Brianzecum

marzo 13, 2011

IL DESERTO, OVVERO IL LUOGO DELLA PAROLA

PERCORSO EDUCATIVO CONTRO L’IDOLATRIA

di Don Giorgio De Capitani  dall’omelia del 13-3-2011, prima domenica di quaresima

Cristo è stato tentato, ovvero messo alla prova (questo è il senso originale della parola “tentazione”), prima di iniziare il suo ministero pubblico. Sembra quasi di poter leggere nel pensiero del Padre: Figlio, fammi capire senza equivoci qual è la tua scelta! Patti chiari, subito! Una pagina dunque, quella delle tentazioni, che viene come messa in scena, rappresentata visivamente, per farci cogliere, al di là delle sensazioni, il vero messaggio che è tutto lì, in quella triplice secca risposta che Cristo ha dato al Maligno, diciamo meglio: diavolo. La parola diavolo significa colui che divide. Da qui: calunniatore. Sarebbe già interessante soffermarsi sulla finalità di fondo di ogni azione diabolica: appunto quella di contrapporre la verità alla menzogna.

Tentazioni per crescere. Vorrei soffermarmi invece sulla parola “deserto”. Fin da bambini, se a colpirci era soprattutto quel brutto o talora simpatico diavolaccio che si divertiva a far volare Gesù, anche la parola “deserto” ci affascinava parecchio, a mano a mano crescevamo nell’età. Il deserto: chi tra noi ragazzi l’aveva visto per potersene fare una certa idea? Eppure il deserto tornava spesso nei racconti biblici di avvenimenti che avevano segnato momenti particolari della storia del popolo eletto: uno su tutti, il periodo durato quarant’anni trascorso proprio nel deserto prima dell’ingresso nella Terra promessa. Non ho citato a caso questo esempio: quel periodo di lotte e di prove è stato uno dei motivi per cui Gesù è stato spinto dallo Spirito nel deserto. Non ho sbagliato parola: è stato proprio lo Spirito del bene a condurre Gesù nel deserto per essere poi tentato dallo Spirito del male. È Dio a tentarci più che il diavolo. La nostra vita è tutta una prova, una tentazione. La tentazione purifica le nostre scelte, ci fa crescere, maturare. La parte del demonio sta nell’approfittare della tentazione o della prova per farci cadere nelle trappole, magari semplicemente nel farci fare scelte minime. Solitamente si parte dal giocare al ribasso, per poi scendere al di sotto del livello del minimo, e si cade nel male. C’è ancora gente che si confessa di avere delle tentazioni come se le tentazioni in sé fossero mancanze o peccati. Casomai, è il contrario: è quando non si hanno più tentazioni che bisognerebbe preoccuparsi.

Anche i dubbi sono tentazioni o prove che hanno un loro vantaggio: farci riflettere, porci domande, cercare risposte. Uno che non dubita mai non è neppure un essere umano. Ciò che fa grande un uomo è il dubbio. Le certezze assolute hanno sempre portato alla dittatura, e i dittatori sono coloro che non si mettono mai in dubbio, e sono i più pericolosi.  Torniamo al deserto. Il deserto ha tuttora un certo fascino. Almeno su di me. Mi fa pensare a tante cose. Edmond Jabès, poeta, figlio di ebrei italiani, nato e cresciuto in Egitto, ma con educazione francese, ha scritto: “L’esperienza del deserto è stata per me dominante. Tra cielo e sabbia, fra il Tutto e il Nulla, la domanda diventa bruciante. Come il roveto ardente, essa brucia e non si consuma. Brucia per se stessa, nel vuoto. L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo ascolto”. Diciamo subito che il deserto è anzitutto un luogo. Scrive Enzo Bianchi, della Comunità di Bose. «Il deserto biblico non è quasi mai il deserto di sabbia, ma è frutto dell’erosione del vento, dell’azione dell’acqua dovuta alle piogge rare ma violente, ed è caratterizzato da brusche escursioni termiche fra il giorno e la notte (cf. Salmo 121,6).

