Egli deve crescere e io invece diminuire (Gv 3,30). L’annunciante si ritira per far crescere l’annunciato, lasciandogli compiere la sua azione salvifica e trasformatrice. Questa posizione di un noto esponente religioso di quel tempo, Giovanni Battista, nei confronti di Gesù, potrebbe essere il giusto atteggiamento delle chiese di oggi in campo ecumenico: ridurre l’attenzione alle proprie peculiarità, identità, convinzioni, per lasciar crescere la figura di Cristo e l’essenza di ciò che chiede alla sua unica chiesa, l’amore.
Il cardinal Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, non nascondeva un certo ottimismo, nonostante le difficoltà che hanno frenato il processo ecumenico specie nell’ultimo periodo. Ottimismo che emerge già dal titolo (Un nuovo secolo, un nuovo ecumenismo) della sua riflessione in occasione del 40° del Gruppo misto di lavoro con le altre chiese,[1] iniziato prima ancora della conclusione del concilio Vaticano II. La fase attuale di difficoltà è vista come transitoria, nella speranza che, con l’aiuto di Dio, il nuovo sarà un secolo ecumenico. Dopo una disamina storica, la sua riflessione si snoda su 5 punti: chiarire i fondamenti teologici; il progetto di Fede e costituzione; conversione e riforma delle Chiese; ecumenismo spirituale; ecumenismo pratico. Non è corretto, dice il presule, ritenere che nell’ecumenismo la dottrina divide mentre la pratica unisce: specie quando vi siano implicazioni politiche, anche la pratica può dividere. È quindi importante chiarire i fondamenti teologici da cui si parte e le prospettive verso cui orientarsi: la pietra angolare è Gesù Cristo; il dialogo deve portare verso la sua pienezza. Unità non vuol dire uniformità, ma dobbiamo arricchirci dalla diversità. Non si devono imporre pesi al di là di ciò che è indispensabile (At 15,28). Le chiese devono essere pronte alla conversione, a riformarsi, a purificare la memoria, a evitare la competizione, il carrierismo, la diffidenza, la gelosia. Con ecumenismo spirituale non si intende vaga spiritualità sentimentale e soggettiva, ma “lo Spirito di Gesù Cristo, che confessa «Gesù è il Signore» (1 Cor 12,3). Indica quindi l’insegnamento della Scrittura, della Tradizione vivente della Chiesa e dei risultati dei dialoghi ecumenici. (..) Ma il primo posto spetta alla preghiera”. Infine, quanto all’ecumenismo pratico, il card. Kasper parte dall’affermazione che l’unità della chiesa non è un fine in sé, ma strumento, segno, anticipazione dell’unità dell’umanità. In effetti, fin dal suo inizio, il movimento ecumenico è strettamente legato al movimento missionario, in quanto le nostre divisioni danneggiano la causa dell’annuncio del vangelo ad ogni creatura, cioè dell’universalismo evangelico. Questo compito è ben lungi dall’essere compiuto e nel nuovo secolo dovrebbe avere un nuovo inizio. Ne sono implicate visioni antropologiche e questioni di ermeneutica biblica profondamente divergenti. Ma è importante lavorare in questa direzione perché è in gioco il contributo ecumenico a un nuovo umanesimo nel XXI secolo.
Una prospettiva antropocentrica, più che ecclesiocentrica, sembra soggiacere a questa visione del card. Kasper, prospettiva che può essere ricondotta alla “svolta conciliare” del Vaticano II. Nel discorso di chiusura della IV sessione, Paolo VI affermava: “Forse mai come in questa occasione la Chiesa ha sentito la necessità di conoscere, di avvicinarsi, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società che la circonda e di seguirla; per dir così, di raggiungerla nel suo rapido e continuo cambiamento. Questo atteggiamento, determinato dalle distanze e dalle rotture successe negli ultimi secoli, nel secolo passato e in questo, particolarmente tra la Chiesa e la civiltà profana – atteggiamento ispirato sempre dall’essenziale missione salvatrice della Chiesa – ha operato intensamente nel Concilio, fino al punto di far sorgere in alcuni il sospetto che un tollerante ed eccessivo relativismo rispetto al mondo esterno, alla storia che scorre, alla moda attuale, alle necessità contingenti, al pensiero diverso abbia dominato persone e atti del sinodo ecumenico a costo della fedeltà alla tradizione e con danno per l’orientamento religioso dello stesso Concilio. Noi non crediamo che questo equivoco si debba imputare né alle sue vere e profonde intenzioni né alle sue autentiche manifestazioni. (..) Vogliamo notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità, e nessuno potrà tacciarlo di irreligioso e infedele al Vangelo per questo principale orientamento, quando ricordiamo che lo stesso Cristo è colui che ci insegna che l’amore per i fratelli è il distintivo dei suoi discepoli (Gv 13,35).”
Il grande balzo dell’ecumenismo nel XXI secolo potrebbe attingere l’energia da questa prospettiva conciliare di “apertura al mondo”, dell’amore per tutti gli uomini, specie per quelli più deboli, più penalizzati dai processi di globalizzazione in atto: in loro anzitutto dobbiamo vedere il volto di Dio e applicare il precetto dell’amore. Di fronte ai grandi problemi dell’umanità – pace, giustizia, salvaguardia del creato – i problemi particolari delle diverse chiese devono decisamente passare in secondo piano.
[1] Reperibile sul n. 1 2006 de Il Regno, oppure sul sito: http://www.vatican.va