Brianzecum

agosto 17, 2008

LA VERITÀ DELLE SCRITTURE

Incontro metodologico

“Per i greci la verità è la realtà ultima delle cose, (..) è ciò che non è nascosto, (..) è la realtà dell’essere che si mostra. Il suo simbolo è la luce. (..) Invece per i babilonesi, gli assiri e gli ebrei la verità è soprattutto ciò che è duraturo, ciò che sta saldo, fermo, nel cambiamento di ogni cosa. Il suo simbolo è la roccia. Il contrario della verità è l’in-stabilità.”[1] Basta questo frammento per comprendere la complessità delle concezioni che possono convivere nelle stesse Scritture, dato che nell’Antico Testamento prevalgono le concezioni ebraiche, mentre nel Nuovo non mancano gli influssi della cultura greca.

Evitare una lettura fondamentalista è la prima indicazione che può essere tratta: prendere il testo alla lettera, rifiutando di tener conto del carattere storico della Scrittura, non manca di fascino per chi cerca risposte ai propri problemi di vita. Ma è illusorio, così come pretendere di trarre dalla Bibbia verità scientifiche (superfluo ricordare il caso Galileo). Il fondamentalismo offre “interpretazioni pie ma illusorie.” Peggio ancora “invita, senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero. Mette nella vita una falsa certezza, poiché confonde inconsciamente i limiti umani del messaggio biblico con la sostanza divina dello stesso messaggio.”[2] La lettura delle Scritture deve quindi essere intelligente, deve sforzarsi di comprendere ciò che il testo voleva dire obiettivamente, il che non può prescindere dall’adozione di un metodo “scientifico”.

Il metodo scientifico elaborato per l’esegesi biblica già a partire dal 18° secolo è quello storico-critico. Parte dalla realtà storica dei fatti narrati, cercando di dedurne criticamente conseguenze e insegnamenti. Successivamente sono nate anche discipline psicologiche, come la psicologia del profondo, e filosofiche, come l’analisi esistenziale, che cercano di scavare nelle profondità della mente e dell’inconscio umani per evidenziare i condizionamenti (che risalgono in genere a conflitti nella prima infanzia) e le costanti archetipiche già presenti nelle culture e nelle religioni. Applicando questi metodi nell’esegesi biblica si può arrivare ad affermare che certe narrazioni bibliche, pur non essendo storicamente verificabili, sono da considerare vere e valide, perché parlano direttamente al cuore dell’uomo.[3]

Le traduzioni delle Scritture in lingua corrente comportano una problematica analoga: ne esistono molte, antiche e recenti, ufficiali e private. Esiste anche una traduzione “interconfessionale”, concordata tra le diverse chiese: il fatto di aver mediato, tuttavia, ha tolto a questa traduzione un certo livello di scientificità. Certe traduzioni poi vogliono anche interpretare e spiegare, cosa che può servire sul piano pastorale, ma risulta insufficiente ai fini di una più profonda penetrazione. Può essere preferibile un testo che impone fatica al lettore, che pone interrogativi più che dare risposte.

Parole vive” sono le Scritture: contengono una ricchezza di contenuto e di messaggi che non può limitarsi all’interpretazione dotta degli esperti, ma dice qualcosa a ciascuno di noi, ci accompagna nel mutare dei tempi. Secondo una dottrina largamente condivisa, la parola di Dio non si esaurisce nella Scrittura, ma passa anche dalla tradizione, dal magistero, deputato a interpretarla, nonché dalla comunità ecclesiale, cioè da tutti coloro che vi fanno parte. Qui si delinea la verità delle Scritture: sono finalizzate alla nostra conversione e salvezza ed è in questo ambito che va cercata la loro verità (o inerranza, come si diceva prima). Il Signore non vuole violentare la nostra volontà, ma sollecitare la partecipazione e l’adesione di ciascuno. Possiamo sbagliare, ma questo non è un dramma, anzi, può essere una cosa positiva se ci fa intendere Dio come una persona, per di più una persona vicina, che ci vuol bene e ci perdona. Il volto di Dio è nascosto, come risulta da tutte le Scritture: la cosa peggiore che possiamo fare è pretendere di definirlo, riducendolo a una maschera o a un idolo. Ecco dunque la necessità di leggere le scritture cercando di imparare a conoscere, attraverso esse, il volto di Dio. Sono finalizzate alla nostra crescita, al nostro arricchimento spirituale, ma richiedono uno sforzo di penetrazione e di comprensione.

La lettura ecumenica che si cercherà di effettuare, mantiene tutte le caratteristiche di storicità e scientificità sopra indicate, sforzandosi in più di cogliere gli aspetti di fondo che ci avvicinano ai fratelli separati. “A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una meritata superiorità, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro salvatore.”[4] Il vangelo di Marco, più degli altri, invece di offrire facili certezze, spinge alla ricerca, ad “andare oltre”, fino ad essere persino disorientante[5]. Oltre ad essere il primo in ordine cronologico, è anche il più breve, semplice ed essenziale, tanto che viene talvolta chiamato vangelo dei catecumeni, cioè di coloro che già hanno ricevuto il primo annuncio, ma necessitano di una più profonda comprensione del mistero di Gesù. Reca un messaggio forte, centrale, senza le sottolineature o la correzione di errori, che invece contengono gli altri vangeli. Orientato a chi si sta affacciando alla fede, il vangelo di Marco è importante anche perché può essere attribuito, più direttamente degli altri, al primo degli apostoli, Pietro, della cui narrazione Marco fu trascrittore. Pertanto il vangelo di Marco è particolarmente adatto ad una lettura ecumenica, con la quale si cercherà di penetrare le verità più significative (siano esse luce o roccia) da porre alla base di un dialogo ecumenico ed interreligioso.


[1] B. Maggioni, “Impara a conoscere il volto di Dio nelle parole di Dio”, Commento alla “Dei Verbum”, ed. il Messaggero, Padova 2001, pag. 75.

[2] Enchiridion Vaticanum, Dehoniane, Bologna, 13/2980, cit. da B. Maggioni, cit, pag. 102.

[3] “Con gli strumenti della ricerca storica e della descrizione oggettivante non è mai possibile accedere a un piano veramente importante dal punto di vista religioso, perché questo piano si trova non nel passato, ma direttamente nel cuore delle persone di tutti i tempi e tutte le latitudini”. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 24.

[4] Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, 18.

[5] Nella versione originale terminava al versetto 16,8, con la paura e il disorientamento delle donne dopo l’annuncio di risurrezione da parte dell’angelo sul sepolcro vuoto.

Per la riflessione:

-come evitare una lettura fondamentalista;

-il metodo scientifico storico-critico;

-il problema delle traduzioni;

-le scritture sono finalizzate alla nostra crescita;

-cos’è la lettura ecumenica.


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