Pedagogia.  Refrattario alla presenza umana e ostile alla vita (Numeri 20,5), il deserto, questo luogo di morte, diviene nella Bibbia la necessaria pedagogia del credente, l’iniziazione attraverso cui la massa di schiavi usciti dall’Egitto diviene il popolo di Dio, diviene in sostanza luogo di rinascita. La nascita del mondo come cosmo ordinato non avviene forse a partire dal caos informe del deserto degli inizi? La terra segnata da mancanza e negatività (“Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra”: Genesi 2,4b-5) diviene il giardino apprestato per l’uomo nell’opera creazionale (Genesi 2,8-15). E la nuova creazione, l’era messianica, non sarà forse un far fiorire il deserto? “Si rallegreranno il deserto e la terra arida, esulterà e fiorirà la steppa, fiorirà come fiore di narciso” (Isaia 35,1-2). Ma tra prima creazione e nuova creazione si stende l’opera di creatio continua, l’intervento salvifico di Dio nella storia.

Rivelazioni. Ed è in quella storia che il deserto appare come luogo delle grandi rivelazioni di Dio: nel midbar (deserto), dice il Talmud, Dio si fa sentire come medabber (colui che parla) (in ebraico dabar indica la parola, midbar tradotto in “deserto” significa di per sé il “posto della parola”). È nel deserto che Mosè vede il roveto ardente e riceve la rivelazione del Nome (Esodo 3,1-14); è nel deserto che Dio dona la Legge al suo popolo, lo incontra e si lega a lui in alleanza (Esodo 19-24); è nel deserto che colma di doni il suo popolo (la manna, le quaglie, l’acqua dalla roccia); è nel deserto che si fa presente a Elia nella “voce di un silenzio sottile” (1 Libro dei Re 19,12); è nel deserto che attirerà nuovamente a sé la sua sposa-Israele dopo il tradimento di quest’ultima (Osea 2,16) per rinnovare l’alleanza nuziale… ».

Simboli. Tenendo presenti questi due aspetti, negativi e positivi – l’uno non può fare a meno dell’altro – il deserto, continua Enzo Bianchi, rimanda a tre grandi ambiti simbolici: lo spazio, il tempo, il cammino. «Spazio ostile da attraversare per giungere alla terra promessa; tempo lungo ma a termine, con una fine, tempo intermedio di un’attesa, di una speranza; cammino faticoso, duro, tra un’uscita da un grembo di schiavitù e l’ingresso in una terra accogliente, “che stilla latte e miele”: ecco il deserto dell’esodo! La spazialità arida, monotona, fatta silenzio, del deserto si riverbera nel paesaggio interiore del credente come prova, come tentazione. Valeva la pena l’esodo? Non era meglio rimanere in Egitto? Che salvezza è mai quella in cui si patiscono la fame e la sete, in cui ogni giorno porta in dote agli umani la visione del medesimo orizzonte? Non è facile accettare che il deserto è parte integrante della salvezza! Nel deserto allora Israele tenta Dio, e il luogo desertico si mostra essere un terribile vaglio, un rivelatore di ciò che abita il cuore umano. “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore” (Deuteronomio 8,2).

Educazione e ribellioni. Il deserto è un’educazione alla conoscenza di sé, e forse il viaggio intrapreso dal padre dei credenti, Abramo, a risposta dell’invito di Dio “Va’ verso te stesso!” (Genesi 12,1), coglie il senso spirituale del viaggio nel deserto. Il deserto è il luogo delle ribellioni a Dio, delle mormorazioni, delle contestazioni (Esodo 14,11-12; 15,24; 16,2-3.20.27; 17,2-3.7; Numeri 12,1-2; 14,2-4; 16,3-4; 20,2-5; 21,4-5)». Tutto ciò fa capire il perché anche Gesù è stato spinto dallo Spirito nel deserto. Qui, nel deserto, darà il via al suo ministero, tentato in pochi giorni – il numero quaranta richiama i quarant’anni dell’esodo – con un faccia a faccia con il potere dell’illusione satanica e qui nel deserto sarà costretto a scegliere: tra lo spettacolare e l’essenziale di una Parola che non soffre vestiti, formalità, compromessi.

