PROGETTARE UNA SOCIETÀ MULTIETNICA
ESPERIENZE POSITIVE DEL BILINGUISMO
Perché una società possa definirsi multietnica o multireligiosa non basta la compresenza di diverse etnie o religioni. È necessario anche un clima di accettazione e di pacifica convivenza. Questo clima non si ottiene automaticamente, dato che tutti abbiamo un’istintiva diffidenza verso l’estraneo e il diverso. Sono necessarie politiche apposite di integrazione, finalizzate alla realizzazione di un certo modello di società, per evitare possibili esiti negativi come il conflitto, la ghettizzazione, l’assimilazione forzata. È opportuno riferirsi all’esperienza degli Stati Uniti, i quali, essendo composti in gran parte da immigrati provenienti da ogni parte del mondo, hanno per primi affrontato il problema dell’integrazione, sperimentando pregi e difetti delle diverse alternative.
Integrazione: questo termine può essere riferito all’individuo oppure a intere comunità etniche di immigrati: queste hanno molto peso negli Stati Uniti, assai più che in Europa; tanto più peso quanto meglio sono organizzate, fino a divenire veri e propri gruppi di pressione o lobbies. Cruciale per l’integrazione è la scuola, in particolare la centralità della scuola pubblica. All’inizio negli Stati Uniti si passò per una fase di assimilazione forzata, secondo la quale, ad es. i figli degli immigranti che parlavano lingue diverse dall’inglese venivano ridicolizzati e puniti. Si giunse a casi estremi di allontanamento di giovani indiani americani dalle famiglie, perché potessero più rapidamente abbandonare le proprie tradizioni, cultura e lingua. I risultati, ovviamente, furono disastrosi. I giovani ai quali si chiedeva di disprezzare le proprie radici e rinnegare la cultura dei propri genitori, reagivano con l’odio e il rifiuto verso quella società alla quale si voleva forzatamente assimilarli. Successivamente, si tentò l’esperimento opposto, riconoscendo il diritto dei giovani a mantenere la propria lingua al punto da istituire scuole specifiche per le minoranze linguistiche: così però l’integrazione non veniva facilitata. Si crearono solo dei ghetti dove il risentimento e l’odio tra etnie diverse trovava terreno fertile.
Il bilinguismo oggi finalmente ha molto successo. Anzitutto è valido sul piano formativo, perché rende più elastica la mente. Ma è anche utile per la società. Dopo l’11 settembre, ad es., si manifestò negli USA l’opportunità di poter disporre di persone con buona conoscenza di alcune lingue orientali, come l’arabo o il pastuni. Preparare esperti di tali lingue avrebbe richiesto tempo e spese non indifferenti. Si trovò una soluzione molto più conveniente: creare occasioni agli immigrati originari di quei paesi (molti dei quali hanno studiato, pur svolgendo mansioni inferiori) di coltivare la propria lingua originaria, insegnandola, ad es., nei doposcuola riservati ai giovani dei paesi stessi. Così, mentre tutti studiano in inglese la mattina nella scuola principale assieme ai loro coetanei di etnie diverse, nel pomeriggio frequentano (una volta alla settimana) il loro doposcuola etnico, che consente di non perdere il patrimonio di cultura e lingua del paese d’origine. È un patrimonio che non serve soltanto agli immigrati ma anche alla società di arrivo, la quale avrà sempre più bisogno di conoscere per comprendere l’interlocutore, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso. Gli Stati Uniti hanno in larghissima misura costruito la loro fortuna nell’economia globale grazie alla presenza al proprio interno di gruppi etnici organizzati con forti legami culturali ed economici con i paesi di provenienza.
Rappresentatività politica. Tutto ciò richiede ovviamente il riconoscimento anche politico delle comunità etniche immigrate. Bisognerà prevedere come organizzare in concreto questa rappresentatività. Sembra da evitare quello che sta avvenendo da noi con la comunità islamica. La rappresentatività viene di fatto riconosciuta dal governo di centro destra soltanto ad alcune sparute associazioni islamiche, ideologicamente schierate contro l’Islam terroristico. Ma l’Islam non è tutto terroristico: lo è soltanto in talune frange estreme. Per paura del terrorismo si esclude così la grande massa di mussulmani onesti e pacifici, si produce solo risentimento e si crea un terreno fertile per la propaganda anti-occidentale.
Come conclusione di queste brevi riflessioni possiamo trarre un paio di idee. Una è che la democrazia richiede una visione di fondo positiva dell’uomo, un certo ottimismo antropologico. Se si vede in ogni islamico un terrorista si minano le basi della convivenza pacifica. La seconda riguarda invece la reciprocità. Una regola aurea è quella di garantire una reciprocità tra diritti e doveri degli immigrati. Di solito le destre mettono l’accento sui doveri, mentre le sinistre sui diritti. È invece opportuno che i diritti vengano concessi a fronte dell’assunzione di doveri. Anche per questo va favorita la rappresentatività degli immigrati, configurando il diritto-dovere all’educazione bilingue attraverso l’istituzione di corsi di doposcuola nelle lingue principali dell’immigrazione (cinese, arabo, romeno, albanese, spagnolo…). Tutto ciò è conveniente non solo sul piano dell’integrazione linguistica e culturale (contrariamente a quanto si possa pensare, il bilinguismo facilita e accelera l’apprendimento dell’italiano), ma anche sul piano strettamente economico (il sistema Italia avrà sempre più bisogno nei prossimi decenni di personale bilingue che favorisca gli scambi commerciali ed economici a livello globale). Se l’apprendimento della lingua e della cultura italiane è condizione essenziale per l’integrazione, sopprimere le lingue degli immigrati significa stupidamente privare l’intero paese di una risorsa importante e preziosa per tutti. La risposta è l’educazione bilingue.
*dalle lezioni del prof. Gabriele Boccaccini nel luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano
Per riflettere:
-l’esperienza americana di integrazione;
-dall’assimilazione forzata alla ghettizzazione;
-bilinguismo con doposcuola nella lingua d’origine;
-organizzare democraticamente la rappresentatività politica;
-è necessario un certo ottimismo antropologico;
-reciprocità tra diritti e doveri degli immigrati;
-diritto-dovere all’educazione bilingue.
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