L’ESPERIENZA AMERICANA E QUELLA EUROPEA A CONFRONTO
I rifugiati dall’Europa, sfuggiti alle persecuzioni perché appartenenti a minoranze religiose, sono stati i primi coloni del territorio americano, quelli che furono chiamati i padri pellegrini. Trovarono là un terreno di libertà. Questo spiega perché ancora oggi gli americani vedono nello stato l’espressione positiva della propria libertà, nonché il vero fattore di unificazione: pertanto lo stato è accettato con favore. Esattamente il contrario di quanto avviene in Europa, dove spesso, specie in Italia, è identificato con l’oppressore. Le bandiere, ovunque esibite nelle case e anche nelle chiese americane, non identificano una particolare etnia o religione, ma rappresentano appunto il fattore unificante e la libertà acquisita. Quando si parla di nazionalismo americano si usa un termine sbagliato, perché non c’è mai stata una sola nazione, ma un insieme di nazioni, gli Stati Uniti, appunto. Composti, a loro volta, da una pluralità di etnie e religioni, senza particolari prevalenze. Si parla di un paese dalle mille minoranze. Vige una rigida separazione tra stato e chiesa, per cui, ad es., è tassativamente vietato insegnare una religione nelle scuole pubbliche. Tuttavia di religioni si parla nelle scuole molto più che da noi e, in generale, il grande paese nord americano appare molto più religioso dei paesi europei. Pertanto l’esperienza americana può molto insegnarci sui rapporti tra stato e chiesa. Eccone alcuni aspetti.
Valori civili. La costituzione della repubblica ha per gli americani un valore quasi religioso e nelle chiese si prega per lo stato. Anche se il modello statuale è lo stesso dell’Europa, nato dalla Rivoluzione francese, si configura in maniera diversa perché gli stati non sono basati sull’etnia o la religione maggioritaria, come in Europa. Nel vecchio continente lo stato laico è visto dalle chiese come un elemento che viene a limitare l’autorità e i privilegi delle chiese stesse, mentre in America c’è più collaborazione. Analogamente c’è meno rivalità tra autorità centrale e periferica: l’unità – grande valore della democrazia americana – richiede e si concretizza nella solidarietà. La festa più importante negli Stati Uniti (maggiore anche del Natale o della Pasqua) non è una festa religiosa, ma civile: il giorno del ringraziamento (quarto giovedì di novembre) nel quale si ringrazia per essere americani e avere la libertà. Una festa che ricorda l’arrivo dei padri pellegrini e il loro banchetto con gli indiani del posto. Più importante anche del 4 luglio che è la festa nazionale, pure condivisa da tutti; invece le feste religiose riguardano soltanto una parte della popolazione americana. Anche l’esercito negli Stati Uniti ha il significato di garanzia dell’unità; poiché lo stato rappresenta il collante comune, l’esercito gode di un attaccamento popolare che non ha paragone in Europa, diffuso in tutti i partiti politici e in tutti gli strati sociali. Infine non va dimenticato che chi non paga le tasse è disprezzato dall’opinione pubblica, a differenza che da noi, e così per chi non paga i contributi della colf o viene meno al rispetto per le istituzioni o alla moralità pubblica.
Conquiste graduali. Prima della seconda guerra mondiale, lo Stato americano era espressione di una maggioranza bianca e protestante. Le diverse minoranze erano escluse dal voto e chi ne faceva parte era considerato non cittadino: prima dell’inizio del secolo scorso erano escluse le donne, poi restarono esclusi gli afro americani e gli ebrei, fino alla stagione dei diritti civili; erano fuori persino i cattolici (delle comunità italiana, irlandese, polacca..), praticamente fino alla presidenza di Kennedy. La situazione di queste minoranze era analoga a quella delle minoranze in Europa, cioè vivevano come cittadini di serie b, spesso con leggi speciali per loro. Le chiese in Europa tendono a identificarsi con l’etnia dominante per ricuperare un carattere nazionale e con ciò privilegi perduti. Ci fu così la stagione dei concordati. Tra questi va ricordato quello della chiesa cattolica con la Polonia. Qui c’era una situazione particolare: se la forte minoranza ebraica (qualche milione di persone) fosse stata inclusa nello Stato, la Polonia sarebbe stata riconosciuta come Stato multietnico e multireligioso; se invece gli ebrei non fossero stati riconosciuti come cittadini, la Polonia diventava uno stato cattolico. La chiesa prese fin dall’inizio del secolo una posizione molto forte contro il riconoscimento degli ebrei. Questo fatto ebbe un’importanza che è andata ben al di là delle vicende polacche, perché, di fronte all’immane tragedia della shoà, pur essendo certamente contraria ai massacri, la chiesa cattolica non è stata in grado di rimangiarsi il favore espresso in precedenza per la discriminazione civile degli ebrei.
Nel dopoguerra si passa dallo Stato della maggioranza allo Stato di tutti. Vengono riconosciuti per tutti gli uomini del globo i diritti umani (con la dichiarazione del 1948); con l’ONU viene limitata la sovranità degli stati e dichiarata non più legittima alcuna apartheid, né lo stato confessionale. La costituzione italiana risente ancora del clima precedente, quando ad es. consente rapporti privilegiati con la chiesa cattolica rispetto alle altre chiese. Tuttavia la nostra costituzione, concepita contemporaneamente alla dichiarazione universale dei diritti umani, ne recepisce in pieno l’orientamento universalista, essendo, proprio per questo motivo, una delle più avanzate nel mondo. Nella costituzione americana non furono necessarie modifiche sostanziali, ma la semplice estensione della cittadinanza a ogni persona, anche agli afro americani. Dal punto di vista delle chiese il problema si sposta nel tradurre i propri principi in uno stato che includa tutte le componenti e che quindi non può più essere confessionale. Il problema di questo cambio di impostazione implica la piena accettazione dello stato e dei meccanismi democratici, cosa che è facile in America, dove lo stato non è antagonistico alle chiese, ma non altrettanto in Europa. Qui la piena accettazione della democrazia si è resa possibile solo dopo il concilio Vaticano II, ma ancora oggi non sembra del tutto recepita dal potere religioso. Forse sta proprio qui il nodo centrale da sciogliere: l’eccessivo affidamento delle chiese alla ricerca di potere politico – allontanandosi peraltro dallo spirito evangelico. Questa conclusione può essere tratta dalle brevi indicazioni sopra riportate, assieme all’altra, ben nota, circa la positività e la reciproca fecondazione tra le diversità compresenti. Il melting pot è forse il massimo fattore del successo americano nel mondo e dovrebbe far riflettere chi sostiene la purezza di certi valori identitari del passato.
*dalle lezioni del prof. Gabriele Boccaccini nel luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.
Per riflettere:
-lo Stato come fattore di libertà e unificazione per i padri pellegrini;
-negli USA c’è più separazione ma più collaborazione tra stati e chiese;
-la discriminazione civile degli ebrei polacchi tra i fattori della shoà;
-conquiste graduali della democrazia;
-nel dopoguerra si passa dallo Stato della maggioranza allo Stato di tutti;
-piena accettazione della democrazia da parte della chiesa.
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