UNA CHIESA DIALOGICA E PLURALISTA CHE DÀ PRIORITÀ ALL’UNIONE SULLA DISTINZIONE
dalla lectio biblica di Piero Stefani del 3 agosto 2017 a Torre Pellice con la Comunità di via Sambuco, su: Gal 2,1-13
La tradizione dei padri. Paolo inizia la lettera ai Galati richiamando alcuni aspetti autobiografici relativi alla sua chiamata-vocazione e alla “rivelazione” del Vangelo, da lui ricevuta direttamente da Dio. Dell’accanimento con cui perseguitava gli ebrei credenti in Gesù Cristo egli non dimostra alcun pentimento. La sua chiamata è priva di una componente penitenziale. Paolo perseguitava i credenti perché zelante nel custodire la tradizione dei padri. Ciò avveniva non perché “si è sempre fatto così” ma perché si afferma che la verità trovi il proprio fondamento nel passato, è nei suoi riguardi che si manifesta la nostra fedeltà. Ma quando Dio si compiacque di rivelargli il Figlio suo, ordinandogli di annunciarlo alle genti, Paolo partì subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza alcuna mediazione, senza andare a Gerusalemme da quelli che erano apostoli prima di lui. Al principio della tradizione subentra il principio della rivelazione.
Ancora per rivelazione 14 anni dopo Paolo andò a Gerusalemme dagli apostoli, senza esservi convocato, lo fa per mostrare la verità del suo vangelo, al fine di non aver corso invano: cosa vuol dire? Cercava certezze, consensi? Proprio il contrario: egli avrebbe corso invano se quelle autorità non avessero sottoscritto e accettato il suo vangelo. E paradossalmente il vangelo che porta con sé è una persona: Tito, un greco, non ebreo né circonciso, ma credente. L’importanza decisiva di Tito deriva dal fatto che smentiva la critica a Paolo da parte di alcuni “falsi fratelli” per aver introdotto direttamente i gentili nella fede in Gesù Cristo senza prima farli transitare nel giudaismo, con la pratica della circoncisione e l’osservanza della legge mosaica: “…a causa di falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi. Non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda in voi” (vv.4 e 5).
L’apostolo delle genti. Paolo, a Gerusalemme espone dapprima il vangelo privatamente alle persone più autorevoli, che sono tre, elencate in questo ordine: Giacomo (fratello del Signore e non appartenente ai Dodici), Cefa (Pietro) e Giovanni: c’è quindi un pluralismo nella chiesa primitiva, non una monarchia. Questi tre si dichiararono perfettamente d’accordo col vangelo proclamato da Paolo (diedero la destra in segno di comunione) e fu riconfermato il patto secondo il quale a Paolo (e a Barnaba, il terzo suo accompagnatore) era affidato il vangelo per i gentili, mentre a Pietro quello per gli ebrei circoncisi. Da ultimo “ci pregarono di ricordarci dei poveri, ciò che mi sono preoccupato di fare” (v.10). Il tema dei poveri e della relativa colletta, può essere commentato con un passo della successiva lettera ai Romani (15,25-27), dove Paolo parla dello scopo profondo di questa preoccupazione per i poveri di Gerusalemme. I credenti provenienti dai pagani hanno un debito nei confronti di quelli provenienti da Israele (eredi di Abramo secondo la promessa) avendo partecipato ai beni spirituali di questi ultimi. E la colletta può essere un riconoscimento di questo debito.
Comunione. Paolo (al v.11) ricorda come si era opposto a viso aperto a Pietro, quando quest’ultimo visitò la comunità di Antiochia. Cefa, cedendo alle pressioni di coloro che provenivano dalla parte di Giacomo, operò una divisione tra i credenti provenienti rispettivamente dall’ebraismo e dai gentili, non sedendosi a tavola assieme a questi ultimi. Così altri giudei “lo imitarono nella simulazione, al punto che persino Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia” (v.13). Ipocrisia che porta alla divisione. Come dirà poco oltre, noi tutti, ebrei e gentili, siamo salvati per la fede. La giustificazione per fede è il grande fattore che accomuna gli uni e gli altri. Però i gentili non devono giudaizzare, cioè imitare i giudei; non si deve più parlare di teologia della sostituzione (secondo la quale la chiesa sostituisce Israele). Al gentile è precluso far proprio quanto è specificatamente ebraico. Invece il giudeo credente, ricco dell’eredità di Abramo, può spogliarsi di una parte della sua ricchezza per far prevalere la comunione sulla distinzione (in ciò si trova il senso profondo legato alla condivisione della mensa).

scorcio dal Vallone di Massello sull’itinerario della “glorieuse rentrée” dei valdesi da Ginevra nel 1689