Brianzecum

giugno 30, 2011

ROCCIA O FARFALLA?

STRUTTURE FONDAMENTALI DELLA MORALE

Dall’incontro del 9-6-2011 col prof. don Cataldo Zuccaro al Meic di Lecco sul tema: “La coscienza morale: occasione e responsabilita”.

 

La relazione introduttiva è stata articolata su questi punti:

1) un cenno schematico al contesto culturale contemporaneo;

2) cos’è, come funziona la coscienza morale, quali sono le principali attenzioni etiche;

3) pericoli e importanza della coscienza oggi;

4) coscienza cristiana come mediazione all’interno della complessità della storia (non è mai bianco o nero, ma sempre con sfumature intermedie).

1) L’ATTUALE CONTESTO dalla cultura post moderna è caratterizzato dalla polverizzazione dell’orizzonte metafisico (valeva fino a Kant). Oggi prevale l’individualismo e c’è il pericolo della assolutizzazione dei punti di vista parziali. È facile sentire frasi come: davanti alla mia coscienza non ho nulla da rimproverarmi; non devo fare i conti con nessuno; la mia libertà finisce dove comincia la tua. Si capisce come la coscienza morale non sia più spazio di ricerca della verità, ma l’affermazione di una libertà individuale, senza relazione con l’altro. Diventa difficile la comunicazione. La tolleranza può diventare un equivoco: in realtà è spesso indifferenza all’altro. C’è una crisi evidente nella ricerca della verità, sostituita invece dalla ricerca del consenso. Una branca delle neuroscienze, di stampo riduzionista, afferma che tutto va ridotto alla biologia; l’uomo non è altro che la risultante di cellule e neuroni, e parlare di coscienza è soltanto un inganno.

2) PER DEFINIRE COS’È LA COSCIENZA si può ricordare i cani pastori abruzzesi (bianchi col pelo lungo): stanno accovacciati e sembra che dormano. Ma se intravedono qualcuno che possa costituire un pericolo per il gregge, aggrediscono e sono disposti a tutto. La coscienza è come il pastore abruzzese, interviene quando c’è qualcosa che ci tocca nel profondo. Non è mai esercizio al tavolino, ma sempre risposta a una istanza esterna. Basterebbe questa osservazione per andare oltre al concetto individualista di persona che prevale oggi. Un secondo aspetto della coscienza può ancora essere indicato con un’immagine rurale: la vigna che “piange” quando è potata. Ogni decisione di coscienza è sempre un taglio. Decidere è anche recidere, e comporta spesso un sacrificio che può forgiare la nostra identità, così come la forma contorta di certe viti potate per anni. Una terza caratteristica è che ogni decisione di coscienza riguarda un valore e coinvolge la persona che decide. Decidere è decidersi: come costruire la propria identità morale, buona o cattiva.

Gli altri.  A un’ultima caratteristica di solito si pensa poco: il decidere è sempre anche decidere per gli altri. Se ogni decisione mi cambia, cambia anche gli altri. Basta ricordare l’episodio biblico di Bersabea per capire quante persone ha coinvolto la decisione del re Davide, moralmente riprovevole, di conquistarla sbarazzandosi del marito. Il filosofo Maurice Blondel diceva che è una strana illusione pensare che si possa farsi del male senza farne a nessun altro. Se si opera male si nuoce agli altri, mentre, viceversa, facendo bene le cose si compie un servizio pubblico. Infine, in ciò che facciamo c’è sempre ciò che facciamo fare. Per inciso, tutto ciò è significativo contro la pretesa di poter distinguere vita pubblica e vita privata.

