Brianzecum

agosto 25, 2013

IL DONO SUBLIME DELLA CREATIVITÀ

SUPERARE CERTI DUALISM(SACRO-PROFANO, CHIESA-MONDO, CASO-NECESSITÀ, FEDE-SCIENZA) CON L’IDEA DI EVOLUZIONE CREATIVA

 

di don Giorgio De Capitani*

C’è bisogno di ricostruzione nella politica italiana, così come nella Chiesa cattolica. Merita dunque riflettere sulla lettura del libro di Neemia (1,1-4; 2,1-8), che parla appunto di una ricostruzione. Un po’ di storia per inquadrare i fatti. Nel 587 a.C. Gerusalemme viene distrutta, il Tempio è raso al suolo e la maggior parte degli ebrei è deportata a Babilonia. È questo il secondo grande esilio, dopo quello egiziano. Come ci insegna spesso la storia, gli imperi crollano, e ne subentrano altri. E così i babilonesi lasciano il posto di comando ai persiani. E cambiano anche i rapporti con gli ebrei. Alcuni di questi riescono a entrare nelle grazie dei nuovi padroni. E questo faciliterà poi il grande ritorno in patria.

Due sono stati i protagonisti del ritorno degli ebrei esiliati in Palestina: Neemia e Esdra. Due personaggi chiave, che agiranno in campi differenti, ma complementari. Usando un linguaggio moderno: Esdra agirà da religioso, Neemia da amministratore politico. Esdra entrerà in scena dopo Neemia. Primo dovere sarà quello di ricostruire materialmente Gerusalemme, e ciò è compito della politica intesa in senso stretto. Neemia era un giudeo al servizio della corte persiana: ricopriva la funzione di coppiere, colui che versava il vino al re. Una funzione dunque importante, perché godeva della fiducia del sovrano. Un giorno Artaserse nota sul volto di Neemia molta tristezza e gli chiede il motivo. Neemia risponde che lo sta addolorando la drammatica situazione della sua terra e dei connazionali che vi sono rimasti. La gente vive in miseria e Gerusalemme senza le mura è ridotta a un cumulo di macerie, preda di ogni razziatore. Alla richiesta di Neemia di voler tornare in Giudea per ridare sicurezza e fiducia, il re acconsente, anche per i suoi interessi politici.

Identità e fedeltà. L’intento di Neemia è chiaro: ricostruire anzitutto Gerusalemme e le sue mura. Ma il suo scopo va oltre: consiste nel ridare identità al popolo ebraico. Così come aveva fatto Mosè, che aveva costruito l’identità di Israele. Da notare subito che l’identità comportava la fedeltà al Dio dell’Alleanza. Per cui anche se l’intento di Neemia, che era un laico e non un sacerdote o uno scriba, era essenzialmente di natura amministrativo-politica, tuttavia la vera legge era in ogni caso la Torah, la legge di Dio. Oggi parleremmo di teocrazia. Ma dobbiamo stare attenti: gli ebrei avevano una concezione particolare di teocrazia. Certo, la politica nel caso di Neemia ha preceduto la funzione religiosa di Esdra. Prima occorreva proteggere Gerusalemme dai nemici, poi si penserà a ricostruire il tempio. Occorreva ricompattare il popolo, nella sua identità come nazione, senza tuttavia dimenticare che la sua vera identità stava nella legge, o nella Torah.

Sacro e profano. Su questo punto dovremmo riflettere a lungo noi moderni, a cui piace distinguere marcatamente tra sacro e profano. Questa distinzione presso gli ebrei non c’era, perché avevano una concezione diversa della politica e della religione, intese nel loro significato più ampio e più genuino. Entrambe avevano presente l’uomo completo, corpo e spirito. Oggi invece abbiamo da un lato i fondamentalismi, che sono la degenerazione delle religioni, e dall‘altro casi frequenti di laicismo chiuso ad ogni trascendenza.

