CRITICA TESTUALE E AUTENTICITÀ DEL MESSAGGIO
Si deve premettere che lunghi secoli di trascrizioni manuali e traduzioni nelle diverse lingue della storia, hanno costituito altrettante possibilità di modificare il testo originario degli antichi manoscritti, sia per errori materiali, sia per il desiderio – talvolta encomiabile – di renderli meglio fruibili dai lettori. È per questo che oggi disponiamo di diverse versioni anche dei testi sacri. La critica testuale è la disciplina preposta ad individuare le versioni più vicine all’originale. Una seconda premessa è che ai tempi in cui sono state redatte le Scritture, la distinzione tra politica e religione non era così chiara come lo è oggi per noi: la religione era forse più un fattore d’identità e di tradizione, che non una scelta libera e responsabile. L’annuncio evangelico ha sostanzialmente interrotto la prima concezione di religione, per introdurre – non certo senza difficoltà e contraddizioni – la seconda, quella che oggi spesso chiamiamo fede anziché religione (v. scheda). Con ciò si può spiegare il travaglio da cui è nata quella che può essere considerata la madre di tutte le divisioni: la frattura avvenuta nel primo secolo tra ebrei e cristiani. Tracce di questa frattura possono essere trovate anche nel concilio di Gerusalemme (At 15). Alla base di questa secolare contrapposizione, culminata nell’immane tragedia della Shoah, vi sono anche scorrettezze nelle interpretazioni di alcuni passi biblici, cioè aspetti meramente conoscitivi.
Un solo popolo? Tra i brani incriminati se ne può ricordare uno tratto dalla lettera di Paolo agli Efesini (2,11-18). In particolare fino a pochi anni addietro la traduzione della Cei recitava, riferendosi a Cristo: Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due (ebrei e pagani) un popolo solo (2,14). Il testo originario parla di una cosa, non di un popolo. Il risultato è evidente: questo popolo, nell’intenzione dei precedenti traduttori, era il popolo cristiano, il fondamento del regime di cristianità. Regime, si ricorda, che prevedeva l’imposizione a tutti della stessa religione, la difesa della stessa anche con la spada, l’unione fra trono e altare… L’accento di questo passo invece è da porre sui termini, ripetuti quasi ossessivamente, di pace (per i lontani e i vicini), riconciliazione, abbattimento dei muri di separazione e di inimicizia. Un invito alla tolleranza e alla comprensione di chi la pensa diversamente da noi.
Universalismo della pace. Nella Bibbia la pace è annunciata a tutti, non solo ai credenti, né, tanto meno, ai soli cristiani. Ecco, tra le tante, alcune citazioni: annuncerà la pace alle genti (Zc 9,10); pace ai lontani e ai vicini (Is 57,19); pace in terra agli uomini oggetto della benevolenza divina (Lc 2,14). Così l’impegno per la pace ha un fondamento anche teologico per i credenti, ma è rivolto a tutti: è un impegno politico. Anche Dossetti, che ha interpretato il precedente brano degli Efesini ai fini di un discorso di laicità della politica, ritiene che la pace non vada intesa in senso spiritualistico, ma come composizione reale dei conflitti umani. Il passo in cui Gesù afferma di non essere venuto a portare la pace ma la divisione[1], si riferisce invece all’inevitabile divisione tra chi aderisce alla fede e chi non vi aderisce, tra radicalità evangelica e conformismo mondano. Un altro esempio di traduzione scorretta (se pure, anche qui, con le migliori intenzioni) è contenuto nel terzo brano appena sopra citato. Fino a pochi anni fa veniva tradotto: pace in terra agli uomini di buona volontà. Poiché tra chi non aderisce alla fede cristiana vi è una quota di persone di retta intenzione, la chiesa si è sentita in dovere di rivolgersi anche ad esse, a cominciare con Giovanni 23° nella Pacem in terris e Paolo 6° nella Populorum progressio. Ma perché escludere gli uomini di non buona volontà? Non può essere esercitato un magistero anche su di loro? Nella traduzione corretta: gli uomini oggetto della benevolenza divina sono compresi evidentemente tutti gli uomini, senza discriminazione alcuna.
In definitiva, i passi biblici e le idee sopra richiamate sulla pace e la tolleranza, non erano evidentemente presenti né agli ebrei né ai primi cristiani, quando sancirono la loro reciproca ostilità, fino ad arrivare dopo qualche secolo all’accusa di deicidio e alla persecuzione degli ebrei da parte della cristianità. La critica testuale oggi ha consentito di eliminare la validità delle interpretazioni particolaristiche, come quelle che hanno consentito di fondare il regime di cristianità. Errate interpretazioni e mancanza di conoscenze, come la distinzione tra fede e religione, possono spiegare alcune motivazioni delle divisioni tra i credenti, a cominciare da quella tra ebrei e cristiani – che pure credono nello stesso Dio. Tutte le cause di queste divisioni – teoriche, pratiche, psicologiche… – dovrebbero essere a fondo studiate al fine di non più ripetere gli errori. Le Scritture in effetti, come confermano gli studi sui testi, non vogliono le divisioni e le guerre, ma la riconciliazione e la pace. Forse ha ragione chi ritiene – come Bruno Hussar, il fondatore in Israele del Villaggio della pace Nevé Shalom – la necessità, per la comunità cristiana, di recuperare definitivamente le proprie radici ebraiche, ripristinando la situazione precedente alla grave frattura con la sinagoga. Tutte le rotture successive tra i cristiani, nel corso dei secoli, non sarebbero infatti che pallidi riflessi di quella prima, originaria frattura tra ebrei e cristiani. Un prossimo concilio, conclude Hussar, dovrebbe essere, di fatto, un secondo Concilio di Gerusalemme, chiamato a sancire la riconciliazione definitiva con i “fratelli maggiori” ebrei.
* Scheda tratta in prevalenza dagli interventi del prof. Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2007 sulla pace, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.
[1] Mt 10,34-36; Lc 12,51-53
Per riflettere:
-errori di trascrizione e traduzione degli antichi manoscritti;
-fede non coincide con religione;
-rottura tra ebrei e cristiani, madre di tutte le divisioni;
-errore di traduzione di Efesini 2 per legittimare il regime di cristianità;
-pace come finalità teologica e anche politica;
-recuperare le radici ebraiche del cristianesimo;
-è necessario un secondo Concilio di Gerusalemme.
