Brianzecum

dicembre 26, 2010

NATALE DI PRECARIETÀ

di don Giorgio De Capitani – omelia di Natale 2010

Essenzialità.  Immaginiamo di rileggere mentalmente per qualche istante la pagina evangelica che narra la nascita di Gesù, e di ricostruirne la scena. Qui, nella nostra bella chiesa. Come se ognuno di noi fosse solo. Prima cosa da fare: ridurre il più possibile particolari inutili, ereditati dalla fantasia sempre creativa e sorprendente di una devozione popolare che quasi si diverte, certo anche con un certo buon gusto, ma non sempre, nel rivivere a modo suo i grandi Eventi religiosi. Liberiamoci, dunque, del superfluo, e teniamoci solo l’essenziale, se è possibile quell’essenziale addirittura antecedente allo stesso racconto evangelico, che rivela già una qualche manipolazione, diciamo meglio: qualche tocco fantasioso di troppo, della prima comunità cristiana.

Povertà.  Non sappiamo dove e quando Cristo sarebbe nato. Forse non è importante neppure saperlo. E già il fatto che non lo sappiamo può avere un vantaggio: lasciarci liberi di immaginare. Ma è il messaggio di Gesù che ci è stato tramandato ad aiutarci nel ricostruire la scena in modo del tutto coerente. Se Cristo ha predicato la povertà, come poteva nascere in una casa borghese? Tutto deve quadrare fin dall’inizio. Torniamo al mio invito. La chiesa, questa nostra bella chiesa, diventi per qualche istante un rifugio: ognuno se lo immagini a modo suo, pensando alla più nuda precarietà. Non è una casa. E tanto meno una cattedrale. È solo un luogo di riparo. Dunque, provvisorio. Un luogo forse nemmeno decente, ma efficiente all’emergenza, questo sì. Altrimenti che luogo di riparo sarebbe?

Programmazione. Ci si ripara quando non si ha nulla che all’occorrenza possa difenderci. Noi solitamente programmiamo tutto: mettiamo in conto ogni possibile inconveniente, e di conseguenza i relativi rimedi o precauzioni. Ma non possiamo prevedere ogni cosa. In realtà, tutto è emergenza, anche uscire di casa a fare la spesa, o andare al lavoro, o a scuola. Certo, ci sembra inconcepibile che il Figlio di Dio non abbia programmato almeno il luogo della sua nascita. La storia del censimento non convince molto. Non penso che le altre famiglie siano andate a farsi censire all’avventura, come invece hanno fatto Maria e Giuseppe, e non dimentichiamo che Maria era in stato di gravidanza avanzato.

Senso del limite.  Se riusciste veramente a immaginare questa chiesa come un rifugio, solo come un riparo, dovreste sentire quasi pesare un grande senso di precarietà e potreste quindi avere una qualche idea di che cosa possa significare la nascita di Gesù in quella grotta. Il Figlio di Dio ha provato per prima cosa la precarietà: il senso del limite dell’essere umano. Possiamo allora dire che si è veramente incarnato. Possiamo garantirci la vita, presente e futura, fin che vogliamo, ma tutti quanti siamo in balìa dell’insicurezza. La precarietà – inutile nasconderlo – è lo stato del nostro essere. Siamo per natura dei precari. Non siamo precari per colpa di questo o di quello, non siamo precari solo perché l’economia non funziona: siamo precari perché siamo esseri umani.

Il potere pretende di garantirci il futuro. Già i primi cristiani hanno creduto di risolvere il precariato con la chiamata dei pastori che vanno a portare i doni, e successivamente la devozione popolare facendo arrivare alla grotta qualsiasi categoria sociale, poveri e ricchi, ognuno offrendo qualcosa di suo. Ma Gesù non aveva bisogno di cose. La sua prima lezione è stata proprio questa: far capire chi siamo, il nostro stato perenne di precariato. E il precariato del nostro essere non va confuso con il precariato di una società che fa di tutto per tenerci soggetti ad un potere che pretende di garantirci il nostro futuro. Cristo non è venuto per togliere i nostri limiti, casomai per dare al nostro essere un maggiore respiro di Infinito.

Sete di infinito.  Qui sta la contraddizione dell’essere umano, che è precario e che nello stesso tempo ha sete di Infinito. Come risolvere tale contraddizione? Finché non ci poniamo il problema che qui sta anche la nostra grandezza, saremo sempre chiusi nel circolo vizioso di un precariato che vorrebbe cercare una via d’uscita, ma restando sempre prigioniero di una cosa che rincorre l’altra, quasi a garantirci un futuro che è già precario come desiderio e come sogno. La cosa assurda sta qui: perfino i nostri desideri e i nostri sogni sono già precari. Resistiamo ancora per qualche secondo: non apriamo gli occhi, continuiamo a immaginare, in questa bella chiesa che si è trasformata in un rifugio di assoluta precarietà. Non sentiamo la presenza del Figlio di Dio, che si è incarnato in una grotta, luogo di rifugio, di precariato, proprio per dare al nostro essere quell’apertura al divino che si avvale dei nostri limiti, della nostra solitudine, per metterci in sintonia con l’Infinito?

Solidarietà. Ma non vorrei limitarmi ad un discorso intimistico. È vero: siamo soli, con l’immaginazione. Ma in realtà l’immaginazione ci porta anche fuori di chiesa, come per un incanto. Se il precariato ci fa sentire male come singoli o come famiglia, l’Infinito di cui il nostro essere ha bisogno, in forza anche del suo precariato, ci unisce tutti quanti. Mai come quando entriamo dentro di noi, mai come quando diamo spazio all’Infinito, ci sentiamo anche solidali. Ci sentiamo parte dell’Umanità. Cristo si è incarnato in una grotta, diciamo così, per assumere, proprio qui, nel luogo simbolo del precariato, l’intera Umanità. Ora l’Infinito respira meglio. Non per questo sparirà il precariato del nostro essere. Non per questo l’Umanità sarà libera da ogni schiavitù. Non per questo spariranno le ingiustizie, le guerre, le violenze. La storia, purtroppo, insegna che da quell’inizio di un’altra Storia, da quando Cristo si è incarnato, la sofferenza non è scomparsa dalla faccia della terra. Ma dobbiamo anche chiederci il perché. Siamo qui anche per questo.

Realismo e impegno.  Forse conviene ora aprire gli occhi, guardarci in faccia. Siamo in tanti. Solo una piccolissima cellula dell’Umanità. Ma sappiamo che l’Umanità è in ogni piccola cellula. Siamo precari, ed è per questo che abbiamo bisogno di Infinito. Di un Infinito che si rivela nella parte migliore di questa Umanità. Cristo si è incarnato per ridare all’Umanità il suo volto migliore. Questo è anche il nostro Natale. Un sano realismo di ciò che siamo, fragili e precari, ed un impegno perché la salvezza che risiede nell’Umanità risvegli le sue migliori energie.

Fonte: http://www.dongiorgio.it/scelta.php?id=1400&nome=omelie


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