ATTUALITÀ DEL DIO LIBERATORE DI ISRAELE
di don Giorgio De Capitani*
Storia d’Israele. Il primo brano, tolto dal libro di Giosuè, e il vangelo di oggi sono collegati da una specie di patto di fedeltà al Signore, da una professione di fede. Giovanni, alla fine del capitolo 6, narra di una crisi che stava minacciando i discepoli di Gesù. Qual era il motivo? Il Maestro aveva tenuto un duro discorso sul pane della vita che li aveva sconvolti. Alcuni lo abbandonano, ed egli si rivolge ai Dodici apostoli chiedendo esplicitamente: «Volete andarvene anche voi?». Pietro, a nome degli altri, risponde: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio». Ecco la professione di fede. Merita un’attenzione particolare il primo brano della Messa: fa parte del libro di Giosuè. Siamo all’ultimo capitolo, verso la fine della vita del grande condottiero. Non dimentichiamo che Giosuè, successore di Mosè, aveva condotto Israele all’interno della Terra promessa, tra lotte e vittorie, tra sconfitte e alleanze. Si è trattato in realtà di una conquista complessa e lenta, anche se il libro di Giosuè usa toni epici e trionfali. Dopo la conquista della terra di Canaan, c’è stato poi il problema della ripartizione del territorio tra le varie tribù. Il libro si conclude con la solenne assemblea di Sichem, dove tutto il popolo rinnova ufficialmente la sua alleanza col Signore. Da quel momento inizia la storia di Israele nella Terra della promessa.
Sarebbe utile una storia delle professioni di fede contenute nella Bibbia. Che senso avevano queste professioni di fede? Diciamo subito che la professione di fede è la caratteristica di ogni religione, e anche della nostra fede cristiana. La prima professione di fede l’hanno fatta per noi, appena nati, i nostri genitori e i padrini o le madrine. Per questo siamo invitati, man mano cresciamo, a rinnovarla: quando ci accostiamo alla Prima Comunione, alla Cresima, durante la veglia pasquale, e in altre circostanze. C’è poi la Professione di fede dei pre-adolescenti, degli adolescenti, dei giovani. È ormai diventata una moda. Ci chiediamo che valore possano avere nella vita di un ragazzo o di un giovane, o di noi adulti. Anche la politica ha preso dalla religione certi usi e costumi, come organizzare grandi adunanze con lo scopo di rinforzare la fede dei propri seguaci. Famosi i ritrovi dei leghisti a Pontida, tanto per fare un esempio. Si sente il bisogno di ritrovarsi insieme per rinnovare la propria fede nel partito. E si ricorre anche a riti ancestrali di carattere religioso. La professione di fede politica diventa allora come una specie di collante, un sostegno anche psicologico, un bisogno di ricaricarsi. Si giura fedeltà al proprio leader. Succede anche nella Chiesa, con le grandi giornate mondiali della gioventù, o con i convegni annuali dei giovani in varie città del mondo. Si sente il bisogno di vedersi anche fisicamente, per contarsi, per confrontarsi, per ri-udire una parola forte del leader carismatico.
Ma servono veramente le professioni di fede, laiche o politiche o religiose? È sufficiente il solo vedersi, il solo contarsi, constatare di essere in tanti? Che cos’è la fede in un ideale politico o religioso? Prima ancora: esiste un ideale politico o religioso? Che cos’è questo ideale? Torniamo alle professioni di fede che troviamo nei primi libri della Bibbia. Il primo Credo è contenuto nel libro del Deuteronomio 26,5-10, ed è così formulato: 1) «Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa». 2) «Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi». 3) «Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato».
Dio che libera. Commenta in modo chiaro Antonio Marangon, docente di Sacra Scrittura: «Come si vede, in questo testo non è contenuta la professione di fede in Dio creatore, come nella nostra professione di fede cristiana. Ma bisogna osservare che la prima professione di fede degli Israeliti è rivolta al Dio che libera dalla schiavitù egiziana e che dona la terra. Quella nel Dio creatore è una professione di fede che verrà esplicitata più tardi, a contatto con la cultura greca, che mostrava un profondo interesse filosofico e religioso verso il problema delle origini dell’uomo e del mondo. La fede del popolo biblico, infatti, è profondamente radicata negli atti salvifici del suo Dio e l’esodo costituisce l’intervento decisivo di Dio nella storia d’Israele. È nell’esodo, più che nella storia dei patriarchi, che Israele riconosce le radici della sua realtà di popolo scelto e amato da Dio. La fede di questo popolo non è perciò formulata attraverso astratte enunciazioni ma, come è attestato nei suoi “Credo”, è ispirata alle gesta compiute da Dio nella storia, che viene così trasformata in “storia di salvezza”.
