LO SFORZO DI ATTRIBUIRE A COSTANTINO MERITI STORICAMENTE INSOSTENIBILI
da un incontro col prof. Saverio Xeres*
Sacralità pagana. L’interrogativo del titolo è rivolto al presente, specificamente al 17° centenario dell’Editto di Milano (313 d.C.) che viene celebrato spesso con toni apologetici, come instaurazione della libertà religiosa nell’impero romano. Per comprenderlo bene è necessario risalire al periodo dell’imperatore Costantino per osservare la realtà dei fatti storici e il loro contesto. Per prima cosa bisogna ricordare che in quei tempi non c’era l’ateismo che c’è oggi, né era presente quella separazione tra il potere politico e quello religioso che abbiamo raggiunto nei nostri tempi: ogni potere aveva un’origine sacrale anche in ambito pagano, così che quando si fondava una città o veniva intrapresa un’opera nuova non mancava mai l’invocazione alla protezione divina. Lo stesso Costantino si considerava capo della chiesa, tanto che fu lui a convocare il primo concilio ecumenico, quello di Nicea, qualche anno dopo (325). Era però anzitutto un politico, un uomo di potere, che tendeva a strumentalizzare le religioni – pagane o cristiane indifferentemente. Quanto al suo cristianesimo poi, non era neppure battezzato, altrimenti avrebbe dovuto sottomettersi ai vescovi! (fu battezzato soltanto alla fine della sua vita da un vescovo ariano).
Motivazioni politiche possono essere trovate in tutte le sue azioni. Insistette ad es. sull’unità dei cristiani, scagliandosi contro ogni eresia o divergenza di opinione, ma in modo funzionale, perché così poteva meglio utilizzare il supporto politico dei cristiani. Esortava ad es. a non dividersi su questioni “di lieve entità”, come la Trinità. Analogamente ebbe un atteggiamento favorevole agli ariani, che tendevano a vedere in Dio Padre una superiorità rispetto al Figlio e allo Spirito santo, convalidando così l’ideologia imperiale: un solo Dio, che vuole un solo imperatore, cioè il monismo imperiale. Non è vero che Costantino dette la libertà religiosa ai cristiani: c’era già mezzo secolo prima. Piuttosto dette ai cristiani posizioni di privilegio: contributi finanziari, costruzione di chiese, esenzione dei chierici dai pubblici uffici, riconoscimento ai tribunali ecclesiastici della possibilità di sostituirsi a quelli civili…
Trono e altare. Sostanzialmente Costantino realizza una unione stretta tra chiesa e impero, dove però è l’imperatore che governa, mentre la chiesa diventa funzionale all’impero, assumendo forme pagane. In base a ciò, ad es. l’imperatore si dichiara persino vicario di Dio. Si ha cioè una sorta di cristianizzazione del paganesimo o di paganizzazione del cristianesimo. Lungi dal riconoscere la libertà di culto, Costantino avvia un progetto che si compirà con Teodosio: tutti i popoli sottoposti all’impero devono essere cristiani e riconoscere il dogma della Trinità, altrimenti saranno colpiti dall’ira divina e anche dalla forza imperiale. Il legame tra trono e altare permane anche nei secoli successivi e dopo il 12° secolo i papi si chiameranno vicario di Cristo in terra. Nei primi secoli la chiesa non era così fortemente strutturata, quando però si collega col potere imperiale deve accentuare forme di centralismo e gerarchismo.
La prospettiva escatologica è un’altra grossa perdita che consegue all’abbraccio tra trono e altare: sostanzialmente passa l’idea che il regno di Dio è già raggiunto qui in terra, così manca la critica profetica che spinge al continuo miglioramento. Inoltre si perde il senso della laicità nei comportamenti civili e il ruolo dei laici viene sottovalutato. Non ha alcun senso il dialogo con le altre religioni e l’ecumenismo si riduce ad un appello al ritorno nella “casa del padre”: tutte prospettive che la grande svolta del concilio Vaticano II ha riaperto. Con esso la chiesa si pone invece in una posizione marginale, si dichiara serva anziché signora del mondo.
La libertà di coscienza è una delle più alte riscoperte attribuibile al Concilio. È alla vigilia del concilio che Chenu ha parlato per primo di fine dell’epoca costantiniana, cioè della stretta connessione tra trono e altare. Un secolo fa, nel 1913, ci fu per la prima volta la commemorazione del 16° centenario dell’Editto di Costantino, rafforzato persino da un giubileo universale. Ancora si parlava della “feconda connessione” col potere politico. Ad es. la Civiltà Cattolica affermava che “per opera di Costantino la chiesa, emancipata e libera, potè svolgere il suo organismo gerarchico e dilatare in tutto il mondo le sue conquiste. Abbracciando con uno sguardo il suo percorso, vedremo all’inizio torreggiare Costantino come il padre e il patriarca laico della civiltà cristiana”. La libertà di coscienza è stata sempre condannata dai papi come obbrobriosa, per essere poi riconosciuta soltanto dal Vaticano II. La mostra istituita a Milano per ricordare il 17° centenario afferma che Costantino, oltre alla libertà di culto, ha portato avanti anche un atteggiamento dello spirito, cioè il rispetto per la libertà della coscienza, la tolleranza verso gli altri e verso i diversi, che oggi è così attuale… Sappiamo da dove deriva questa tesi: era sostenuta dalla autorevole docente Marta Sordi e presentata in una mostra nel 2005 al meeting CL di Rimini, ma storicamente è insostenibile. Se nell’Editto di Milano viene ripetuta la parola libertas, l’idea piena di libertà individuale, basata sulla coscienza, è stata riscoperta solo nella modernità dagli illuministi e poi dal Concilio. Come sostenere che Costantino, con i limiti sopra abbozzati, fosse stato così profetico da anticipare di 17 secoli la recente riscoperta conciliare?
*presso il Meic di Lecco, il 23-5-2013
curiose formazioni granitiche nell’isola indonesiana di Belitung