La scienza moderna potrebbe aiutarci a risolvere i problemi. La scienza parla di connessione, di interconnessione, di unitarietà, di legami così stretti e profondi per cui non c’è nulla che possa esistere come se fosse qualcosa a se stante. Non ci sono isole nell’universo. La parola “separazione” o “distinzione” va bandita. Nella realtà più piccola c’è il tutto, e il tutto non è la somma matematica di ogni singola realtà. Il tutto è quell’insieme per cui ogni cosa trova quel giusto posto a contatto con le altre. Siamo un mistero di unitarietà tale per cui non siamo tutti uguali, ma ogni differenza è la ricchezza, la condizione per cui ci sia l’armonia del tutto. Anche i libri di spiritualità parlano di questa nuova visione dell’universo. La scienza per secoli è stata dominata da una concezione meccanicistica, secondo la quale il mondo non sarebbe che una macchina, funzionerebbe come una macchina, composta di tanti pezzetti l’uno distinto dall’altro, con delle leggi prestabilite. Questa visione meccanicistica, di Francesco Bacone, di Cartesio e dello stesso Newton, è ormai superata dalla scienza attuale, che ha una visione diversa, completamente diversa: nell’evoluzione c’è una creatività, che non può esserci in nessuna macchina.

Figli interconnessi dello stesso Big Bang. In breve: tutte le cose provengono da una piccolissima “singolarità” (così viene chiamata), dalla quale si è sprigionata una possente esplosione di energia: il Big Bang. Tutto, ma proprio tutto, si è evoluto a partire da quella “singolarità”: la materia e lo spirito, gli atomi e le stelle, gli elementi chimici e le forme di vita, io e te. In quanto esseri umani o in quanto esseri viventi o come entità individuali apparteniamo tutti alla stessa famiglia. Siamo frutto di un processo straordinariamente creativo di materia e di spirito in via di sviluppo. Siamo una sola cosa con le stelle e con tutto il resto. Ecco perché parliamo di interconnessione o di interdipendenza. Gli stessi scienziati ci dicono che ogni evento nella lunga storia di questo immenso universo è connesso a tutti gli altri eventi. Non esistono eventi separati o isolati. Un’altra cosa fondamentale da sottolineare è questa: l’universo si dispiega e si espande mediante un processo di diversificazione senza fine. Non si tratta dunque di una moltiplicazione di fotocopie. Gli atomi, le molecole, le cellule si combinano in una stupefacente varietà di enti e di specie. Ci sono state e ci sono tuttora innumerevoli specie di piante e di animali.

Caso e necessità. Il dispiegamento dell’universo non è neppure un cieco caso. Uno scienziato afferma: “L’universo nel suo emergere non è né determinato né casuale, bensì creativo”. In parole più comprensibili: lo sviluppo dell’universo non avviene obbedendo a un piano ben preciso, già stabilito, e neppure a caso. Il Creatore non è un fabbricante umano di prodotti per il mercato. Dio è più simile a un artista. L’universo non è l’attuazione di un piano predeterminato, ma il magnifico risultato della creatività artistica. Anche per questo ciascuno di noi è unico, un’opera d’arte inimitabile. Non siamo prodotti in serie. Ho preso queste considerazioni dal libro “Cristiani si diventa” scritto da un frate domenicano sudafricano, di origine inglese, di nome Albert Nolan. Il discorso, comunque, sarebbe più lungo e complesso, ma particolarmente affascinante.

In definitiva, la vicenda biblica di Neemia e la sua scelta di accordare precedenza alla costruzione delle mura piuttosto che al tempio, ha indotto a riflettere su alcuni dualismi che vanno accentuandosi [si veda anche: Superare i dualismi del passato Stefani], a partire da quello tra religione e politica. Entrambe, essendo bisognose di ricostruzione, potrebbero avvantaggiarsi dall’idea di evoluzione creativa che sta imponendosi nel campo scientifico. In ogni caso è evidente la necessità di dare ovunque sempre più spazio alla creatività e all’innovazione. Filosofi e sociologi parlano di generatività per porre rimedio alla libertà distruttiva dell’attuale capitalismo [si veda ad es. E’ una crisi della libertà Magatti] Oggi si è persino arrivati al dialogo tra scienza e mistica. Potremmo forse superare gli steccati che hanno sempre diviso la fede dalla scienza. Siamo in un momento fortunato, provvidenziale; il mondo politico da una parte e la Chiesa dall’altra dovrebbero approfittarne.

*Dall’omelia del 18 agosto 2013. Fonte: http://www.dongiorgio.it/17/08/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-tredicesima-dopo-pentecoste/

2013-08-13 11.18.50

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