L’esclusione di ogni vanto al di fuori del vangelo – e non una pessimistica concezione antropologica di Paolo – può spiegare perché all’inizio della sezione dimostrativa del corpo epistolare venga illustrato un aspetto negativo, la collera divina[1]. Essa contrasta col tono positivo della lettera ai Romani, condensata nelle tesi esposte ai versetti 16 e 17. Il v. 18 contiene la tesi della parte negativa: si può notare un parallelismo formale col v. 17. Mentre in questo la giustizia di Dio si rivela nel vangelo, nel 18 la sua ira si rivela direttamente dal cielo. Nei 3 versetti successivi si parla di manifestazione di Dio e delle sue qualità fin dalla creazione del mondo: il Creatore è conoscibile a tutti gli uomini attraverso le opere che ha fatto, cioè la creazione. Sarebbe forse opportuno riservare il termine rivelazione a ciò che si rende noto ad alcuni soltanto (ad es. a chi crede nel vangelo), manifestazione invece a tutti.
Il peccato dell’uomo è essenzialmente ribellione al Creatore, mancato riconoscimento della necessaria subordinazione umana, pretesa di prescinderne, di fare da sé. Questa verità, già descritta nella ribellione di Adamo ed Eva, viene ribadita da Paolo, sia pure con una diversa teologia, all’inizio della prima unità letteraria. Questa è incentrata sulla rivelazione dell’ira e della giustizia divina: isolare nella lettura ira e giustizia potrebbe essere fuorviante. “La giustizia di Dio, rivelata nel vangelo, quando incontra l’ingiustizia umana, si manifesta come ira e non come misericordia”[2], anche se l’ira è un’esperienza essenzialmente umana. La tesi di Paolo sulla priorità della teologia rispetto alla morale ha grande rilevanza teorica e pratica: sostiene che a monte del degrado morale esiste un “degrado teologico”, cioè un’immagine errata di Dio che gli uomini si costruiscono. In tal modo i vizi in cui cadono sono visti, più che motivo di colpa, come sanzioni divine di una colpa fondamentale, quella teologica appunto, quasi come autocondanna dell’uomo che non vuol sottomettersi al Creatore.
Degrado teologico. Molte persone, anche pie, hanno tuttora un’immagine distorta del divino. Certi ad es. si sottopongono a severe mortificazioni perché ritengono di “dover pagare” qualche beneficio ricevuto, dimenticando che Dio è la più pura espressione della gratuità e dell’amore. Altri vedono in lui un giudice severo che punisce e non perdona, oppure un “ragioniere” che computa minuziosamente le colpe e i meriti di ciascuno. Sono immagini distorte che nascondono la paziente misericordia di Dio, sempre pronto a offrirci nuove strade che portano a lui, anche se noi scegliamo quelle che ci allontanano. Forse la spiegazione della severità che Gesù riservava alla classe sacerdotale dei suoi tempi va cercata proprio in queste distorsioni dell’immagine di Dio che può dare chi è preposto al servizio divino, magari perseguendo un maggiore potere sulle anime. Ancor più diffusa può essere oggi, come già ai primi tempi della narrazione biblica, l’idolatria. Consiste nell’adorare e rendere culto alla creazione al posto del Creatore (25). La gravità di questo errore non emerge tanto nell’adorazione di oggetti inanimati, tipica di esperienze lontane, quanto nel riporre eccessiva fiducia nel denaro o, peggio ancora, in certi uomini o certe loro creazioni, oggi anche tecniche: l’attuale può essere considerata una società fortemente idolatrica.
Il male morale che deriva da questi errori teologici viene descritto da Paolo ricorrendo a “uno dei non rari elenchi di vizi che costellano le lettere paoline e che hanno modelli analoghi nel giudaismo ellenistico”[3]: riflettono quindi le convinzioni e le abitudini di quel tempo. Sembra pertanto ingiustificato l’utilizzo – frequente nel passato – di questa pagina paolina per infierire contro certi gruppi umani, come gli omosessuali, i quali peraltro danno talvolta prova di fede matura. In ogni caso il giudizio, come sarà indicato poco oltre anche dalla stessa lettera ai Romani, compete a Dio e nessun uomo è autorizzato ad appropriarsene. La frequente pretesa di dare giudizi è un altro aspetto del diffuso errore teologico. È invece da ritenere il messaggio centrale di questa pagina negativa: l’uomo da solo non può salvarsi, deve necessariamente affidarsi alla misericordia divina. La generale situazione di condanna prelude all’universale offerta di salvezza. E in ogni caso l’annuncio evangelico è molto di più che una semplice morale.