LA SCOPERTA CHE NEL PALEOLITICO NON C’ERA VIOLENZA POTREBBE APRIRE NUOVE PROSPETTIVE FINORA TRASCURATE PER PIGRIZIA O IGNORANZA
spunti da un incontro col prof. Piero Giorgi*
Due anime. Il ladro trova l’occasione o l’occasione crea il ladro? Questo curioso quesito ne nasconde un altro, più profondo, riguardante la natura dell’uomo e la sua malleabilità: nel primo caso il ladro è tale per natura, irrimediabilmente ladro; nel secondo invece si ritiene che le condizioni esterne possano influire sul comportamento personale. La prima è da considerare una risposta conservatrice, che lascia le cose come stanno; la seconda progressista, che spinge ad agire per modificare le strutture sociali. Qualcosa di simile avviene per la violenza. Quando parliamo di violenza tra gli uomini di solito pensiamo a qualcosa di doloroso, anche tragico, ma inevitabile: l’essere umano è violento per natura, è sempre stato così e lo sarà anche in futuro. Possiamo fare qualcosa per cercare di contenere la violenza, attenuarne gli effetti, ma non più di tanto, perché essa è connaturata nell’uomo. In effetti se si studiano solamente i reperti storici (visione storicamente miope) si trovano sempre violenze, guerre, ecc. Da queste considerazioni prende le mosse l’anima maggioritaria negli studi sulla pace, anima che possiamo definire conservatrice. Una seconda anima allarga lo sguardo all’intera storia evolutiva di Homo sapiens, che è ben superiore al periodo della storia umana conosciuta (sull’ordine di 150 mila anni rispetto a 5 mila). È attendibile che i nostri progenitori del paleolitico si comportassero in modo diverso da tutte le altre specie animali, nelle quali solo eccezionalmente avvengono uccisioni tra membri di una stessa specie? O è più probabile che vivessero, comunitariamente, solidalmente e soprattutto pacificamente, come le tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori di tempi recenti? Su queste ultime sono stati fatti accurati studi antropologici che hanno fornito conoscenze indirette – ma per il momento le più attendibili – sui nostri progenitori paleolitici.
Anche le neuroscienze possono oggi garantire che l’attitudine alla violenza non è connaturata nell’uomo, ma viene acquisita con l’educazione, specie nei primi anni di vita. Molte altre funzioni (parlare, afferrare, camminare), come risulta dall’esperienza dei bambini-lupo, non sono presenti istintivamente, ma devono essere apprese dal comportamento degli altri, in particolare della madre. Le donne cosiddette “primitive” hanno con i figli piccoli un contatto stretto e prolungato per anni, che probabilmente contribuisce a dar loro tranquillità e fiducia nei confronti degli altri. Similmente la leonessa, con esercizi specifici, insegna ai propri figli a cacciare, cioè a diventare veri leoni. Anche il bambino deve essere educato a diventare vero uomo: è da ritenere che un vero uomo – il cui corpo è privo di tutte le caratteristiche dell’animale aggressivo (artigli, denti canini rilevanti, ecc.) – sia quello nonviolento, oltre che comunitario e solidale, come gli uomini del paleolitico. Lo studio dell’arte paleolitica (una disciplina molto recente, che peraltro denota raffinate qualità artistiche) non fornisce nessuna prova in sostegno dell’idea comune che i nostri antenati fossero violenti e sanguinari: su milioni di immagini analizzate e interpretate in tutti i continenti, mancano sostanzialmente quelle che potrebbero far sospettare scene di violenza, uomo contro uomo. Violenza e nonviolenza sono comportamenti sociali complessi che non possano essere definiti dalla genetica, ma vengono recepiti attraverso la cultura. È importante notare che cambiando certe strutture della cultura si può riacquistare il comportamento nonviolento definito dalla selezione naturale che ha portato a Homo sapiens.