3) PERICOLI DELLA DECISIONE DI COSCIENZA. Un primo pericolo può essere chiamato quello della coscienza vuota, nel senso che il giudizio relativo alla decisione da prendere, non proviene dallo sforzo di conoscere e discernere la verità della situazione che si deve giudicare: la persona non si informa, ma rimane prigioniera del pregiudizio soggettivo di non aver bisogno di niente o di nessuno per poter determinare il giudizio. È il caso, assai frequente, del relativismo etico. Ancor più preoccupante, specie nella chiesa, è la coscienza delegante: che si affida cioè acriticamente a decisioni esterne. Alla radice c’è la domanda medievale di Occam: dobbiamo fare il bene perché lo dice Dio o Dio dice di fare certe cose perché sono buone? La prima risposta è un esempio di coscienza delegante, anche se si tratta di Dio; tanto peggio se si trattasse di delegare a uomini. All’origine della delega c’è l’ansia della sicurezza: affidandosi ad altri si ritiene più facile non sbagliare che non mettendosi alla ricerca della verità. In realtà esiste una solitudine fondamentale della coscienza, secondo la quale, dopo che la persona si è informata, la decisione deve essere presa in solitudine dalla propria coscienza: una decisione insostituibile, come l’amore o la morte.

Mediazione della coscienza.  Tra le decisioni di coscienza c’è la fede: non può essere delegata né imposta, ma deve essere presa nell’assoluta libertà di coscienza. Altrimenti si rischia il fondamentalismo, quando la fede è accolta senza la mediazione della coscienza: qualcosa di inumano. Si avrebbe una fede “gnostica”, che non dà spazio alla razionalità: anche la verità di Dio deve essere sempre mediata dalla ragione per essere umana. Dopo l’adesione della coscienza alla fede c’è il discepolato: si impara gradualmente mettendosi alla scuola del maestro (Gesù per i cristiani). Ma tra i discepoli di Gesù ci sono state enormi differenze, più di quante ce ne fossero rispetto ai pagani. Il discepolato quindi non è semplice imitazione del maestro, ma l’apprendimento di principi e metodi, mediati dalla ragione e dalla propria coscienza. Anche nelle arti lo spirito del maestro non viene tradito dai discepoli ma interpretato.

4) L’ULTIMO PUNTO è più complesso: l’agire morale è sempre sporco. Non nel senso di peccaminoso, ma nel senso che la coscienza umana è condizionata dai tanti fattori della storia. Non è semplice come l’istinto animale o immediato come l’applicazione di un software. Tutto ciò è aggravato anche dal fatto che nel mondo esiste il peccato, il quale si manifesta attraverso strutture storiche obiettivamente peccaminose: una certa impostazione dell’economia che costringe all’egoismo, ad es. Si tratta quindi di tendere non al bene ideale, massimo, ma al bene migliore possibile in una determinata situazione, in alternativa al nulla. Questo viene chiamato compromesso etico, anche se il primo termine suona male alle nostre orecchie. Si possono portare due esempi presi da immagini montane: quando si sale nella neve chi fa più fatica è chi sta davanti; quando un tronco è troppo grosso viene spaccato in due gradualmente con i cunei di ferro. Un compromesso etico non è il compromesso con la propria coscienza: questo è il peccato. Etico invece è il compromesso che risponde in coscienza alla ricerca del maggior bene concretamente possibile oggi. Intanto comincio a camminare, perché chi viene dietro di me trovi la strada meno faticosa; intanto pianto il cuneo per alleggerire il peso. Questo agire del compromesso etico a lungo andare renderà superfluo l’altro compromesso. Sono i germi di bene che avremo seminato, di cui parla la Gaudium et spes.

Bibliografia: Cataldo Zuccaro, Roccia o farfalla? La coscienza morale cristiana, ed. AVE, Roma 2008.

Dello stesso Autore articoli sul n.6 2010 e n.2-3 2011 della rivista Coscienza

In montagna

di Mario Rosin s.j.

Su una roccia di montagna

s’è posata leggermente

come piuma una farfalla.

Tremano

ad ogni alito di vento

le sue ali

dai colori iridescenti.

“Resta qui con me

-le mormora la roccia-

Staremo bene insieme:

con me forte ed eterna

diventerai e tu vita

e bellezza mi donerai”.

“Non posso

-sussulta la farfalla-

troppo poche

sono le mie ore di vita

per restare.

Sono nata per volare.

Troppo fragile

è la mia bellezza

per durare.

Sono nata per passare…”.

E con un nuovo tremito di

ali si distacca

volteggia sulla roccia

accarezzandola

con la sua ombra

che danza nel sole.

Poi vola via.

E la roccia rimane

più sola, più spoglia

più triste:

monumento perenne di un bel

sogno svanito.

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