APPROFONDIRE LA CONOSCENZA RECIPROCA, CON L’OCCHIO RIVOLTO A CHI C’È IN FONDO ALLA CATENA DI SFRUTTAMENTO
Paternoster Square, la piazza che separa la cattedrale di St. Paul dalla borsa londinese e dai grattacieli delle grandi banche, è stata occupata dagli indignati, così come Zuccotti Park, nel cuore di Wall Street a New York. Si tratta spesso di giovani (ma non solo) che hanno perso il lavoro e magari anche la casa in seguito alla crisi economica e che, non avendo più nulla da perdere, sono disposti ad affrontare persino i rigori dell’inverno incombente per protestare in quelli che sono simboli del potere finanziario: la City di Londra e Wall Street, appunto. Si cercherà in questa sede di capire quali siano le loro ragioni quando vedono nel potere finanziario globalizzato la causa principale della crisi; nonché quali possibilità esistano di conciliare finanza e cristianesimo. Lo spunto è fornito da un colloquio su questi temi col canonico anglicano Giles Fraser, responsabile delle iniziative pastorali nella cattedrale di St. Paul, che si è in seguito dimesso per evitare che “episodi violenti possano essere commessi in nome della chiesa”*.
È nostro interesse fare donazioni? Questa la domanda di un banchiere, riferita dal canonico. Un semplice interrogativo che spiega quanto distante sia il mondo della finanza dal cristianesimo e dal suo nucleo centrale, l’amore altruistico. In effetti sono due mondi che vivono separati, con scarsi interessi uno verso l’altro: nessuno dei due ha mai compreso a fondo l’altro. Anche per la chiesa anglicana, nella predicazione l’economia non viene quasi mai trattata, si parla piuttosto di sesso o di altri aspetti della morale individuale. Ma nella bibbia l’economia, il rapporto con le cose e col denaro, ha molto più rilievo del sesso. Ancora oggi uno dei compiti principali sarebbe quello di spiegare alle chiese come relazionarsi con questo nostro mondo attuale – così marcato dall’economia – e diventare meno analfabete dal punto di vista economico.
Alla base dell’economia – intesa sia come teoria, sia come prassi capitalistica – vi è la concezione, avanzata verso la fine del settecento dai primi economisti anglosassoni, in particolare da Adam Smith, secondo cui si opera razionalmente perseguendo il proprio interesse egoistico: si produce per gli altri ma solo se c’è un interesse proprio. L’altruismo indicato dal cristianesimo è completamente al di fuori di questa logica economica. Questo è uno dei motivi per cui è difficile che un operatore della City comprenda quello che viene predicato nella cattedrale. L’arcivescovo di Canterbury, Williams (il “papa” dell’anglicanesimo, che però svolge una funzione di “primus inter pares” con un primato di onore, non anche gerarchico) dice che i soldi sono il sacramento della serietà. Solo per la pulizia della cattedrale sono stati spesi di recente 42 milioni di sterline (circa 50 milioni di euro): del denaro non se ne può fare a meno. Ma per chi il denaro potrebbe essere anche una buona novella? Importanti a questo proposito sono le indicazioni della dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha sostenuto la liceità del giusto profitto.
Dal giusto profitto al massimo profitto. La prassi e persino la teoria economica prevalente (quella neoclassica-marginalista) si sono fondate sulla convinzione che il perseguimento del massimo profitto – col minimo di vincoli etici, politici, giuridici, o meglio ancora senza – garantisca la migliore efficienza per l’economia, realizzi l’ottimalità economica, a vantaggio di tutti. La crisi che è scoppiata nel 2007, proprio nel campo finanziario, sembra la più efficace smentita di questa idea, tuttora dominante. La globalizzazione dell’economia e delle informazioni ha reso possibile mettere in atto strumenti e strutture secondo catene sempre più lunghe e complesse (si pensi alle delocalizzazioni o, sul piano finanziario, ai derivati e alle cartolarizzazioni). Queste catene spesso diventano incomprensibili non solo per la gente comune, ma persino per gli addetti ai lavori. Con la scusa di frazionare i rischi al fine di ridurli, ad es., si sono operate vere e proprie truffe, quanto meno occultando i rischi impliciti nei diversi strumenti finanziari, rendendo pressoché impossibile individuare errori e responsabilità. Un altro elemento è una specie di big bang nel campo finanziario: prima le banche prestavano denaro; oggi vendono i propri crediti, per così dire, riciclandoli, e spostando il rischio sulle spalle di terzi investitori, spesso ignari. Così non devono molto preoccuparsi delle garanzie che il debitore fornisce sulla restituzione. Ci sono diversi trucchi, in definitiva, per cui chi mette in atto le azioni rischiose non è colui che dovrà pagarne il conto. Tutto per raggiungere il massimo profitto, nel più breve tempo possibile: attraverso provvigioni, plusvalenze, ecc. piuttosto che ricavi da interessi sui prestiti, che sono comunque indispensabili per lo svolgimento di ogni attività finanziaria.
Il caso americano è, a questo proposito, esemplare. Molti cittadini con limitate disponibilità finanziarie sono stati indotti dalle banche a contrarre mutui per acquistare la casa (che costituisce la garanzia reale per le banche stesse). Oltre che andare al di sopra delle possibilità economiche di chi contrae il mutuo, si è superata pure la normale prudenza da parte delle banche nel concedere prestiti, in relazione alle disponibilità finanziarie. Quando diversi acquirenti di case hanno cominciato a non essere più in grado di pagare il mutuo, molte case sono state messe in vendita e il loro prezzo è crollato. Così anche le banche sono arrivate sull’orlo del fallimento, non riuscendo più a ricuperare i prestiti, vendendo le case ormai svalutate. È scoppiata la “bolla speculativa”: ci si è resi conto che sia le persone, sia le banche vivevano sui debiti, al di sopra delle loro possibilità. Il loro benessere fittizio era pagato da altri. La vicenda americana è finita poi come è ben noto: massiccio intervento statale (con soldi pubblici) per salvare le banche, ma non certo per attutire le difficoltà di chi è restato senza casa, certamente meno colpevole delle banche stesse.
Le bolle speculative sembrano in definitiva la metafora per indicare la realtà della City e, in generale del nostro benessere occidentale, spesso eccessivo. Anche la grande crisi del secolo precedente è iniziata nel 1929 quando è scoppiata la bolla borsistica: aveva fatto credere a molti che si potesse guadagnare indefinitamente senza lavorare, ma giocando (o speculando) nel mercato finanziario. Oggi la finanziarizzazione dell’economia promette cose analoghe, togliendo masse di capitali agli investimenti produttivi (ecco il motivo principale della disoccupazione dilagante). Non si dice mai che la speculazione è un gioco a somma zero: quello che guadagna lo speculatore lo perde qualcun’altro. E su chi sia questo altro, in fondo alla catena di sfruttamento, ci sono pochi dubbi. Gli organismi internazionali hanno calcolato sull’ordine di 100 milioni all’anno il numero di nuovi affamati provocati nel mondo dalla crisi in atto. Ecco lo spazio per l’etica delle religioni, ma anche per l’etica laica. Indicare profeticamente il madornale sfruttamento che si nasconde sotto la finanza “moderna e avanzata”. Se non ci pensano le chiese, ci penseranno gli indignati.
