Cristiani e pagani
poesia di Dietrich Bonhoeffer commentata da Fulvio Ferrario (1)
Uomini vanno a Dio nella loro distretta
Piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
salvezza da malattia, colpa e morte.
Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.
Uomini vanno a Dio nella Sua distretta,
lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
lo vedono consunto da peccato, debolezza e morte.
I cristiani stanno accanto a Dio nella sua sofferenza.
Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l’anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.
Commento
prima strofa: tutti chiedono alla divinità potente
Bonhoeffer parte da un’esperienza umana fondamentale, la ricerca di consolazione e rifugio in Dio. Che tale esperienza non coincida affatto con quanto la Bibbia chiama fede, il teologo tedesco l’ha già abbondantemente messo in luce nelle sue precedenti lettere dal carcere. Per molti aspetti tale esperienza appartiene all’ambito della «religione», con cui Bonhoeffer intende le sovrastrutture umane (riti, pratiche, devozioni..) che di solito accompagnano (e spesso seppelliscono) la fede. In questa «religione», Dio diventa l’estremo rifugio, svolgendo un ruolo di «tappabuchi» [sopperisce cioè alle nostre necessità e bisogni là dove le spiegazioni scientifiche o le capacità autonome dell’uomo vengano a mancare].
Nell’«andare a Dio» è inclusa, dunque, questa ricerca di una consolazione religiosa ritenuta culturalmente superata e spiritualmente delegittimata. Non solo, egli ritiene che anche l’essere umano «adulto» [secolarizzato], in una forma o nell’altra, in un’occasione o nell’altra, «vada a Dio» alla ricerca di aiuto, felicità, pane, guarigione, salvezza. In questo rivolgersi a Dio, cristiani e non-cristiani [pagani] non si distinguono, la loro distretta [ristrettezza, bisogno] li accomuna e si esprime nel grido rivolto verso il Cielo. Nemmeno l’età adulta del mondo moderno va dunque considerata una forma massiccia e senza sfumature. Anche il “paganesimo” moderno porta in sé un resto di religione: Bonhoeffer, qui si mostra attento anche a tale sopravvivenza. Il passaggio decisivo che distingue cristiani e non-cristiani avviene dopo, nella
seconda strofa: il Dio dei cristiani si fa “debole e sofferente” perché è amore
Parlare di una «distretta» di Dio e della sua sofferenza costituisce, per tutte le tradizioni religiose, un fatto piuttosto inusuale. Per Bonhoeffer, l’affermazione che Dio soffre, e precisamente soffre per amore, discende direttamente da una “teologia della croce”, già presente nel Nuovo Testamento (Filippesi 2,6-8). La lunga, consolidata consuetudine teoretica e spirituale con la metafisica greca, a pensare e credere Dio come «impassibile», ha invece plasmato la fede della chiesa in modo purtroppo decisivo. Ma il Dio impassibile, letteralmente incapace di soffrire, della metafisica tradizionale non è compatibile con la parola della croce. È necessario pensare Dio in termini diversi: lasciare che sia la storia di Gesù a insegnarci a pensare anche la natura di Dio. Ciò non significa respingere l’apporto che la filosofia, compresa quella greca, può offrire al discorso teologico: esso però deve essere disciplinato dalla parola biblica e plasmato, modellato dalla sua forza.
L’amore ha una sua caratteristica debolezza, quella di chi si offre senza imporsi e che accetta di soffrire e anche di morire piuttosto che rinunciare a essere sé stesso. Un tale amore, che anche l’esperienza umana conosce, seppure in termini sempre ambigui e contraddittori, è rivelato nella croce di Gesù come il volto, l’identità, l’essenza intima di Dio. La teologia odierna deve moltissimo a questa intuizione di Bonhoeffer. A essa si ricollega l’odierno rilancio della teologia trinitaria: l’amore di Dio rivelato nella croce di Gesù Cristo può essere teologicamente compreso solo nel quadro di una riflessione sull’identità e sulla vita relazionale di Dio stesso nella sua eternità. In questa prospettiva, il dogma trinitario si rivela del tutto in linea col pensiero biblico: piuttosto, esso è l’espressione teologica consapevole di quanto appare in Gesù.
Riassumendo: l’anima religiosa dell’essere umano si scontra con il Dio rivelato nella croce di Gesù Cristo. Cristo crocifisso pone fine alla «religione» in termini più radicali dello stesso processo di emancipazione culturale che conduce l’uomo all’età adulta. Il passo nel quale Bonhoeffer descrive succintamente l’itinerario che conduce all’«età adulta» è in una sua lettera del 16 luglio 1944: lo sviluppo della filosofia moderna e l’irruzione della scienza sottraggono «spazio» a Dio. Di conseguenza, si verifica l’esigenza di «vivere nel mondo come se il Dio [della religione] non ci fosse». Il processo verso l’età adulta impone però di pensare Dio in termini teologicamente responsabili, cioè a partire dalla croce di Gesù.
La rivelazione in Gesù spiazza le attese della religione, tanto “cristiana” quanto dei non cristiani, presentando un Dio diverso, che «si lascia scacciare» dal mondo. Lasciandosi scacciare, sulla croce, Dio costituisce e precisa il proprio rapporto con l’essere umano, manifestando nella debolezza la propria potenza. È di fronte a tale rivelazione che la fede cristiana si separa dalla religione, così come si è espressa nelle varie tradizioni, compresa quella cristiana. I cristiani stanno accanto a Dio nella sua sofferenza: Bonhoeffer stesso, nella lettera del 18 luglio 1944, offre l’interpretazione autentica di questo verso: la prassi cristiana non consiste in prestazioni o devozioni religiose, comunque intese, bensì nella partecipazione alla sofferenza di Dio nel mondo.
terza strofa: Dio risponde e perdona tutti
La fede che vive nel mondo consiste in quella che è stata definita «l’azione responsabile». E’ dato “fare e osare non una cosa qualsiasi, ma il giusto”, a patto che si sappia che la “giustizia” dell’azione non riposa in sé stessa, ma nello sguardo perdonante di Dio. La giustificazione dell’agire responsabile è dunque affidata unicamente al perdono di Dio, non può esistere alcuna forma di autogiustificazione. Come cristiani e non-cristiani implorano insieme l’aiuto di Dio, così essi vengono raggiunti, al di là di tutto quanto li distingue, dall’evento della grazia. Bonhoeffer intende sottolineare che il mondo (e proprio il mondo corrotto e attraversato dalla tragedia) è investito dalla grazia di Dio. Dove la religione istituisce barriere, la grazia le supera, creando, mediante il perdono, l’embrione terreno, storico e mondano, della nuova umanità. Alla luce di questo evento, realmente ultimo, la nostra vita nel mondo appare in una luce completamente diversa, perché investita del concreto annuncio del perdono di Dio che, in Cristo, trascende anche i confini della chiesa.
—————————————————————–
(1) docente di sistematica alla Facoltà valdese di teologia, Roma. Il commento completo, reperibile in: “Protestantesimo” n. 3/2006, è stato qui ridotto a cura di Gigi Ranzani (ranzani@alice.it) e discusso in un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese del novembre 2007. La poesia esprime profonde intuizioni teologiche su ciò che accomuna e differenzia i cristiani da tutti gli altri credenti; è stata scritta in carcere da D. Bonhoeffer, pastore luterano della Chiesa evangelica tedesca, imprigionato nel 1943 per aver preso parte al complotto guidato dall’ammiraglio Canaris per uccidere il Fuhrer; venne impiccato nell’aprile 1945 su ordine diretto di Hitler.