Brianzecum

febbraio 8, 2010

INTRODURRE PRINCIPI DEMOCRATICI NELL’ECONOMIA E NELL’INFORMAZIONE*

NON BASTA IL VOTO POLITICO: DEVONO ESSERE COINVOLTI TUTTI I SETTORI CHE CONTANO


Norberto Bobbio diceva che la democrazia non è una realtà che si realizza una volta per tutte: è un processo che deve andare nella direzione della sempre maggiore democratizzazione di tutti gli aspetti della società, nei vari ambiti in cui la vita civile si sviluppa; a partire anche da quelli più ristretti, da quelli che si definiscono legati ai mondi vitali. La democrazia è un processo che va estendendosi nella misura in cui tutto si democratizza, e tutto diventa espressione di partecipazione. La qualità della democrazia si misura dal grado della partecipazione. Con il termine economia civile” si mette l’accento sulla società civile, ossia sul soggetto di questo processo di democratizzazione; di quella “civilizzazione dell’economia”, come la definisce l’enciclica Caritas in veritate (n.38). Economia civile è tale nella misura in cui si assiste ad un processo di civilizzazione, dove il soggetto della società civile diventa l’inevitabile intermedio tra lo Stato e il mercato. L’economia civile non cancella i codici del mercato, ma certamente li ridimensiona, li riorienta; non cancella la funzione fondamentale dello Stato (c’è oggi la tentazione in alcune posizioni di guardare allo Stato come ad una realtà residuale) ma si introduce all’interno e crea un processo partecipativo allargato, che coinvolge Stato e mercato. L’economia civile coinvolge le due realtà tradizionali in una dimensione nuova e diversa, che conferisce all’economia la possibilità di essere una realtà partecipata e, dunque, di essere davvero un’economia che serve l’uomo nella sua interezza: l’uomo come singolo, come umanità e anche come generazioni future. Si tratta di un processo difficile, che ha dei presupposti ben precisi e che può essere messo in atto attraverso varie vie.

Una via è quella del terzo settore. Il terzo settore ha una valenza simbolica molto importante perchè, pur essendo votato alla solidarietà, deve essere capace di reggere la concorrenza e la vita economica, che implica anche l’efficienza. È certamente un settore di rilevo: perché in esso vengono valorizzate le vocazioni personali; perché – ad es. nel sistema delle cooperative – c’è un modo di gestione collettivo; perché, riferendosi ai servizi più che agli oggetti, dovrebbe puntare ai beni relazionali, quelli che più hanno a che fare con la qualità della vita. Il termine “qualità della vita” è molto onnicomprensivo, ma dovrebbe essere riconducibile alla visione relazionale: rapporto con sè stessi, con la totalità del proprio essere, con l’altro, col mondo, con la natura dentro cui siamo immersi, e pure col tempo, perché c’è anche un problema di qualità del tempo, da ritenersi tutt’altro che trascurabile.

La responsabilità sociale dell’azienda è un’altra via all’interno del sistema profit. Questa via implica che l’azienda si preoccupi di coinvolgere nella sua gestione complessiva non solo coloro che vi lavorano, ma anche gli utenti, coloro che vi fanno riferimento perché sono portatori di beni su cui l’azienda fonda la propria attività, tutti coloro che ruotano all’interno della società e che sono chiamati a gestire l’economia nel suo insieme.

La riforma dello Stato sociale è una via molto importante. Qui entra in gioco la politica, ma in termini non esclusivi. Si può ritenere che una delle cause della crisi dello Stato sociale è il fatto che è stato gestito burocraticamente dalla politica, a prescindere dalla società. Anche perché la società si è costituita l’alibi della non partecipazione. Pensiamo a come veniva gestita la solidarietà in contesti più ristretti, come quelli delle società preindustriale: nel bene e nel male, la società era mobilitata. Quando la società si è espansa, è diventata non solo più dilatata, come è oggi, ma anche più mobile. La politica ha avocato a sé la gestione della solidarietà, il che ha prodotto uno Stato sociale gestito dall’alto. Ma la società ha le sue responsabilità, nel senso che, di fronte a questa situazione, anziché entrare nel merito della gestione dello Stato sociale, che è una parte consistente anche dell’economia, praticamente ne ha delegato il controllo e la gestione alla politica. Questa, a sua volta, se ne è impadronita, spesso con logiche spartitorie. La riforma dello Stato sociale passa attraverso un rapporto nuovo tra soggettività sociali che vivono sul territorio e gestione politica. Il che non vuol dire che la politica non debba controllare la gestione dello Stato sociale, ma che ci deve essere uno sforzo di mediazione tra politica e società: strada attraverso la quale è possibile rendere uno Stato più efficiente e più solidale.

Territorializzazione dell’economia: ultimo aspetto che prendiamo in considerazione. Siamo di fronte a un processo di globalizzazione, orizzonte al quale si deve fare riferimento anche a livello economico e dal quale non si può prescindere. Il problema vero è come orientarlo, come guidarlo, come gestirlo. Ma questo non può prescindere anche dall’attenzione al particolare. Universale e particolare non sono in opposizione. Il vero universale è quello che fa parte il più possibile al particolare, altrimenti diventa un universale appiattito, omologato. Il vero particolare è quello che si riconosce particolare, ma aperto all’universale, che non pretende di esaurire in sé la totalità dei processi economico-sociali e così via. È da ritenere che la valorizzazione delle risorse locali – siano esse risorse culturali, risorse legate alla natura del territorio, risorse economiche e sociali – sia un elemento che favorisce maggiore produttività e nello stesso tempo – sempre se giocato in una prospettiva di apertura all’universale – favorisce processi di partecipazione molto maggiori. Infatti quel decentramento consente anche un controllo e una gestione sul terreno economico di processi che, se troppo dilatati, sfuggono alla possibilità di intervento di chi opera sul territorio.

In definitiva,  abbiamo indicato alcune vie per realizzare quella che nella nostra tradizione è stata chiamata economia civile, mentre in ambito anglo-americano si preferisce definire col termine di democratizzazione dell’economia. Si tratta cioè del fatto che l’economia – che oggi diventa un potere sempre più forte – invece di essere solo appannaggio di pochi, dovrebbe avere sempre più numerosi soggetti che partecipano. Allora il soggetto dell’economia diventa la società, diventa l’insieme delle realtà che nella società interagiscono. La democrazia o sarà democrazia economica e democrazia dell’informazione o non sarà democrazia: non perché ci toglieranno il diritto di votare, ma perché i poteri forti, che stanno dietro a tutto, sono sempre più in grado di condizionare le nostre scelte e i nostri voti.

*dalla relazione del prof. Giannino Piana il 14-1-2010 al Meic, Acli e altre associazioni di Lecco, sul tema: Per una economia del dono. Ringraziamenti a Carla Casiroli per la preziosa opera di sbobinatura.

Per riflettere:

-è possibile civilizzare l’economia?

-quali soggetti lo possono fare e in che modo;

-un’economia che serva l’uomo anche delle generazioni future;

-la via del terzo settore: solidarietà e mercato;

-beni relazionali, riguardanti cioè le relazioni genuine, non strumentali;

-qualità della vita e relazioni;

-responsabilità sociale dell’impresa,

-riforma dello Stato sociale col coinvolgimento delle soggettività sociali che vivono sul territorio;

-territorializzazione dell’economia;

-valorizzazione delle risorse locali;

-non ci sarà democrazia se non sarà anche dell’economia e dell’informazione.

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