Uno studio faticoso. È su queste ed altre considerazioni che si fonda l’anima degli studi sulla pace aperta alla possibilità di arrivare ad una società meno violenta. Se lo è stato per i lunghi millenni dei nostri progenitori, perché non potremmo tornarci anche noi, studiando i fattori e le modalità che l’hanno determinata dal neolitico e che oggi mantengono la violenza? Si tratta di uno studio che investe diverse discipline e che richiede fatica e impegno, ma che forse merita di essere condotto. Il grande iniziatore di questo orientamento è stato Gandhi, il quale, anche attingendo ad antiche tradizioni di spiritualità della sua cultura, ha liberato l’India dalla colonizzazione inglese: l’arma – rivelatasi straordinariamente efficace – è stata la nonviolenza. Vediamo dunque quando e come è nata la violenza. Dai reperti archeologici si evince che Homo sapiens è emerso nel territorio alla radice del Corno d’Africa (corrispondente grossomodo all’attuale Eritrea). Il periodo, come detto, può essere ritenuto attorno ai 150 mila anni fa (taluni pensano di più, altri di meno). Ivi i nostri progenitori sono rimasti fino a circa 60 mila anni fa. Da allora cominciarono a spostarsi, dirigendosi verso il resto del mondo, approfittando anche dei periodi glaciali, che rendevano praticabili i futuri mari polari.
La rivoluzione neolitica si è verificata, con caratteristiche incredibilmente simili riguardo alla violenza, in diversi continenti e periodi: circa 12 mila anni fa nel Medio Oriente, 7 mila in Cina, 5 mila in America centrale. Consisteva sostanzialmente nell’addomesticamento della natura, per farle produrre i cibi in un determinato territorio, senza doversi spostare per raccoglierli o cacciarli. Diverse erano le specie vegetali e animali addomesticate: grano, ovini e bovini nel Medio Oriente, riso e suini in Cina, mais e lama in America. È noto il grande progresso conseguente a questa invenzione neolitica: si è potuta operare la divisione del lavoro, quindi gli scambi commerciali, il progresso tecnico (età del rame, del bronzo, del ferro), la creazione di grossi agglomerati urbani e la stratificazione (e gerarchizzazione) sociale. Solo più tardi la proprietà privata di oggetti di valore e della terra aumentò la stratificazione sociale e introdusse la violenza strutturale, cioè quella che impedisce la crescita di qualcuno (bambine, schiavi..). Dai reperti archeologici appare sistematicamente la violenza fisica (uomo che opprime, ferisce o uccide un altro uomo) soltanto nel tardo neolitico, in relazione, specificamente, all’allargamento degli aggregati urbani, dove il controllo sociale e le relazioni di gruppo necessariamente si attenuano. La violenza è un effetto indesiderato del grande progresso neolitico, come lo considerano gli storici.
Pigrizia mentale. Ma, a dispetto della retorica degli eroici guerrieri, rinvenibile nelle tradizioni letterarie, l’uomo non sembra ancor oggi adattato alla violenza: una riprova può essere data dai veterani che tornano da lunghe guerre con salute e psiche distrutte: se la violenza fosse naturale nell’uomo dovrebbero essere baldanzosi e felici. In effetti pochi millenni sono un’inezia per un adattamento biologico: il nostro cervello è fondamentalmente ancora quello del paleolitico, adatto a una società nonviolenta. Non manca quindi di ragioni la tesi progressista che ritiene possibile perseguire una società meno violenta. L’impegno massimo deve essere sul piano educativo. Bisognerebbe in certo senso invertire l’ordine dello sforzo educativo dall’infanzia all’università: investire assai di più sui piccoli in fase di formazione che non sugli studenti, ormai in grado di autogestirsi. Bisogna poi studiare attentamente le vie con cui le menti dei nostri bambini sono condizionate all’individualismo, all’egoismo e alla violenza dal potere economico e mediatico, smascherare gli interessi sottostanti e i mille ostacoli che sanno frapporre. Soprattutto vincere la pigrizia mentale di chi trova più comodo ritenere che l’uomo è violento per natura.
*il 20 sett. 2014 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Piero Giorgi, La violenza inevitabile, una menzogna moderna, Jaca Book, Milano 2008.
