Quando funzionavano le scuole-quadri del PCI, della DC, del PSI, nel nostro paese venivano tramandate ideologie politiche coerenti in sé stesse. Oggi sono finiti i vecchi partiti e si è decretata la fine delle ideologie. I partiti sono stati sostituiti da coalizioni elettorali, verso le quali l’atteggiamento degli elettori dovrebbe essere simile a quello del tifo sportivo. Quale ideologia spinge a preferire una squadra a un’altra, un corridore a un altro? Nessuna ideologia, evidentemente, solo un atteggiamento epidermico di simpatia, pregiudiziale, preconcetto. Qualcosa di simile sta avvenendo alla politica: diventa sempre più assimilabile a uno spettacolo (il “teatrino” della politica, appunto), sempre più soggetta agli umori fluttuanti di telespettatori distratti, piuttosto che a una maturazione razionale e a scelte convinte di elettori responsabili. Si possono così porre alcuni interrogativi: si può vivere senza ideologie o credenze o idee forti? Siamo di fronte a una deriva politica ineluttabile o a una scelta voluta da qualcuno? Sono davvero finite le ideologie o sono sostituite da qualcos’altro?
Credenze nascoste. È uno sforzo indispensabile – quanto raro – cercare di comprendere quali sono le nostre credenze nascoste, rendendole visibili e comprensibili, perché, “quanto più restano sotterranee e non identificate, tanto più sono potenti e possono trasformarsi in ideologie strette e persino in fondamentalismi” (pag. 176). Di solito siamo portati ad associare questi ultimi e le credenze fanatiche, al campo della religione, ma se ne possono trovare anche altrove, in politica, scienza, economia. Si può ritenere che ci sia fondamentalismo quando una ideologia, che offre una spiegazione totale del mondo e della condizione umana, esercita il potere considerando chi non vi aderisce eretico, nemico, addirittura il Male, non meritevole di dialogo ma da eliminare. Questa era, ad es. l’atteggiamento politico teorizzato da Stalin e praticato pure dai totalitarismi di destra. Anche per i loro simboli, erano facilmente identificabili. Le grandi credenze contemporanee (fiducia nella potenza del denaro, della scienza, del consumo, del successo…) non sono invece connotare da simboli precisi e possono essere particolarmente insidiose. Di solito sono caratterizzate dal rifiuto del trascendente, del mistero, delle fedi religiose, considerate per loro natura reazionarie. Portano spesso all’inversione tra mezzi e fini, tra sacro e profano e persino tra soggetto e oggetto (pag. 181). Ecco alcuni esempi.
Fiducia nella crescita economica. Il potere economico (multinazionali, finanzieri, grandi ricchi, associazioni padronali..) tende ad appropriarsi anche del potere mediatico (tv, cine, stampa..). Il motivo è evidente: se la gente ragiona in un certo modo, il potere stesso ne trae beneficio. E il modo suo di ragionare è quello di porre l’economia al vertice dei valori umani. Sessant’anni fa, quando fu scritta la Costituzione della Repubblica con largo accordo tra le componenti di opposto schieramento, liberale, marxista e cattolico, si parlava molto di bene comune: ad esso facevano continuo riferimento i dibattiti politici e le leggi. Oggi questa nozione è quasi scomparsa, sostituita da un’altra: quella della crescita economica. Caduta l’ideologia marxista sulla conquista rivoluzionaria del potere, si è affermata quella liberale secondo cui con una maggiore crescita economica si potrebbero risolvere tutti i problemi degli stati e del mondo, compresi quelli posti dalla crescita stessa (squilibri, disuguaglianze, privilegi, crisi ambientale..). È questo, secondo l’ideologia dominante nella globalizzazione, il dogma dell’one way, l’unica via percorribile, seguito dal dogma corollario definito dalla signora Thatcher negli anni ’80 TINA (acronimo di there is no alternative, non ci sono alternative). Peccato che la logica di questo pensiero unico comporti che gli uomini debbano essere subordinati all’economia: il mezzo diventa il fine. Gli effetti più macroscopico sono la crescita della disoccupazione, del precariato, degli squilibri.
