Di don Giorgio De Capitani*
Matteo 10,40-42
40 Chi riceve voi, riceve me; e chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato. 41 Chi riceve un profeta come profeta, riceverà premio di profeta; e chi riceve un giusto come giusto, riceverà premio di giusto. 42 E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio».
Accogliere la profezia. Le parole di questo brano del Vangelo di Matteo sembrano di facile interpretazione, ma non lo sono. Dobbiamo stare attenti: possono essere lette e commentate o con eccessiva esegesi, facendo perdere l’attualità del messaggio, o in senso moralistico che finisce nel solito buonismo da quattro soldi. Notiamo subito. Gesù dice: “chi accoglie un profeta perché è un profeta avrà la ricompensa del profeta”. Qui anzitutto non si parla di una gerarchia di ruoli, per cui accogliere un profeta equivarrebbe accogliere una persona importante, come a dire: la ricompensa (pur sempre di carattere spirituale) dipende dal grado della persona che si accoglie. Già la parola profeta dovrebbe far riflettere. Il profeta di per sé non è un graduato. Anzi è il contrario. Il profeta non appartiene alla struttura del potere. Ne è fuori. Se fosse dentro, non potrebbe esercitare liberamente il suo ministero profetico. Il profeta non è considerato nella gerarchia, sia civile che religiosa. Certo, Gesù parla di profeta e non di una persona qualunque. Ogni persona va rispettata, accolta, aiutata, ma Gesù sta facendo delle affermazioni importanti, che vanno al di là di un discorso generico sul rispetto degli altri. Accogliere un profeta non solo perché è una persona qualsiasi, ma nella sua missione profetica, costa di più. Vuol dire che accolgo in lui anche la sua profezia. Mi lascio da essa coinvolgere. È brutto sentir dire: ti aiuto perché stai morendo di fame, ma non mi interessa ciò che tu stai facendo per combattere le ingiustizie. Ancor peggio ora che hai preso un pezzo di pane, vattene subito, e non farti più vedere, non voglio essere anch’io coinvolto nella tua lotta.
Un grande dono. Ora capite l’importanza delle parole di Cristo? Non si tratta solo ad esempio di sfamare qualcuno che ha fame o di fare un’elemosina, ma di farsi coinvolgere da ideali che vanno alla radice dei guai di questo mondo. Accogliere un profeta perché è un profeta va al di là di una questione puramente umanitaria o di solidarietà sociale, ma significa entrare in una sintonia di pensiero, di ideali, di quella Umanità che non è fatta solo di puri sentimenti. Che significa allora ricevere la ricompensa del profeta? Potrebbe sembrare banale, ma il senso è molto semplice: diventare anche noi profeti. Non si tratta dunque di una ricompensa esterna, quasi si trattasse di un premio pinco pallino: già accogliere un profeta nella sua missione profetica è un primo passo per accogliere la stessa profezia, e questo non è un grande dono?
Giusti. La seconda affermazione di Cristo, che riguarda il giusto, potrebbe sembrare quasi una ripetizione, un voler riconfermare l’affermazione precedente. C’è in realtà qualcosa di più. La parola profeta ci appare privilegiata, da riservare ad una certa categoria rara e strana: quella, appunto, dei profeti. Invece la parola “giusto” ci tocca più da vicino. La profezia, è vero, è di un altro pianeta, ma confrontarci con essa in fondo non ci dà fastidio. La giustizia ci impegna tutti quanti. Ci riguarda da vicino. Non può lasciarci indifferenti. Paradossalmente accogliere un profeta perché è un profeta ci è più facile che accogliere un giusto perché è un giusto. Ed è inutile e ipocrita trovare la solita scappatoia dicendo che la parola “giusto” è da intendere nel senso biblico. Anzi, ci sentiremmo ancor più a disagio se la comprendessimo proprio nel senso biblico. Giusto secondo la Bibbia è colui che lavora per realizzare l’Umanità nella sua pienezza. Già l’ho detto: legalità e giustizia sono due termini che di per sé non vanno sempre d’accordo. Legalità è conformità ad un certo sistema politico o religioso, giustizia va al di là perché al di sopra di un sistema politico o religioso. La giustizia non riguarda un sistema, ma l’Umanità di cui ogni sistema dovrebbe mettersi al servizio. Accogliere, dunque, un giusto perché è giusto diventa un obbligo, diciamo l’ideale di ogni essere umano. Anche qui le parole di Cristo sono davvero forti, provocatorie.
Piccoli. Anche la terza affermazione riguardante i piccoli, andrebbe chiarita. Anzitutto, Gesù fa un esempio pratico di come aiutare i piccoli. Parla di un semplice bicchiere d’acqua fresca. Non vorrei caricare eccessivamente di simbolismo un piccolo gesto concreto. Tuttavia mi ha sempre colpito l’aggettivo “fresca”. Può voler dire “naturale”, di sorgente. Può voler dire “gratuita”, spontanea. Da chiarire è anche il termine “piccolo”. Anzitutto non è da intendere nel senso dell’età. Gesù si riferiva ai suoi discepoli, ai suoi seguaci. Qui più che trovare vari simbolismi, si tratta di capire perché Gesù ha scelto la parola “piccolo” per definire i credenti in lui. Gesù del resto aveva detto un giorno, dopo aver posto un bambino al centro dell’attenzione: “Se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”. In quel momento Gesù pensava alla semplicità d’animo del bambino, ma probabilmente pensava anche al fatto che i bambini allora non avevano diritti, non erano protetti dalla legge, non contavano neppure come persone. Quasi a dire: i miei discepoli non devono cercare alcuna protezione politica, sono umanamente o politicamente fragili, ma hanno dentro di sé la forza degli ideali.
*dall’omelia domenicale dell’11-10-2010
