DALLA SOFFERTA ADESIONE ALLA RIFORMA ALLE TRAVAGLIATE VICENDE DELLE GUERRE DI RELIGIONE. UNA STORIA NON SCRITTA DAI VINCITORI
Dialogo difficile. Fin dall’origine era balenata nella mente di Valdo e dei suoi seguaci l’idea che la vera successione apostolica non fosse da cercare sul piano giuridico, ma su quello etico. La successione giuridica passa da Pietro e gli apostoli, via via fino alle gerarchie di quel tempo, gravemente compromesse col potere politico e pertanto palesemente corrotte. Quella etica va cercata invece, secondo i principi evangelici, in “chi fa la volontà del Padre”, comportandosi in accordo col vangelo. Se le strutture ecclesiastiche si sono allontanate dal vangelo, i veri successori degli apostoli saranno coloro che si sforzano di applicare integralmente le indicazioni di perfezione contenute nel vangelo, come i valdesi. Da qui si scivola abbastanza rapidamente ad affermare che il papato è ciò che più si oppone al cristianesimo: è l’anticristo. Queste posizioni riemergono qualche secolo dopo, nel ‘500, quando si aprirà in Europa l’età della riforma. Sul versante opposto, quello cattolico, la risposta non era quella tollerante che potrebbe esserci oggi. Essendo la fede alla base della società, anche civile, non si accettava alcun dissenso. Si pensava a qualcosa di simile alle mele marce o, meglio, alla cancrena: qualcosa di molto pericoloso che doveva essere estirpato totalmente al più presto, per evitare che il contagio infettasse l’intero organismo. Per questo era stata istituita l’inquisizione, con i suoi esiti spesso fatali, sul rogo: per indicare platealmente l’esigenza di far scomparire ogni traccia di ciò che potrebbe ulteriormente infettare.
Cuius regio, eius et religio. Un altro principio che oggi appare incredibile è che ogni monarca poteva imporre la propria religione a tutti i suoi sudditi: chi non abbracciava quella fede doveva andarsene. Quando le confessioni religiose, con la riforma protestante, cominciarono a moltiplicarsi, questo principio divenne fonte di frequenti migrazioni. L’alternativa, seguita spesso anche dai valdesi, era il “nicodemismo”: seguivano esteriormente le pratiche religiose dei cattolici ma senza convinzione, coltivando di nascosto la propria fede valdese. Ciò avveniva grazie all’opera dei “barba”. Nel linguaggio dialettale questo termine indica spesso lo zio non sposato: una figura familiare, non autoritaria e lontana, come sovente appariva quella di un ecclesiastico. I “barba” venivano quasi sempre dalla vita rurale ed erano pertanto privi di istruzione; imparavano a memoria passi evangelici, specie durante l’inverno, per poi, nella stagione buona, recarsi presso contadini e alpigiani a portare la buona novella. Andavano, evangelicamente, a due a due: il più anziano svelava all’altro i segreti del “mestiere”. Venivano mantenuti dalla stessa popolazione rurale, perché poveri. Oltre ad essere poveri non si sposavano ed erano anche sottomessi ai loro capi: in sostanza, se non formalmente, facevano qualcosa di simile ai classici voti monastici di povertà, castità ed obbedienza.
Dispersione e identità. Rispetto ai primi valdesi del tardo 1100, quelli dei secoli successivi, costretti a nascondere la propria fede e a disperdersi in tutta Europa, compresa l’Italia, mantennero gli elementi originari di predicazione e povertà, ma solo per i barba, i quali peraltro predicavano di nascosto nelle case, non più in pubblico. Inoltre all’originaria uguaglianza si erano sovrapposte forme di gerarchia tra i barba, come appena visto. Le decisioni principali tuttavia venivano prese in assemblee generali dette sinodi, riuniti almeno una volta all’anno. Tutto ciò, unito alle persecuzioni ripetutamente subite, aveva rafforzato il senso di identità valdese e la convinzione di appartenere a un’entità religiosa propria, originale, diversa sia dalla chiesa romana che dagli altri movimenti di dissenso. Il senso identitario si è potuto particolarmente sviluppare per coloro che sono confluiti in luoghi relativamente chiusi come alcune valli tra la Francia e l’attuale Piemonte. Tuttavia non si consideravano ancora una vera e propria chiesa alternativa a quella romana.
