Brianzecum

ottobre 7, 2012

PARABOLA DELL’ULTIMA ORA

SCONVOLGENTE PERCHÉ ALTERA LE NOSTRE PRIORITÀ: BONTÀ PRIMA DELLA GIUSTIZIA, UOMO PRIMA DEL DENARO

di don Giorgio De Capitani*

Sconvolgente.  Il brano del Vangelo di oggi ci ripresenta la parabola degli operai mandati nella vigna. Nota anche come la parabola dell’ultima ora. È forse la parabola più sconcertante di tutto il Vangelo e di tutti e quattro i Vangeli. Solo l’evangelista Matteo ce la narra. In sintesi: il proprietario di una vigna ingaggia dei braccianti per una giornata di lavoro. Invita alcuni alle prime ore del giorno, e il salario pattuito per l’intera giornata è di un denaro. Era la paga quotidiana ordinaria di un lavoratore in quel tempo. C’è da dire che la paga era stabilita arbitrariamente, cioè secondo un criterio stabilito caso per caso dal padrone. Chiama poi altri lavoratori, in momenti sempre diversi, persino un’ora prima della fine della giornata. Fin qui nulla di strano. Del resto, è una scena presa dal vivo: disoccupati chiamati al lavoro. Al termine della giornata, il padrone, iniziando dagli ultimi su su fino a quelli della prima ora, dà a tutti la stessa paga. Ciò naturalmente non fa che scatenare la reazione di quanti hanno lavorato il giorno intero. Una parabola, dunque, come dicevo, sconvolgente, dai molteplici riflessi. Ci sono due letture della parabola. Anzitutto, la lettura diciamo teologica:

Lettura teologica.  Gesù parla del regno di Dio. Il padrone rappresenta Dio, e gli operai sono i chiamati a questo Regno. Dio chiama a tutte le ore, quando crede e come crede. Ma l’accento della parabola non cade tanto sulla chiamata di Dio, ma sul comportamento del padrone che paga tutti allo stesso modo, quindi usando criteri diversi dai nostri (noi parliamo di meriti secondo un certo nostro modo di valutare, Dio si appella alla sua bontà e misericordia). Di qui, la reazione degli operai della prima ora. Pertanto, non è una parabola rivolta ai peccatori, ai poveri, per consolarli, ma ai cosiddetti giusti, ai farisei che hanno provato e provavano invidia per la bontà di Dio verso gli altri, ed è rivolta  ai discepoli perché devono imparare a gioire di fronte a un Padre che offre la salvezza anche ai cosiddetti “lontani”. Naturalmente a reagire alla parabola di Gesù furono gli ebrei del suo tempo, che, fin da quando Abramo diede inizio al popolo eletto, si sono sempre sentiti i privilegiati, i primi della classe. Anche gli ebrei facevano proseliti, seguaci, convertendo i pagani alla causa di Dio. Ma ancora al tempo di Cristo i pagani convertiti non entravano a pieno titolo nel giudaismo: non potevano partecipare a tutti i privilegi del popolo eletto fin dall’inizio. Con questa parabola, Gesù mette in chiaro la volontà di Dio, che, se è padre universale, lo è a tutti gli effetti, senza fare distinzioni. Per il fatto che Dio ha stipulato un’alleanza con il suo popolo, non lo ha fatto per creare con lui un legame di privilegio, ma solo perché il popolo potesse trasmettere al mondo intero il messaggio di Dio. Ma questo gli ebrei non lo hanno mai capito. Si sono sentiti i possessori esclusivi di quel Messaggio. Qui sta tutto il problema, che riguarda anche la Chiesa di Cristo. Prima dicevo che Cristo, narrando la parabola degli operai di tutte le ore, si era rivolto anche ai suoi discepoli di allora, e ai futuri credenti, diciamo alla Chiesa di tutti i tempi. Sta qui l’attualità della parabola. A noi di oggi interessa sì e no la reazione degli scribi e dei farisei del tempo di Cristo: interessa invece sapere come i credenti di oggi reagirebbero, se Cristo dovesse ripetere la parabola in questione.

Fondamentalismo.  Siamo tutti preoccupati, quando si verificano ancora oggi gli effetti negativi di un fondamentalismo religioso, che pensavamo fosse ormai qualcosa del passato. In fondo, che cos’è il fondamentalismo, se non un voler impossessarsi di Dio, e dire: È solo nostro? Tanto più che dire “nostro” significa il coinvolgimento di una moltitudine di persone che, tanto più diventano massa, chiusa entro i limiti di un nazionalismo anche politico, crea divisioni, tensioni, violenze. Più che l’individualismo del singolo, è la massa che crea allarmismo. Quando una religione fondamentalista diventa stato, allora bisogna veramente spaventarsi, e stare all’erta. Ma il mio discorso riguarda direttamente la Chiesa, diciamo cattolica. È vero che, fin dalle sue origini, si è aperta a tutti, alla conquista del genere umano, secondo il comando di Cristo: “Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. È vero che, secondo gli studiosi, la formula trinitaria apparteneva alla liturgia del battesimo in vigore nella Chiesa primitiva, che Matteo avrebbe preso e inserito successivamente nel suo Vangelo. Tuttavia, è certo che Cristo è venuto per allargare i confini della salvezza di Dio, oltre la Palestina: al mondo intero. Ma che cosa significa la salvezza di Dio? La Chiesa, più che espandersi come struttura, ha il compito di lanciare a tutti gli uomini il Messaggio radicale del Vangelo, senza più fare distinzione tra credenti della prima ora e credenti dell’ultima ora. Dio chiama sempre, quando vuole e come vuole. Senza imporre di entrare per forza nella struttura della Chiesa, la quale invece ha il compito di evangelizzare, senza con ciò legare le anime ad una religione. Già l’ho detto varie volte: la Chiesa deve essere aperta all’Umanità, ma l’Umanità non può far parte in modo inclusivo nella Chiesa struttura.

