Il mare per gli ebrei era un simbolo negativo: era l’evocazione di caos, abisso, instabilità, quindi occasione di paura e angoscia; peggio ancora se sul mare si scatena la tempesta. Ma Gesù non si scompone: continua a dormire tranquillamente, anche se i suoi sono sempre più inquieti e preoccupati per la loro sorte. Così lo svegliano, gli rimproverano il suo disinteresse, gli chiedono aiuto. È una situazione in cui ci possiamo trovare tutti: ci prende l’angoscia di non riuscire a raggiungere la riva, il timore dell’abisso. È giusto il comportamento di Gesù di non muoversi e aspettare che la tempesta si plachi? Una interpretazione psicologica dice di si: “talora, proprio quando il chiasso e la confusione esterne ci lasciano, quando la folla si congeda e comincia a farsi ‘silenzio’, nel nostro intimo si scatena una tempesta (..) e noi piombiamo nella paura di noi stessi”[1]. Diventa importante non lasciaci travolgere dalla paura e imparare a raggiungere la pace interiore. Ci vuole però un punto di ancoraggio per resistere alla tempesta, e questo è la fede, come dice esplicitamente Gesù: Perché siete così paurosi? Come mai non avete fede? (4,40). Un chiaro invito a fidarsi di lui, anche se sembra di essere prossimi al naufragio o al fallimento: se si è con lui non si soccombe, nonostante le apparenze. A questo episodio miracoloso ne seguono altri tre, che possono essere intesi come altrettante vie di chiamata alla fede.
L’indemoniato di Gerasa, cioè di un territorio pagano, vive tra i sepolcri, fuori dalla città: è messo al bando perché non disturbi. Forse il suo “male oscuro è quello che oggi chiamiamo «alienazione», che divide l’uomo nel profondo e lo spinge contro sé stesso. (..) Il racconto mostra che l’incontro con Gesù non è soltanto una guarigione, ma una vera liberazione, un ritrovare sé stessi, una riconquista della propria autenticità.”[2] Questa liberazione però comporta il sacrificio di un branco di circa 2000 porci: un prezzo troppo alto per un solo uomo risanato, così che gli abitanti invitano Gesù a lasciare il proprio territorio. Cosa che egli fa, anche perché rispettoso della libertà degli uomini e dei rispettivi tempi di maturazione. Analogamente non accoglie il desiderio dell’ex indemoniato di seguirlo, ma lo rimanda dai suoi, a testimoniare le grandi cose che il Signore gli aveva fatto: uno che viveva senza dimora era bene che imparasse a vivere con i suoi familiari. Gesù “agisce in modo talmente non dogmatico che non rende mai vincolante una forma di vita per tutti.”[3]
L’emorroissa rappresenta un altro caso di liberazione da un male che non è soltanto fisico, ma anche sociale e psicologico, in un mondo che condannava l’impurità mestruale. Gesù dà grande importanza alla fede, anche se si tratta di fede debole o persino un po’ superstiziosa, ritenendo la donna che basti toccargli il lembo del mantello per guarire. Si tratta di uno dei rari casi in cui non è Gesù a prendere l’iniziativa per sollecitare la fede, ma l’iniziativa nasce meritoriamente dalla donna stessa.
La figlia di Giairo presenta una situazione di fede che libera, anzi fa rinascere. Anche qui si può avanzare un’interpretazione psicologica, trattandosi della figlia del capo della sinagoga, tenuta in condizioni particolari e necessitante di una “rinascita” per entrare nell’età adulta[4]. Qui basterà sottolineare la risposta di Gesù: «non temere, continua solo ad aver fede!» (5,36): persino la morte è solo apparente se c’è la fede. Gesù propone e accetta un percorso verso la fede individualizzato per ciascuno di noi, che tiene conto di tutta la complessità di storia e cultura. Nessuno deve intendere la fede come possesso, né ritenersi superiore nel percorso, rispetto ad altri. Invece tutti, singoli o chiese, siamo chiamati a percorrere la strada della crescita nella fede, fidandoci di Gesù e facendo quello che ci ha insegnato: questa è la via dell’ecumenismo.
[1] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pagg. 144-145.
[2] Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella editrice, Assisi 1985, pag. 86.
[3] E. Drewermann, cit., pag. 153.
[4] E. Drewermann, cit., pag. 159-163.
Per la riflessione:
-imparare a raggiungere la pace interiore;
-la fede come ancoraggio;
-tre vie di chiamata alla fede;
-Gesù agisce in modo non dogmatico;
-apprezza la fede anche se un po’ superstiziosa;
-fede che libera e fa rinascere.