Avventura della libertà. Continua Enzo Bianchi: «Il deserto appare anche come tempo intermedio: non ci si installa nel deserto, ma si traversa il deserto! Quaranta anni, quaranta giorni: è il tempo del deserto per tutto Israele, ma anche per Mosè, per Elia, per Gesù. Tempo che può essere vissuto solo imparando la pazienza, l’attesa, la perseveranza, accettando il caro prezzo della speranza. E forse, l’immensità del tempo del deserto è già esperienza e pregustazione di eternità! Ma il deserto è anche cammino: nel deserto occorre avanzare, non è consentito “disertare”, ma la tentazione è la regressione, la paura che spinge a tornare indietro, a preferire la sicurezza della schiavitù egiziana al rischio dell’avventura della libertà. Una libertà che non è situata al termine del cammino, ma che si vive nel cammino. Ma per compiere questo cammino occorre essere leggeri, con pochi bagagli: il deserto insegna l’essenzialità, è apprendistato di sottrazione e di spogliazione».

Essenzialità!  Mio Dio, sta qui il segreto di ogni felicità. Nell’aldilà il godimento dell’essere sarà il suo stesso essere nella sua nudità, come essere. In questa vita, l’essenzialità è il segreto del nostro star bene, del nostro star meglio. Essenzialità! Se capissimo il valore della essenzialità, troveremmo la soluzione ad ogni problema, anche nel campo socio-politico ed economico. E questo è il nostro messaggio da credenti. Sta qui, nella essenzialità di una Parola che è la nuda verità, il nostro impegno di cristiani. L’essenzialità porta alla povertà di beni, all’uso moderato di essi, ad evitare i compromessi col potere per sostenere opere che non parlano il linguaggio della essenzialità e della povertà. Interessante quando Enzo Bianchi parla di “apprendistato di sottrazione e di spogliazione”. La parola “sottrazione”, più che la parola “spogliazione”, ci fa riflettere in questo tempo in cui tutti promettono aggiunte, un di più, l’eccedente, anche se poi, in pratica, fanno di tutto per lasciarci in mutande. “Sottrazione”: sottrarre ciò che impedisce il cammino in libertà. Non sono più concepibili sacrifici che sacrificano il nostro essere e neppure i valori del corpo. Nulla si deve sottrarre di ciò che è umano. Da sottrarre è ciò che è accessorio, illusorio, quel di più che appesantisce il nostro essere.

Idolatria. Scrive ancora Enzo Bianchi: «Il deserto è magistero di fede: esso aguzza lo sguardo interiore e fa dell’uomo un vigilante, un uomo dall’occhio penetrante. L’uomo del deserto può così riconoscere la presenza di Dio e denunciare l’idolatria». Qui il discorso si farebbe lungo. Dio e idolatria non stanno insieme. Bisognerebbe riflettere di più su Dio e sul mondo idolatrico che solitamente – parlo di noi credenti – accompagna il nostro credo. Parliamo di Dio e adoriamo un mondo di cose e di beni che sostituiscono Dio. O meglio, noi credenti non facciamo altro che parlare di Dio come se fosse il vero Dio, in realtà il Dio in cui crediamo e, ancor peggio, il Dio che imponiamo agli altri è un idolo, l’immagine di una religione che deturpa nel modo più osceno il volto del Dio di Gesù Cristo.

Mammona. Non giochiamo sulle parole: ancora oggi – lo è sempre stato – il vero idolo è il denaro. Dio è il denaro. Ancora oggi la religione è denaro. Ancora oggi il dio della religione è mammona. Satana qui rivela tutta la sua scaltrezza: non contrappone Dio al denaro, sminuendo l’importanza di Dio e ingigantendo quella del denaro. No! Con una capacità di convinzione, veramente diabolica, fa credere che Dio stesso è il denaro, e che il denaro è Dio. I peggiori materialisti sono i mistici o quelli che appaiono tali: qui la conversione è quasi impossibile, qui il deserto diventa solo sogno di cose che mancano. Questo è il vero peccato di blasfemia: quando il misticismo sposa il materialismo. Il vero pericolo non è l’ateo materialista ma il credente materialista.

Blog su WordPress.com.