Lettura sociale.  C’è un’altra lettura della parabola di oggi: una lettura con riflessi anche nel campo sociale. La parabola aiuta a illuminare la società, perché viva meglio i diversi rapporti, da quelli familiari a quelli politici e aziendali. È vero che Cristo non è venuto a consegnarci un programma politico o sociale, ma non possiamo dimenticare che il Vangelo coinvolge tutto l’uomo, perciò tutto il suo agire. Ecco la domanda cruciale, che non può non sconvolgere anche i sindacati, così preoccupati di dare solo una pagnotta di pane agli operai, magari ammuffita, magari addirittura velenosa. Avete forse sentito i sindacalisti parlare di ambiente da rispettare, di salute come valore primario che sta prima del lavoro? Li avete forse sentito parlare di qualità della vita? Quante volte i sindacalisti parlano del primato dell’essere? E, se parlano male dell’avere, è solo perché è diviso male, in modo ingiusto come se per giustizia s’intendesse anzitutto pari accesso ai beni di questo mondo, non importa se poi questi beni rincoglioniscono la vita, per il loro eccesso o per la loro inutilità.

Solidarietà.  Ecco la domanda cruciale: è possibile conciliare la giustizia e la carità? E, se è possibile, in che modo? Come posso essere giusto ed essere buono? Come posso essere giusto ed aprirmi ai diritti dei più deboli? Già parlare oggi di solidarietà, sembra di fare il bigotto di turno. La solidarietà è una virtù da lasciare ai credenti. Eppure la solidarietà un tempo era diventata una virtù così laica da essere ritenuta una conquista sindacale di comunisti atei o semplicemente anticlericali. La solidarietà nel mondo operaio era tutto. Chi non ricorda lo slogan politico “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”, uno dei più famosi del periodo socialista? Lo slogan proviene dal “Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels. Oggi la solidarietà operaia è quasi scomparsa nella più totale indifferenza, che si sveglia solo quando a rischio c’è il proprio posto di lavoro, o al massimo la chiusura della propria fabbrica. Nessuno accetterebbe la parabola di Cristo, che sembra privilegiare i diritti degli operai dell’ultima ora.

A conclusione, voglio citare alcune riflessioni di Padre Ermes Ronchi sulla parabola di oggi. Scrive: «Finalmente un Dio che non è un ‘padrone’, nemmeno il migliore dei padroni. È altra cosa: è il Dio della bontà senza perché, che crea una vertigine nei normali pensieri, che trasgredisce le regole del mercato, che sa ancora saziarci di sorprese. Intanto è il signore di una vigna: fra tutti i campi la vigna è quello dove il contadino investe più passione e più attese, con sudore e poesia, con pazienza e intelligenza. È il lavoro che più gli sta a cuore: per cinque volte infatti, da uno scuro all’altro, esce a cercare lavoratori. È questa terra la passione di Dio, e coinvolge me nella sua custodia; è questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso. Eppure mi sento solidale con gli operai della prima ora che contestano: non è giusto dare la medesima paga a chi fatica molto e a chi lavora soltanto un’ora. È vero: non è giusto. Ma la bontà va oltre la giustizia. La giustizia non basta per essere uomini. Tanto meno basta per essere Dio. Neanche l’amore è giusto, è un’altra cosa, è di più. Se, come Lui, metto al centro non il denaro, ma l’uomo; non la produttività, ma la persona; se metto al centro quell’uomo concreto, quello delle cinque del pomeriggio, un bracciante senza terra e senza lavoro, con i figli che hanno fame e la mensa vuota, allora non posso contestare chi intende assicurare la vita d’altri oltre alla mia. Dio è diverso, ma è diversa pienezza. Non è un Dio che conta o che sottrae, ma un Dio che aggiunge continuamente un di più. Che intensifica la tua giornata e moltiplica il frutto del tuo lavoro. Non fermarti a cercare il perché dell’uguaglianza della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’accrescimento, l’incremento di vita inatteso che si espande sui lavoratori. Nel cuore di Dio cerco un perché. E capisco che le sue bilance non sono quantitative, davanti a Lui non è il mio diritto o la mia giustizia che pesano, ma il mio bisogno. Allora non calcolo più i miei meriti, ma conto sulla sua bontà. Dio non si merita, si accoglie. Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace, perché sono l’ultimo bracciante e tutto è dono. No, non mi dispiace perché so che verrai a cercarmi anche se si sarà fatto tardi. Non mi dispiace che tu sia buono. Anzi. Sono felice che tu sia così, un Dio buono che sovrasta le pareti meschine del mio cuore fariseo, affinché il mio sguardo opaco diventi capace di gustare il bene».

*Omelia del 7 ottobre  2012: Sesta domenica dopo il Martirio di S. Giovanni Battista. 

Fonte:http://www.dongiorgio.it/06/10/2012/omelie-2012-di-don-giorgio-sesta-domenica-dopo-il-martirio-di-san-giovanni/

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