Brianzecum

luglio 27, 2009

DUE COMPONENTI PER COMPRENDERE LA CRISI

CONSEGUENZA DELL’AVER DIMENTICATO VALORE D’USO E INTERESSI DEI CONSUMATORI

Ogni giovane che si appresta a svolgere un’attività professionale può impegnarsi a fondo per acquisire capacità lavorative, oppure impegnarsi meno su queste e più sugli appoggi, le raccomandazioni, la furbizia o anche l’attitudine a saper valorizzare le proprie qualità, in parole semplici a “sapersi vendere”. Due esempi estremi potrebbero essere da un lato il modello del puro inventore o del puro artista, dotati di grandi capacità creative, ma incapaci di valorizzarsi e di vendere adeguatamente il prodotto del loro ingegno. A un altro estremo si potrebbe mettere la prostituta di lusso (quella da 2000 euro a notte), che non ha bisogno di acquisire particolari capacità professionali se non quella di sapersi vendere. È chiaro che le due componenti, delle capacità professionale e della loro valorizzazione artificiale, devono essere presenti in ciascuno di noi, così come è ovvio che ciascuno possa essere per natura orientato più sull’una che sull’altra.

In campo imprenditoriale,  questa distinzione può essere altrettanto chiara e importante. Chi guida un’azienda può puntare sulla validità oggettiva della produzione – per la perfezione tecnica o per saper soddisfare bisogni umani meritevoli di attenzione – oppure puntare a far soldi anche da produzioni di scarsa validità, fino alla creazione artificiale di bisogni superflui per soddisfarli con ciò che si vende. Questo è oggi possibile – e molto perseguito – grazie all’uso dei media, l’impiego di tecniche pubblicitarie, psicologiche, di marketing, sempre più efficaci e persuasive. Come il giovane studente, l’imprenditore può scegliere la via virtuosa della validità oggettiva di ciò che produce, oppure quella, meno virtuosa, di saper vendere comunque, prescindendo dalla validità oggettiva. Sconfinando talvolta con la truffa.

Oggi la distinzione è quasi del tutto assente.  Il motivo è che le riflessioni sull’economia sono dominate dalla teoria neoclassica, la quale si limita a rilevare gli scambi in base all’utilità soggettiva: se quanto offerto sul mercato viene acquistato dai consumatori, vuol dire che soddisfa i loro bisogni ed è quindi sempre utile. Secondo questa teoria non serve indagare se ciò che si vende ha validità tecnica o sociale o se invece risponde soltanto allo scopo di far soldi: tutto viene messo in un unico calderone, quello del famigerato PIL. Questo, per inciso, si incrementa (in termini monetari) se lo scoppio di una centrale distrugge 50 Km di coste (per la spesa del disinquinamento) o se la speculazione fa alzare i prezzi, ma si riduce quando i prezzi si abbassano grazie a innovazioni organizzative o tecnologiche. È curioso notare che invece la distinzione, almeno in nuce, era già presente agli economisti classici, a cavallo tra ‘700 e ‘800, che concentravano la propria attenzione sulla produzione, anziché sullo scambio. Affermarono ad es. che esiste un valore tendenziale o naturale di ogni prodotto, individuabile nella quantità di lavoro necessario per produrlo. Operarono la distinzione tra valore di scambio (quello che si stabilisce nel mercato) e valore d’uso (l’utilità effettiva del consumatore)[1]. La teoria neoclassica, centrata sull’utilità soggettività, ha trascurato le valutazioni oggettive. E dietro all’abbandono pressoché totale delle intuizioni dei classici, per affermare invece la validità assoluta del “mercato”, non è malizioso vedere l’interesse del mondo economico di non volere messe in discussione le proprie scelte produttive.

In definitiva, è quasi banale scorgere nei fatti che hanno portato all’attuale crisi mondiale quasi soltanto la seconda componente, quella viziosa. Le “bolle” speculative, prima quella immobiliare in America, poi quella finanziaria ed economica a livello mondiale, cosa sono state se non il tentativo di far soldi senza impegno lavorativo? Fino a vendere “merci” incredibili, come titoli basati sui crediti subprime, difficilmente esigibili, o artifici finanziari sofisticati che sono in sostanza varianti della vecchia catena di s. Antonio. Forse basterebbe ricuperare la profetica intuizione dei padri costituenti, quando definirono che la repubblica è basata sul lavoro – da intendersi come impegno non staccato dall’interesse generale – non su bolle speculative, rendite, indebitamento, catene di s. Antonio, pubblicità o altro ancora. Tutto ciò che i sostenitori dell’attuale capitalismo liberista si ostinano a non considerare “aberrazioni del mercato”.


[1] Ecco ad es. come esemplificava la differenza A. Smith in La Ricchezza delle Nazioni – Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, p. 82 : «Nulla è più utile dell’acqua, ma difficilmente con essa si comprerà qualcosa, difficilmente se ne può avere qualcosa in cambio. Un diamante, al contrario, ha difficilmente qualche valore d’uso, ma in cambio di esso si può ottenere una grandissima quantità di altri beni.»

Per riflettere:

-la distinzione tra capacità intrinseche e quella di sapersi vendere;

-vale anche in campo imprenditoriale;

-una via è virtuosa, l’altra meno;

-la distinzione oggi è quasi scomparsa;

-perché si è imposta in economia la teoria soggettiva o neoclassica;

-il PIL si incrementa anche con eventi dannosi;

-distinzione degli economisti classici tra valore d’uso e valore di scambio;

-aberrazioni del mercato;

-la crisi è dovuta essenzialmente alla componente non virtuosa;

-intuizione profetica dei padri costituenti che definirono: Repubblica fondata sul lavoro;

-in realtà oggi contano solo gli interessi dei produttori e non quelli dei consumatori, sia nella pratica che nella teoria economica prevalente.


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