convenuti); fino, ahinoi, ai contrasti di contenuto. Su temi relativamente secondari rispetto ai grandi problemi dell’umanità, si sono infatti contrapposti chiese cattolica, ortodosse e protestanti, giovani e anziani, progressisti e conservatori: contrasti tra le chiese ma anche all’interno delle singole chiese. Non è che siano mancati, soprattutto a livello di base, momenti di intesa, progressi, spiritualità. È nei vertici delle chiese che sembrano albergare ostacoli e miopie al processo ecumenico. E ciò nonostante il tema di questa terza assemblea: La luce di Cristo illumina tutti!.

Origine dell’ecumenismo. Già nel titolo si può notare una certa differenza rispetto alle due precedenti: nella prima assemblea, tenuta a Basilea nel 1989, il tema era: Pace con giustizia, mentre nella seconda di Graz del 1997: Riconciliazione, dono di Dio e sorgente di vita nuova. Nel titolo di questa terza assemblea non figurano più i temi della pace e della riconciliazione. Se si guarda al passato bellico della storia, al ruolo che vi ha giocato la divisione delle chiese, se si ritiene, come molti pensano, che non ci sarà pace nel mondo senza la pace tra le religioni, si potrebbero avanzare alcune riserve su questa omissione. Il tema della pace in campo ecumenico ha origini lontane quasi quanto l’ecumenismo stesso. Può essere fatto risalire al grande teologo Dietrich Bonhoeffer che all’inizio degli anni ’30 del secolo scorso, con l’avvento del nazismo nella sua Germania, aveva visto nella guerra il massimo dei pericoli incombenti. Aveva sollecitato la sua chiesa, quella luterana, e tutte le altre ad opporsi insieme alle barbarie che si potevano intravedere dietro il razzismo, il nazionalismo, il totalitarismo professati dal nuovo regime. “Il singolo cristiano non può opporsi; può certo far sentire una voce quando tutti tacciono e fare una testimonianza, ma le potenze del mondo possono passar oltre senza nemmeno una parola. Anche la singola Chiesa può testimoniare e soffrire – almeno lo facesse! – ma anch’essa è soffocata dalla forza dell’odio. Solo il grande e unitario congresso ecumenico della Santa Chiesa di Cristo da tutto il mondo può dirlo in modo tale che il mondo debba accorgersi della parola della pace”. Sono parole profetiche pronunciate da Bonhoeffer già nel 1934. Il quale sosteneva inoltre che le chiese, come ogni cristiano, non sono tali se non sono “per gli altri”. Ed ha testimoniato col martirio questo suo essere per gli altri.

La riflessione teologica, in seguito è progredita, legando il tema della pace a quello della giustizia e dell’ambiente. Ecco come li descrive un altro profeta a noi più vicino, il vescovo Tonino Bello (in un discorso all’Arena di Verona alla vigilia dell’Assemblea di Basilea). “Si è asserito che collegare il discorso sulla pace, e quindi il discorso sulla guerra, con i discorsi sull’economia perversa che domina il mondo, sul profitto, sulla massimizzazione del profitto, sui debiti del Terzo Mondo, sulla crescente divaricazione tra Nord e Sud, sulla violazione pertinace dei diritti umani… significa fare la parte degli utili idioti. Sicché, la giustizia, collocata da Dio stesso accanto alla pace quale sua partner naturale, continua a destare, purtroppo, più sospetto di quanto non susciti scandalo quando viene collocata, sia pure come aggettivo, accanto alla guerra. Tant’è che si parla ancora di «guerra giusta». Questa sì che è convivenza contro natura!” Né va trascurato l’ambiente: già “Isaia, addirittura invertendone l’ordine, aveva collegato insieme salvaguardia del creato, giustizia e pace: «In noi sarà infuso uno Spirito dall’alto. Allora il deserto diventerà un giardino.. e la giustizia regnerà nel giardino.. e frutto della giustizia sarà la pace». (Is 32,15-17). Il deserto, quindi, diventerà un giardino. Nel giardino crescerà l’albero della giustizia. Frutto di quest’albero sarà la pace!” Quindi la pace è al vertice di ogni realizzazione umana. Secondo certi teologi contemporanei, come Luigi Sartori, la pace va posta persino al centro della teologia: è il massimo valore che Dio chiede agli uomini di realizzare.

Profezia. Se oggi non c’è più, come ai tempi di Bonhoeffer, una prossima minaccia di totalitarismo e guerra, forse c’è qualcosa di ancora peggio. C’è il rischio piuttosto tangibile di disastro ambientale; c’è il rischio di terrorismo, spesso di origine religiosa; ci sono squilibri crescenti (qualcosa si è visto anche a Sibiu) che probabilmente sono la ragione di fondo del terrorismo; soprattutto c’è, ignorata dai media e dall’opinione pubblica, una fame omicida tra gli esclusi dal benessere: provoca ogni anno qualcosa che si aggira attorno ai 50 milioni di morti, quanti ne ha prodotti la seconda guerra mondiale in 5 anni! Infine c’è un “pensiero unico” liberista, imposto dai media e dal potere economico in ogni angolo del mondo, che assume oggi il ruolo di una vera e propria ideologia totalitaria e idolatrica. Si guarda bene dal far trapelare il fatto dei 50 milioni di morti e tanto meno che possa essere attribuibile al benessere di pochi, che sia possibile un nesso causale tra fame e opulenza. Né che questo benessere ha raggiunto da noi un livello esso pure omicida (basti pensare alle malattie del benessere). Chi ama la vita non può ignorare questi fatti macroscopici né ciò che li ha generati, cioè la stessa ideologia dell’avere. Per la quale il denaro è il dio nascosto e la pubblicità la sua liturgia demenziale. Anche oggi ci vorrebbero profeti, come, inascoltato, fu Bonhoeffer mezzo secolo fa. Anche oggi in questa direzione un ruolo unitario delle chiese sarebbe essenziale. Le quali, peraltro, con la Charta oecumenica del 2001 hanno assunto impegni non secondari (per ora poco mantenuti). Ma anziché guardare a dove sta andando il mondo, denunciandone mali e pericoli, come hanno sempre fatto i profeti, preferiscono guardare al proprio ombelico e dividersi su problemi di scarsa rilevanza sociale, come l’etica sessuale o l’inizio della vita del concepito. Problemi da lasciare in prevalenza alla coscienza o responsabilità delle persone interessate. Invece di denunciare l’ideologia dell’avere, preferiscono scagliarsi – poco evangelicamente – contro gli omosessuali o le ragazze sprovvedute che vogliono abortire.

Perché sono così sorde le chiese alla profezia? Forse aveva ragione Gesù: restava itinerante perché sapeva che le strutture legano. Spesso le chiese si difendono dicendo che bisogna tenere dentro tutti e andare al passo dei più lenti per non perderli. Ma non è il caso di perdere quello che non serve? Temono lacerazioni. Ma non è meglio lacerarsi dalla putredine? Dicono che la profezia o l’eroismo non è di tutti. Ed è vero. Dio ci ama così come siamo. Ma ciò non vuol dire mettere la testa sotto la sabbia e non guardare in faccia alla realtà. Solo recependo un po’ di profezia, solo accettando il pluralismo delle posizioni, specie in campo etico, solo essendo “per gli altri” e anzitutto per i tanti che soffrono nel mondo, le chiese cristiane potranno progredire anche nel campo ecumenico.

3 commenti »

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