Brianzecum

luglio 16, 2010

SACRALITÀ E VIOLENZA

PSICANALISI DELLA GUERRA

Mimetismo significa desiderare quello che gli altri desiderano, fare ciò che gli altri fanno. C’è in molti animali, ma nell’uomo, che è anzitutto desiderio, assume un rilievo particolare. Se tutti desiderano la stessa cosa è chiaro che, nel perseguirla, si genera una competizione, un conflitto. Ecco perché è stato indicato, già nelle società arcaiche, come una causa profonda all’origine delle guerre e della violenza.[1] Ma, secondo la stessa logica arcaica, il conflitto si placa riversando la colpa su un unico soggetto, uomo o animale, che assolve la funzione di capro espiatorio: la sua uccisione placa il conflitto e ricompone l’accordo del gruppo. Un’uccisione rituale che rivela una connessione tra il sacro e la violenza. Ancora oggi permane certamente nel nostro subconscio questa logica arcaica di perseguire un capro espiatorio. Ad es. nel paese più “progredito” del mondo, gli USA, quando viene annunciata la esecuzione di un condannato a morte, c’è di solito una piccola folla che festeggia l’evento con canti e danze. Spesso sono condannati degli innocenti, o appartenenti a classi emarginate, negri… Ma ciò non conta: l’opinione pubblica è placata perchè ha ottenuto il capro espiatorio.

Nell’uccisione di Cristo è chiaramente rinvenibile questo schema della violenza rituale e del capro espiatorio: per ragioni essenzialmente mimetiche, lui, innocente, viene preferito a Barabba, che invece innocente non era. La folla lo sceglie perché “lo fanno tutti”, anche se, qualche giorno prima, tutti lo osannavano. Gesù chiede per loro il perdono perché “non sanno quello che fanno”: il mimetismo porta all’irresponsabilità. Cristo smaschera l’ingiustizia di questo schema, innovando radicalmente rispetto alle religioni arcaiche. Anzitutto mostra l’innocenza della vittima; invita quindi a esercitare il senso critico, cercando la colpa non già in un capro espiatorio esterno, ma in sé stessi, nella propria responsabilità. Inoltre rifiuta ogni forma di violenza o di costrizione. Non chiede sacrifici violenti, come gli dei arcaici, offre semmai sé stesso in sacrificio. Quando si adira, ad es. con i mercanti nel tempio, esprime uno sdegno verso un’azione riprovevole che la gente non percepiva come tale: ha un intento educativo e non vuole certo una punizione violenta.

Violenza nel sacro? Quando se ne parla si pensa di solito a ciò che discende dalle certezze della fede e dalla verità assoluta che le religioni pretendono di possedere. Portano spesso a separare nettamente il bene dal male: il bene dalla nostra parte, il male, ovviamente, negli altri. È chiaro che questa concezione fondamentalistica della religione porti facilmente alla guerra e alla violenza. Qui ancora gioca il mimetismo, che spinge la gente a “unirsi contro”: il nemico contro cui lottare è assolutamente necessario per il potere. Se non c’è il nemico, bisogna inventarselo. Questa non è certo la prospettiva evangelica, ispirata invece alla fratellanza e alla laicità. “Gesù rifiuta la distinzione giudaica tra puro e impuro, fra una sfera religiosa, separata, in cui Dio è presente e una sfera ordinaria, quotidiana, in cui Dio è assente. Non ci si purifica dalla vita quotidiana per incontrare Dio altrove: ci si deve purificare dal peccato che portiamo dentro di noi.”[2]

Con l’era costantiniana,  il cristianesimo è diventato religione di stato, collegata con il potere e la cultura di un impero violento e guerriero. Potrebbe essere che questa separatezza del sacro rispetto alla vita quotidiana sia stata mantenuta ed accentuata – contraddicendo le indicazioni evangeliche. Il sacro è stato “sequestrato dal potere, separato dalla vita, collocato in spazi, gesti e riti determinati, gestito da persone sacralizzate. (…) Il cristianesimo è diventato il sigillo della sacralità alla violenza della società e alla cultura di guerra”[3]. Da allora questa funzione di sacralizzazione e legittimazione della violenza potrebbe essere rimasta ancora oggi inconscia, strutturale, e non solo tra i credenti, ma per la società nel suo insieme. Potrebbe andare oltre le parole e i documenti; rimanere anche quando a parole viene condannata la guerra. Pertanto “è anche sul profondo che bisogna incessantemente lavorare”[4].

Oggi, nell’era atomica,  per la capacità distruttiva di cui l’uomo dispone, non è più possibile integrare la violenza entro i confini della ragione – tanto meno della sacralità. Alcune considerazioni potrebbero avallare la correttezza delle preoccupazioni sulla strutturalità della violenza nella nostra cultura: dopo le guerre di religione di secoli precedenti, la persistenza ancor oggi della pena di morte, anche in paesi che si dichiarano cristiani; soprattutto il largo consenso alla violenza e alla guerra “preventiva”: si ritiene, evidentemente, che il fine (buono) giustifica il mezzo (cattivo, come la violenza). Si pensi poi alla supponenza con cui vengono in genere considerate le testimonianze e l’esperienza dei nonviolenti, i quali, pur essendo pochi, hanno ormai una lunga e consolidata tradizione, che risale a Gandhi, Tolstoi e prima ancora; oppure all’ostracismo verso una maggiore presenza femminile, che potrebbe attenuare la violenza della cultura patriarcale; alla frequenza con cui si benedicono le armi e si esalta la “missione” (di morte) degli eserciti. Si pensi infine alla violenza dell’educazione, quando impone il conformismo acritico su determinati schemi o, ancor più, al conformismo mimetico con cui accettiamo il modello di sviluppo corrente. Il quale crea squilibri e ingiustizie, e potrebbe quindi contenere in sé una violenza strutturale. È indubbio, in ogni caso, che resta molto strada da fare per sostituire a quella corrente una cultura nonviolenta. Bisognerebbe ripartire dai principi evangelici, non scaricare le colpe al di fuori di noi, scovare e bandire rigorosamente ogni forma di violenza dall’ordine civile e anche da quello religioso.

[1] Si segnalano in particolare gli studi di René Girard.

[2] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella ed., Assisi 1985, pag. 106.

[3] E. Mazzi, Ma all’amore non serve la violenza della sacralità, in Il manifesto, 18-3-2003, pag. 11.

[4] ivi

Per riflettere:

-mimetismo: uno degli animal senses che la civiltà ci invita a controllare?

-l’uccisione rituale del capro espiatorio;

-nella morte di Cristo si può rinvenire questo schema rituale arcaico;

-controllare il mimetismo con senso critico e umanità;

-il potere ha bisogno di un nemico;

-ci può essere violenza nell’educazione?



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