Fiducia nel consumo. Un aspetto della fede nella crescita è dare connotazione acriticamente positiva al consumo: consumare vuol dire far “girare” l’economia. La pubblicità (ma non solo) è preposta a questa funzione. Essa infatti “parla di libertà per meglio alienarci al consumo e presenta un volto allegro per meglio chiuderci in un mondo unidimensionale profondamente triste” (pag. 180), se non addirittura mortale. Infatti il consumismo, specie quello alimentare, ha un risvolto tragico: tutte le statistiche nei paesi “progrediti” indicano che la maggioranza delle morti sono attribuibili alle patologie del benessere, a loro volta connesse con l’abnorme arricchimento alimentare. Del resto è sempre più evidente che in un mondo dalle risorse finite, i consumi materiali e l’economia tradizionale non possono crescere all’infinito: i nostri consumi eccessivi andranno a ridurre quelli già bassi del terzo mondo, così come la scelta di dedicare parte dei limitati terreni agricoli alla produzione di carburanti per sostituire la scarsità di petrolio, mette in competizione 600 milioni di auto – spesso usate per consumi superflui – con due miliardi di poveri del terzo mondo, già oggi sulla soglia della fame.
Fiducia nel progresso tecnico-scientifico. La scienza è basata sul dubbio, perché solo mettendo in discussione le conoscenze acquisite è possibile progredire. Uno scientista – cioè chi crede nel valore assoluto della scienza, intesa come capace di progresso indefinito, di dare risposte certe, di risolvere tutti i problemi umani – invece non può avere dubbi. Per lui la scienza non è più un mezzo, è diventato un fine, la Verità. Chi vuole far prevalere l’etica e la morale sulla scienza non può che essere definito reazionario, nemico. Si scivola così nel fondamentalismo, per cui il contraddittore è il Male, da eliminare con ogni mezzo (pag. 181). In ogni caso la fede nel progresso è assai più diffusa di quanto si pensi. Un esempio è la ricerca sulla fusione nucleare, nella quale si continua a investire miliardi, anche se – a detta di numerosi esperti – appartiene più alla fede nella scienza che alla realizzabilità tecnica. Analogamente si continua a investire nella fissione, pensando di riuscire prima o poi a neutralizzare le scorie radioattive: per ora è un’eredità – poco gradevole – che lasciamo alle generazioni future, in nome della stessa fiducia scientista. Come pure continuiamo a consumare il petrolio in via di esaurimento, quasi sperando che la scienza consentirà un giorno di riportare nei pozzi il prezioso liquido, prodotto dalla natura in miliardi di anni – al fine di rendere il clima della Terra adatto alla vita umana.
Alcune considerazioni conclusive. Anche solo da questi brevi cenni, si può dedurre che le ideologie sono lungi dall’essere esaurite, come si tende a far credere da gran parte dei media subordinati all’one way del liberismo globalizzato. Si sono trasformate rispetto al passato le ideologie, ma mantengono una carica idolatrica, scivolando persino nel fondamentalismo. Certo non usano i mezzi violenti di Stalin per far tacere gli oppositori, ma mezzi assai più semplici: basta escluderli dai media, basta ingolfare questi ultimi di banalità, facendo leva sugli istinti regressi per avere audience. Il risultato è identico a quello di Stalin: l’opposizione non esiste o comunque non si vede, non può far sentire la propria voce. Nel gioco di inversione tra mezzi e fini, i media si trovano facilitati da un’altra tendenza naturale: i mezzi sono in genere tangibili e misurabili, mentre i fini attengono in gran parte al campo immateriale; la libertà, ad es., non è misurabile, è assolutamente immateriale. Pertanto il settore immateriale è quello da privilegiare in ogni attività umanizzatrice. Un’ultima considerazione è che le ideologie moderne consentono di sottrarsi alle responsabilità dell’impegno politico: se le soluzioni saranno trovate dall’economia o dalla scienza, basta lasciar fare alle imprese o agli scienziati, basta fidarsi. Ecco come le ideologie nascoste hanno contribuito a degradare la politica a tifo sportivo, cioè a negarla, mentre dovrebbe essere la massima espressione della responsabilità di ciascuno per il bene comune.
*Riferimento bibliografico: V. Cheynet, Le choc de la décroissance, édition du Seuil, avril 2008.