Brianzecum

Maggio 16, 2012

LA RIVOLUZIONE COPERNICANA DELLE RELIGIONI

UNA NUOVA NASCITA PER LA SPIRITUALITÀ UMANA?*

 

Due fenomeni contrapposti  attraversano il mondo religioso: il ritorno a forme del passato e un’evoluzione verso una laicizzazione di dimensioni inedite. Aspetti del ritorno al passato possono essere colti nel diffondersi delle diverse forme di fondamentalismo e forse anche in certi fenomeni di fervore ed entusiasmo, come la prodigiosa crescita del movimento pentecostale carismatico, più diffuso in America Latina e altri paesi del terzo mondo. La laicizzazione è invece tipica dei paesi ricchi; ma spesso i due fenomeni si accavallano e sono difficilmente separabili. Per dipanare questa matassa e individuare le vie per uscirne, è stata condotta una approfondita analisi da parte di teologi e teologhe di tutto il mondo, aperti anche alla teologia della liberazione. L’impostazione di questa analisi sembra molto orientata da un paradigma evolutivo di tipo positivistico; ulteriore fattore di difficoltà e incertezza sta nel tempo cui riferire l’analisi – più o meno lungo. Tuttavia lo studio ha il grande merito di cogliere aspetti che molti si ostinano a non voler vedere. L’ipotesi interessante è quella di essere alla fine della configurazione socio-religiosa propria dell’era neolitico-agraria, con la conseguente necessità di apprestare un nuovo paradigma nella teologia (il paradigma è il modello di riferimento, la matrice condivisa di una disciplina; il cambio di paradigma connota le “rivoluzioni scientifiche” secondo la teorizzazione di Kuhn). Ne potrebbe derivare un rinnovamento della fede, con maggiore responsabilizzazione e consapevolezza.

Dal paleolitico al neolitico.  Questo passaggio, con la sostituzione di agricoltura e allevamento alla precedente economia di raccolta e caccia, è stata, secondo gli antropologi, la situazione più difficile che abbia sperimentato la nostra specie. Passando dalle tribù nomadi di cacciatori e raccoglitori alla vita sedentaria in società urbane legate alla coltivazione della terra, l’umanità ha dovuto reinventare se stessa, creando dei codici che le permettessero di vivere in quella che è diventata società, non solo banda o altro gruppo; quindi con un diritto, una morale, una coesione sociale, un senso di appartenenza, per poter sopravvivere come specie. In questo contesto, l’uomo ha fatto ricorso alla sua forza specifica dalla apparizione come specie emergente: la capacità simbolica e religiosa, la sua necessità di senso e di esperienza di trascendenza. Così, in epoca neolitica, si sono formate le religioni, giunte fino ai nostri giorni sostanzialmente immutate. In precedenza, nel paleolitico, le religioni non c’erano, pur non mancando certo la spiritualità, come confermato da numerosi reperti. E l’era paleolitica era stata assai più lunga dell’era neolitica.

Le religioni si sono arrogate il monopolio della spiritualità.  Nessuno avrebbe potuto essere spirituale se non mediante le religioni. Si consideravano la fonte stessa della spiritualità, la connessione diretta con il Mistero. Religioni e spiritualità erano la stessa cosa. Con un ulteriore passaggio, le religioni hanno assolutizzato se stesse, attribuendo la propria origine a Dio. È stato un meccanismo che è servito per fissare e dare consistenza inamovibile a quelle costruzioni umane che esse erano, nella necessità di assicurare le formule sociali di convivenza di cui l’umanità si era dotata. Oggi stiamo perdendo l’ingenuità di fronte a questo carattere assoluto delle religioni, che per millenni ha rappresentato una componente essenziale delle società, rendendo più facile e più passiva la vita degli esseri umani; l’assolutezza si rivela come significativa illusione, assunta in precedenza per via di fede, ma oggi non più necessaria, né desiderabile, né sopportabile.

Pertanto non siamo sottomessi  alle religioni, non siamo condannati a marciare nella storia sul cammino compiutamente tracciato da esse, come fosse un disegno divino che segnasse previamente – da sempre, e da fuori – il nostro destino, obbligandoci ad adottare le soluzioni con cui i nostri antenati hanno risolto i loro problemi e interpretato la loro realtà. Se le religioni sono una nostra costruzione, non ci tolgono il diritto (né l’obbligo) di pronunciarci di fronte alla storia, offrendo la nostra risposta ai problemi dell’esistenza ed esprimendo la nostra interpretazione della realtà, aiutati dalle nuove scoperte scientifiche. Non siamo obbligati ad assumere come verità le interpretazioni e le soluzioni di generazioni precedenti come rivelazione venuta da fuori: oggi questo appare alienante. Del resto, il messaggio di Gesù non rappresenta precisamente il superamento delle religioni?

Era della conoscenza  Oggi gli esperti sostengono che l’era neolitica-agricola sta finendo, sostituita dall’era della conoscenza. Il passaggio sarà altrettanto faticoso del precedente cambio di paradigma dal nomadismo alla stanzialità. Che sarà delle religioni – generate e protagoniste dell’era neolitica? Sembra plausibile l’ipotesi che esse possano scomparire, specie le religioni più legate a quel paradigma, come quelle di estrazione giudeo-cristiano-islamico. Non sembra un fatto impossibile in sé, né vi sono motivi perché appaia un disastro storico: abbiamo vissuto senza religioni il lungo periodo paleolitico, ed è dimostrato che ciò non ha impedito la nostra qualità umana profonda, la nostra spiritualità. Le religioni sono forme storiche, contingenti e mutevoli, mentre la spiritualità è una dimensione costitutiva umana, permanente, anteriore a quelle forme, ed essenziale all’essere umano. La spiritualità può essere vissuta nelle religioni o fuori di esse. Potremmo prescindere dalle religioni, ma non dalla dimensione di trascendenza dell’essere umano.

La crisi attuale  non si deve principalmente a processi di secolarizzazione o a perdita di valori, oppure alla diffusione del materialismo e dell’edonismo (interpretazioni colpevolizzanti normalmente offerte dalle religioni ufficiali), neppure alla mancanza di testimonianza o agli scandali morali delle religioni, ma all’esplosione di una nuova situazione culturale, in cui culmina la trasformazione radicale delle strutture conoscitive neolitiche. Trasformazione che ha preso avvio con la rivoluzione scientifica del XVI secolo, l’Illuminismo del XVIII e le varie ondate di industrializzazione. Sintomi sociali di tale trasformazione possono essere colti in fatti come: un certo agnosticismo diffuso, la perdita dell’ingenuità epistemologica, un senso critico più accentuato, una concettualizzazione più utilitarista delle religioni che devono essere al servizio dell’essere umano invece che esigere una lealtà totale da parte dei loro adepti, la scomparsa dell’idea dell’unica religione vera e la sparizione della plausibilità di una morale rivelata eteronoma. Ma il calo delle religioni potrebbe essere compensato da un rifiorire di spiritualità. Quel fervore macroscopico del movimento pentecostale, ricordato all’inizio, non potrebbe esserne un sintomo, se pure distorto?

* sintesi del documento di fonte Adista riportato in: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/crisichiese/Analisi_1335274702.htm

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