Brianzecum

agosto 19, 2008

14,32-15,47 “DIO MIO, PERCHÉ MI HAI ABBANDONATO?”

Dopo Auschwitz molti hanno affermato di non poter più credere in Dio perché la sua immagine, l’uomo, è degenerata; altri hanno ritenuto che certi racconti, come la passione di Gesù, sarebbero risultati insopportabili, a meno che non dicano qualcosa a ciascuno di noi. Dobbiamo aver presenti queste provocazioni nell’accingerci alla lettura di questo passo cruciale. Esso è il punto centrale del vangelo di Marco: tutto ciò che precede non è certamente solo cronaca (nessun vangelo lo è) ma è una sapiente preparazione di questo evento culminante.

Da dove deriva questa centralità? Quand’era prigioniero in un campo di concentramento, Simon Wiesenthal fu chiamato al letto di un milite delle SS moribondo che voleva confessare a lui, ebreo, di aver preso parte a fucilazioni in massa di ebrei. Wiesenthal non poté perdonare, né tanto meno espiare. “Senza perdono della colpa il colpevole non può vivere, perché perde qualsiasi rispetto di sé. Ma non c’è remissione di colpa senza espiazione. E l’espiazione non è una possibilità umana, perché l’ingiustizia commessa non può essere ‘riparata’ da alcunché di umano”[1]. L’espiazione della colpa umana è possibilità soltanto divina. La poteva fare Gesù che è anche Dio. “Volendo Dio diventare uomo, ha condiviso la condizione dell’uomo, non un’umanità all’altezza della sua divinità, ma simile a quella di un uomo qualunque”[2]. Di un uomo qualsiasi Gesù ha condiviso i sentimenti, le paure, le sofferenze. Nella sua passione Gesù “ha conosciuto e ha sofferto tutto quello che ci può capitare e anche di più.”[3] Il culmine della sofferenza umana forse non è da cercare nella torture o nella morte, quanto nell’esperienza del silenzio di Dio, nella paura di un suo abbandono. L’uomo Gesù ha provato anche questa esperienza, ha “toccato il fondo”: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (15,34) Si tratta di un mistero che la ragione non può pretendere di possedere totalmente.

Ma dov’era Dio in quel tragico momento culminante? Non si può pensare altro che fosse “personalmente in Cristo, per diventare il Dio e il padre degli abbandonati.”[4] “Se Dio stesso era in Cristo, allora questi porta la comunione con Dio a quanti sono umiliati e spogliati come lui. La croce di Cristo si eleva tra le numerose croci che costeggiano le vie dei tiranni e dei violenti, da Spartaco fino ai campi di concentramento, agli affamati, ai ‘desaparecidos’ dell’America Latina.”[5] Ecco delinearsi un compito specifico per ciascuno di noi: operare perché non ci siano mai più croci, fame, torture, ingiustizie… “Gesù è andato incontro consapevolmente al dolore, ma non lo amava, non c’è nulla di masochistico in lui. Nulla è più anticristiano che amare la sofferenza, è cristiano invece combattere sofferenza, malattia, pazzia.(..) La croce non è un faro che dirige verso il suicidio.”[6] Gesù poteva scendere dalla croce, ma non è disceso. “Infatti sulla croce è vissuta fino in fondo, nella sua verità, la logica dell’amore. E l’amore, per sua natura, è debole, perché non vuole sopraffare l’altro. (..) Se Gesù fosse sceso dalla croce si sarebbe dimostrato un dio pagano, il dio della potenza, del terremoto, il dio che vuole convincere ad ogni costo.”[7]

Per l’ecumenismo vanno tratti preziosi insegnamenti. Le chiese cristiane non possono che imitare Gesù, il quale si è fidato solo di Dio ed ha rifiutato la via del potere, dei miracoli, dell’imposizione, della violenza, e, potremmo aggiungere, della diplomazia, della politica, della pubblicità… Se le chiese cristiane sono divise, ciò dipende certamente da errori, da colpe, dal non aver saputo seguire l’esempio del divino Maestro e coglierne il messaggio centrale. Ed è sempre per lo stesso motivo se i suoi straordinari insegnamenti non hanno ancora trovato sufficiente spazio nell’ambito delle altre religioni del mondo, se il dialogo è debole e poco incisivo.



[1] J. Moltmann, Chi è Cristo per noi? Queriniana 1995, pag. 46.

[2] B. Maggioni, I racconti della passione, Centro ambrosiano, Milano 2004, pag. 8.

[3] J. Moltmann, op. cit. pag. 41.

[4] J. Moltmann, op. cit. pag. 43.

[5] J. Moltmann, op. cit. pag. 45.

[6] E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pagg. 487-488.

[7] B. Maggioni, op. cit. pag. 11.

Per la riflessione:

-la centralità della passione;

-l’espiazione della colpa umana è possibilità solo divina;

-il culmine della sofferenza è il silenzio di Dio, la paura dell’abbandono;

-nostro compito specifico: operare perché non ci siano mai più croci, fame, ingiustizie..;

-insegnamenti per l’ecumenismo.


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