STORIA COME LUOGO DELL’INCERTEZZA CHE RICHIEDE UMILTÀ
“Per i greci la verità è la realtà ultima delle cose, (..) è ciò che non è nascosto, (..) è la realtà dell’essere che si mostra. Il suo simbolo è la luce. (..) Invece per i babilonesi, gli assiri e gli ebrei la verità è soprattutto ciò che è duraturo, ciò che sta saldo, fermo, nel cambiamento di ogni cosa. Il suo simbolo è la roccia. Il contrario della verità è l’instabilità.”[1] Questo frammento potrebbe persino illuminarci per comprendere le radici lontane della permanente incomprensione tra progressisti e conservatori. Le concezioni antiche infatti sono ancora presenti tra noi, almeno a livello inconscio, pur essendo forse superate dal moderno personalismo, in cui, peraltro, non manca una radice evangelica: “Io sono la via, la verità, la vita” (Gv 14,6). La concezione medio-orientale può addirittura portare a una fobia per il nuovo (una cosa che prima non c’era non è duratura, quindi non può essere vera), particolarmente inappropriata ai nostri tempi, segnati appunto dal tumultuoso avvicendarsi del nuovo.
L’appello alla storia per giustificare il presente era dunque frequente nel mondo ebraico. Un esempio significativo è quello dell’apostolo Paolo, così come ce lo raccontano gli Atti degli apostoli: egli soleva partire dalla storia d’Israele quando parlava ad altri ebrei. Nel suo discorso alla sinagoga di Antiochia di Pisidia (raccontato in Atti 13,14-42) la storia ebraica viene invocata per avallare la continuità con essa, quindi la verità, dell’annuncio evangelico. L’altro riferimento, alla razionalità del creato, all’ordine universale riscontrabile da tutti, nonché a Dio come garante di questo ordine (logos), è invece contenuto nel discorso ai greci dell’Areopago (Atti 17,16-34). Discorso che si arenò sull’affermazione della resurrezione dei morti, inaccettabile anche perché troppo distante dalla concezione di verità dei greci.
Con la teoria della sostituzione, i cristiani presto si impossessarono della storia sacra ebraica. L’affermazione era che il popolo eletto ora siamo noi cristiani, non più gli ebrei che non hanno creduto nel messia Gesù. Anche le Scritture di Israele sono diventate cristiane, perché gli ebrei non sono più in grado di comprenderle. Le Scritture diventano un modo per raccontare non tanto una storia comune, ma una storia che è peculiarmente cristiana fin dall’origine. Ovviamente di questa tesi sulla sostituzione della chiesa al popolo d’Israele non vi è traccia nelle Scritture: fu però una convinzione diffusa tra i cristiani a partire dal II secolo, quando Giustino rivendicò a loro l’eredità della storia biblica. Nel confronto col problema della verità sostiene inoltre che questa non può non reggersi sul tempo perché, se pure la verità è fondata sul logos, ha come propria connotazione interna la perpetuità, cioè l’eterna permanenza o, quanto meno, un’antichità. Così i cristiani si convincono di essere portatori di un annuncio legittimato da una lunga storia alle spalle. Nasce da un lato una precisa visione della storia sacra e dall’altro lato la concezione di verità connaturata nella creazione con caratteri di perennità.
La verifica storica, o l’idea che la storia sia generatrice di verità, ha dunque radici lontane. Nel 4° secolo, di fronte alla rivoluzione costantiniana, si cercò il significato del fatto che, mentre prima i cristiani soffrivano persecuzioni e ne erano immuni gli ebrei, successivamente le sorti si sono invertite. Agostino interpretava l’antigiudaismo cristiano come verifica storica della verità del cristianesimo. Ma questa idea è stata smentita dalle vicende storiche ebraiche del 19° e 20° secolo. Più di recente l’importanza della storia per la ricerca della verità è stata ripresa da Hegel. Il futuro non può essere previsto, tanto meno programmato. Importante è comprendere il passato, cioè la storia e le sue ragioni. È la storia a fornire il criterio per discriminare il vero dal falso. Assieme allo slancio utopico, in tal modo è riposto nel cassetto anche ogni senso forte legato al dover essere. Possiamo avere grandi ideali, ma essi da soli non ci garantiscono che diverranno realtà, dovranno passare attraverso il giudizio della storia. Questo modo di pensare è stato anche recepito da Marx e dai continuatori del suo pensiero, anche se con differenze non lievi sul modo di intendere questa prospettiva. Per alcuni l’esito era a tal punto iscritto nell’ordine delle cose che bastava attendere che il sistema capitalista crollasse a motivo delle sue insanabili contraddizioni interne; all’estremo opposto vi era chi riteneva di dover passare attraverso le doglie di una rivoluzione violenta. Per tutti la storia avrebbe comunque dato ragione agli uni e torto agli altri. Milioni di persone hanno ritenuto che davanti a loro splendesse realmente il bel sol dell’avvenire. Per questo hanno vissuto e combattuto. Ma tutto sembra crollato con l’abbattimento del muro di Berlino del 1989.
Storia, tempo dell’incertezza. Per lo stesso motivo molti si sono affrettati a dichiarare che la storia ha sancito la vittoria definitiva del capitalismo sul socialismo, quindi l’impossibilità di perseguire una società più giusta. Il nesso tra pace e giustizia e la volontà di non rassegnarsi a società ingiuste è tuttora il fronte su cui si misura una politica alta, degna di questo nome. Inoltre si affacciano nuovi compiti inediti per le passate generazioni e alieni alla mentalità sia capitalistica sia socialista: salvaguardare, per quel che è ancora possibile, le condizioni nelle quali la terra possa essere un habitat confacente alla specie umana. Di fronte a queste prospettive si può concludere che non possiamo trarre dalla storia quello che la storia non può dire. La storia è luogo dell’incertezza, dell’errore, del peccato, di fronte al quale si addice un atteggiamento penitenziale di umiltà. Chi si appoggia sulla storia corre il rischio perenne di essere smentito dalla storia.
*spunti tratti dalle lezioni del prof. Piero Stefani nel luglio 2009 alla settimana di Motta sulla crisi della democrazia, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano
[1]B. Maggioni, “Impara a conoscere il volto di Dio nelle parole di Dio”, Commento alla “Dei Verbum”, Ed. il Messaggero, Padova 2001, pag. 75.
Per riflettere:
-la concezione ebraica antica di verità come ciò che dura nel tempo può portare a fobia per il nuovo;
-appello alla storia per giustificare il presente;
-con la teoria della sostituzione i cristiani si impossessano della storia sacra;
-l’idea di storia come portatrice di verità può risalire ad Agostino, Hegel, Marx;
-dopo il muro di Berlino tutto sembra crollato;
-una politica alta non si rassegna a società ingiuste;
-oggi si affacciano compiti inediti;
-chi si appoggia alla storia rischia di essere smentito.
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