Più politica che religione. Non so se interpreto giustamente queste riflessioni di Marangon aggiungendo che i “credo” che troviamo nella Bibbia hanno un carattere specificatamente politico-religioso, più politico che religioso, intendendo per politica l’intervento di Dio nella storia umana. Gli Israeliti non avevano di Dio una concezione filosofica, ma reale, concreta, esistenziale. Anche quando il Signore si è rivelato a Mosè sul monte Oreb, si è subito presentato con queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù». E alla domanda di Mosè: “Qual è il tuo nome?”, Dio risponde: «Io sono colui che sono!», intendendo però dire: “Io sono presente, sarò sempre presente ovunque tu sarai”. Non è dunque una definizione filosofica di Dio. Dio è colui che è vicino al suo popolo.
Contesto cultuale. Antonio Marangon fa notare un’altra cosa interessante. Il contesto del “Credo” che si trova nel Deuteronomio, che abbiamo sopra citato, è liturgico. Si recitava nella liturgia annuale dell’offerta delle primizie. Capite allora perché ho detto che le professioni di fede presso gli Israeliti avevano un carattere politico-religioso, forse sarebbe meglio dire: politico-liturgico. «Infatti è celebrando le sue feste che il popolo biblico ha coscienza di rivivere gli avvenimenti che fondano la sua fede. Il culto si formò in Israele attorno alla memoria storica delle gesta di Jahveh. Per Israele il culto è il momento in cui il popolo diventa contemporaneo dei grandi fatti della storia biblica, dei quali non è stato testimone diretto, ed è il momento nel quale la storia viene interpretata come “storia di salvezza”… Per Israele il Dio della creazione è anche il Dio dell’esodo e del dono della terra. Le “mani” di questo Dio che crea si identificano con il “braccio teso” con cui egli libera Israele dall’Egitto e lo conduce lungo il deserto per introdurlo nella terra della promessa». Anche il “Credo” racchiuso nel testo di Giosuè 24,2-28 (da cui è tratto il brano di oggi) è collocato in una solenne cornice liturgica. Perché c’entra l’aspetto liturgico? La risposta è semplice: l’esodo è stato sperimentato storicamente solo da alcune tribù; l’unico modo per far rivivere tutto Israele anche per l’avvenire è la celebrazione cultuale. Durante tale celebrazione liturgica si ripercorrono i grandi interventi salvifici di Dio: in tal modo tutti i partecipanti ai momenti liturgici commemorativi rinnovano la loro scelta nei confronti di Dio e lo riconoscono ancora come l’unico Dio, che si è rivelato come Dio dei padri, Dio dell’esodo e Dio della terra.
La finalità del culto è quella di rendere attuale il passato e di trasformarlo in memoria viva per il credente. Qui le cose da dire sarebbero tante. Solo qualche domanda: come viviamo il culto cristiano? come partecipiamo alle assemblee liturgiche? che significa celebrare le grandi opere di Dio del passato? come renderle attuali? che senso dare alla parola “salvezza”? l’esodo per il popolo ebraico era tutto: la liberazione dall’Egitto, per noi cristiani come intendere la parola liberazione? Infine: quali sono gli idoli di oggi? che significa restituire a Dio il suo primato? Il primato di Dio non siamo forse noi: la nostra coscienza, la nostra libertà, la nostra dignità umana? Anche Dio può diventare un idolo, ovvero l’immagine di qualcosa che ci creiamo noi e che noi chiamiamo dio. La religione che cos’è, se non la creazione di un dio fatto su misura di un certo potere, con qualche contentino concesso al popolo? Per questo la religione è la forma peggiore di idolatria. In fondo, l’a-teo chi è? Non è colui che rifiuta il dio-idolo della religione? In questo sento tutti dovremmo sentirci a-tei, rifiutando il dio creato da noi.
*Omelia del 7 luglio 2013: Settima dopo Pentecoste (Gs 24,1-2a.15b-27; 1Ts 1,2-10; Gv 6,59-69) fonte: http://www.dongiorgio.it/06/07/2013/omelie-2013-di-don-giorgio-settima-dopo-pentecoste/