Sofferta adesione alla riforma. Quando nell’Europa centrale si diffuse la riforma di Lutero, Calvino e altri, i valdesi intuirono che era forse la volta buona per rinnovare la chiesa, aderendo alla Riforma. Non mancavano però le remore, legate ad es. alla propria identità e tradizione, che risaliva al periodo medievale, o alla loro vocazione minoritaria, che non aveva riscontro nelle nuove chiese riformate. Sul piano teologico poi molti riformatori – spesso ex chierici cattolici – tendevano a sottovalutare le opere, che invece caratterizzavano la vita di sacrificio di molti barba. In ogni caso le remore vennero superate, i valdesi divennero una confessione riformata, si costruirono i primi templi e i barba si chiamarono pastori, come per gli altri riformati.
Le valli valdesi. Specialmente dopo il ‘500 molti valdesi si rifugiarono in tre valli al confine tra Italia e Francia: Pellice, Germanasca e Chisone (alle spalle di Pinerolo). Al fattore religioso si aggiunse quello geografico, trattandosi di valli strette e di non facile accesso, con scarse risorse, specie per l’inverno. Tuttavia il ricordo della “terra promessa” agli ebrei veniva spesso evocato: le tre valli (oggi dette valdesi) venivano intese come la terra promessa da Dio al popolo di Valdo – sempre minoritario, se non marginale. In realtà l’aspra conformazione di quelle valli permise ai valdesi di resistere agli attacchi ripetuti di eserciti mandati per sloggiare un territorio dichiarato cattolico dal sovrano di turno. I valdesi erano sostenuti da altre immagini bibliche, come quella del piccolo Davide che, con l’aiuto di Dio, vince sul gigante Golia. Per difendersi abbandonarono talvolta anche la tradizionale non-violenza del loro movimento. La situazione divenne drammatica anche dopo le guerre di religione che sconvolsero l’Europa soprattutto da metà ‘500 a metà ‘600: guerre sanguinosa fra cristiani di diverse correnti! Tra i momenti più tragici si può ricordare il 1686, quando l’armata francese e del ducato di Savoia vinsero la resistenza valdese facendo oltre 2000 morti, 8000 prigionieri, nonché la fuga in pieno inverno attraverso le montagne (per evitare gli eserciti nei fondovalle) fino a Ginevra di altre 2500 persone. Tre anni dopo si ebbe il rientro (poi chiamato il glorioso rimpatrio), altrettanto travagliato, reso possibile dalle mutate situazioni politiche e dagli aiuti di altri paesi riformati. Alla fine si comprese che non era possibile estirpare i valdesi dalle loro valli, vi furono lasciati ma col divieto di uscirne: una specie di ghetto. Un ghetto che non cesserà se non dopo il 1848, con la promulgazione dello Statuto albertino. Con questo veniva finalmente introdotto il principio liberale che la religione è una scelta personale, libera, non un’imposizione del sovrano. Così anche i valdesi italiani poterono gradualmente scendere dalle valli e mischiarsi agli altri, pur restando fedeli alla loro vocazione libertaria di minoranza non legata al potere.
La libertà religiosa, da loro vigorosamente sostenuta, sarà pienamente recepita dalla chiesa cattolica soltanto col Concilio vaticano II. Con la dichiarazione Dignitatis humanae è stato riconosciuto non solo il principio di tolleranza religiosa (si tollera un male), ma quello di libertà religiosa: il riconoscimento cioè che è da considerarsi un bene che ciascuno possa liberamente effettuare la propria scelta religiosa, eventualmente anche una scelta atea, perché quella è l’esito della sua ricerca di Dio. È una triste constatazione che il principio di libertà, che risale alla originaria novità portata da Cristo, sia stato dimenticato dalla chiesa romana per lunghi secoli e se lo sia ritrovato al di fuori di sé stessa, portato magari da spiriti liberali e anticlericali. I valdesi hanno avuto il merito di custodire questo valore originariamente cristiano, solo di recente riscoperto dalla chiesa romana, grazie all’apertura ecumenica. Sta qui il grande valore profetico del movimento valdese, reso ancor più prezioso dalle loro sofferenze, per ogni chiesa che voglia dirsi ed essere cristiana.
*tratto dalle lezioni del prof. mons. Saverio Xeres al corso di teologia per laici di Lecco 2011-2012
