Decentramento e responsabilizzazione sono le parole chiave da premettere alla discussione sulle grandi opere. C’è spesso contrasto tra quelle e queste. Si può chiarire con qualche esempio. L’energia elettrica può essere prodotta da pannelli solari, in modo decentrato, oppure da grandi centrali, come quelle atomiche, di cui da molti si invoca il ritorno. Queste hanno i ben noti inconvenienti di essere rischiose e inquinanti (basti il nome di Cernobil), di essere vulnerabili da attentati o terremoti, di produrre scorie che dovremo lasciare in eredità ai posteri per un numero indefinito di anni, ma soprattutto la caratteristica di accentrare la produzione e deresponsabilizzare gli utenti. L’inverso sarebbe con i pannelli solari, che ciascun utente cercherebbe di tenere efficienti, puliti, in ordine, per una resa migliore. Un altro esempio di deresponsabilizzazione può essere tratto dalla vicenda dei rifiuti napoletani. “I miei rifiuti non mi riguardano, non sono affar mio, ci pensi qualcun altro”: questa la mentalità che si è diffusa. Se fossero affare anche mio, mi preoccuperei di ridurne la quantità, di separarli, riciclarli, cercando di ridurne l’impatto. Se sono affari di altri allora diventano problemi di grandi impianti, termovalorizzatori, discariche, ecc., che però nessuno, ovviamente, vuole vicino a casa propria. Se desideriamo evitare che si moltiplichino casi come quello di Napoli, forse bisognerebbe proprio partire dalla mentalità, da una educazione capillare ad assumersi la responsabilità per le cose pubbliche, senza delegare ad altri. Ma molti ostacoli si frappongono a questo obiettivo.
La tecnica viene spesso invocata: gli impianti più grandi sono più efficienti e molte operazioni sono addirittura impossibili al di sotto di una certa soglia. Nel caso dell’energia elettrica potrebbe facilmente essere che quella prodotta dagli impianti atomici costi meno di quella dei pannelli solari. Questo costo non tiene presente però i fattori extra economici cui sopra si è fatto cenno (rischi, inquinamenti, scorie..) e soprattutto il valore inestimabile della responsabilizzazione che si potrebbe avere con una produzione elettrica vicina, sul tetto. Quanto alla tecnologia si deve ancora ricordare che essa va dove la porta il “mercato”. Se il mercato dice che bisogna produrre centrali atomiche, la tecnologia si perfezionerà sulle centrali atomiche e ne ridurrà il costo. Se invece ricevesse l’indicazione di concentrarsi sui pannelli solari, sarà per questi che si avrà maggiore convenienza. Oggi è stata pressoché del tutto abbandonata l’idea di produrre energia dalla fonte rinnovabile più tradizionale e meno inquinante: la legna dei boschi. Le nostre foreste sono intasate da legna morta che si decompone lentamente producendo CO2, senza produrre calore, mentre la tecnologia si ingegna a cercare le fonti più strane da sostituire a quelle fossili in via di esaurimento. Sarebbe necessario un deciso intervento per stimolare tecnologie che consentano anche a scala ridotta di estrarre energia dalla legna, superandone gli inconvenienti tradizionali (ingombro, necessità di controllo manuale, fuliggine..).
Il mercato, che molti ritengono supremo e ottimale regolatore della vita collettiva, dimostra anche qui la sua inadeguatezza. Mai spingerà a scelte responsabilizzanti, se è vero che nessun venditore dirà mai che ciò che la gente può fare da sé è meglio di ciò che lui vende. All’opposto, il mercato è esso stesso creatore di dipendenza. Dovrebbe essere l’intervento pubblico a stimolare certe produzioni decentrabili e responsabilizzanti (come impianti solari, riscaldamenti a legna, cogenerazione di energia elettrica e calore da biomasse o da rifiuti..) e a frenarne altre che comportano sprechi, inquinamenti, pericoli (come molti beni di lusso, moto d’acqua, motoslitte, suv, usati per divertimento o “simbolo di stato”). È necessario in ogni caso contro l’emergenza rifiuti o l’emergenza energia, che la società elabori un progetto di sviluppo alternativo a quello del mercato.
Le mafie sono altri fattori che creano dipendenza. A ben vedere non sono poi tanto diverse dal cosiddetto mercato, quando si pensi ad es. che il mercato dell’energia a livello mondiale è dominato dalle grandi corporazioni di petrolieri, che hanno in Bush e la Rice illustri esponenti. Ed è superfluo ricordare che dispongono di abbondanti mezzi per evitare che si sviluppino tecnologie alternative a quelle del petrolio. Tuttavia le mafie sono ben presenti anche nel nostro piccolo paese. Il ponte sullo stretto è l’icona delle grandi opere. Ma bastano poche considerazioni per mostrarne la sproporzione tra costo e utilità. Non sarà un’attrattiva turistica, perché i turisti sono attratti più dalla natura incontaminata e dai valori culturali. Non fornirà grandi vantaggi di lavoro in un’era in cui le distanze sono state abbattute da internet. Non stimolerà lo sviluppo economico: ormai non si ritiene più, come qualche decennio addietro, che lo sviluppo possa essere innescato dalle infrastrutture materiali – spesso restate “cattedrali nel deserto”. Le infrastrutture importanti sono oggi ritenute quelle umane: conoscenze, senso civico, iniziativa, apertura al nuovo.. In ogni caso, prima di un’exploit isolato come il ponte di Messina bisognerebbe provvedere alla razionalizzazione e ammodernamento dell’intera rete ferroviaria, con gli interporti, ecc., alle “autostrade del mare” e così via. Vantaggi economici ne porterà si il ponte: per le tangenti che mafie e politici potranno incassare con gli appalti miliardari.
In definitiva le grandi opere sono spesso uno specchietto per le allodole, un abbaglio per stimolare l’immaginazione, ma non resistono ad una critica razionale. Oggi, nell’era di internet e dell’effetto serra, si deve puntare in prevalenza su uno sviluppo immateriale e umano: vanno ribaltate le prospettive consumistiche del “mercato”, contenuti i trasporti e le altre forme di consumismo energetico. Ad es. si dovrebbero preferire gli alimenti locali a quelli provenienti da lontano; tanto più evitare lunghi tragitti ai rifiuti. Pensare globalmente e agire localmente, è un efficace slogan da attuare. Ma per attuarlo è necessario diffondere la responsabilizzazione su tutto ciò che è pubblico e va al di là del proprio “particulare”. Bisogna lottare contro la tendenza opposta che ci viene propinata congiuntamente da mercato, mafie, televisioni, burocrazie. Una cosa difficile ma non impossibile, anche perché necessaria per superare le aporie della politica-spettacolo.