Brianzecum

settembre 22, 2008

PARABOLA EVANGELICA FUORI DA OGNI LOGICA SINDACALE

Is 55,6-9; Fil 1,20-27; Mt 20,1-16

Omelia di don Giorgio De Capitani (21-9-08) da: http://www.dongiorgio.it/

Nei brani della Messa troviamo due affermazioni che ci lasciano un po’ perplessi: la prima è contenuta nella pagina di Isaia e la seconda nel Vangelo. Dio non la pensa come noi («i miei pensieri non sono i vostri pensieri», dice il Signore); inoltre, la parabola del Vangelo, che sconvolge il nostro concetto di giustizia, si conclude con le parole: «gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi». E per insegnarci questa verità sconcertante Gesù prende il caso più scottante, quello che riguarda il mondo del lavoro. Siamo fuori da ogni logica sindacale. Anzitutto, anche qui, come sempre, dovremmo inserire le due affermazioni nel loro contesto. Isaia scrive per gli ebrei che erano in schiavitù a Babilonia e che già progettavano di ricostruire, tornando a Gerusalemme, la città come era prima e di far vendetta contro gli attuali oppressori. Il profeta avverte che le vie di Dio non coincidono con queste vie di restaurazione e di vendetta. Dio la pensa diversamente, perché pensa al vero futuro, e non a un passato da restaurare con le stesse logiche della politica del vincitore. Le vie di Dio al momento sembrano misteriose, ma si capiranno come si capisce la stagione quando gli alberi mettono le gemme, come dirà Gesù. Per quanto riguarda la parabola evangelica non dimentichiamo ciò che era successo agli albori del cristianesimo: i pagani arrivati di fresco partecipavano al beneficio della salvezza con gli stessi titoli degli ebrei che avevano atteso il Messia da generazioni e generazioni. Ciò non sembrava affatto giusto.

Cammino verso l’ideale. Fatta questa precisazione, cerchiamo ora di cogliere il messaggio per noi. Io credo che il vero problema della fede e, di conseguenza, del nostro modo di attuarla nella società in cui viviamo consiste nel fatto che, mentre Dio si apre al futuro, vede cioè la storia come cammino verso l’alto, l’uomo è portato invece a vivere il presente, ripetendo il passato. E questo succede in tutti i campi. Ma la religione ha una maggiore responsabilità che pesa sul cammino della storia. Qualcuno dice che io ce l’ho con la religione. Se leggete attentamente l’Antico Testamento, noterete che Dio tramite i profeti non ha fatto altro che mettere in guardia il suo popolo dalle deviazioni di una religione che arrivava al punto di perdere per strada Dio, prostituendosi continuamente agli idoli del momento. Dio se la prendeva sempre con la religione, proprio perché il popolo la usava a modo suo, e la religione si presta ad essere usata contro Dio stesso. Il vero pericolo Dio ce l’ha in casa. E proprio quelli di casa rifiuteranno il Figlio di Dio. Dicevo poco fa che tutto sta nel capire che le vie o i pensieri di Dio vanno oltre il presente. Il compito più duro dei profeti è stato quello di far camminare il popolo verso la terra promessa, tenendo sempre vivo l’ideale di Dio. Il cammino ha le sue tentazioni e la peggiore è quella di attaccarsi a tutto ciò che rallenta il cammino. Si vorrebbe sempre fermarsi a gustare il presente. E così si perde di vista l’ideale, la terra promessa. Dio ha sempre un passo in più del nostro. E la religione non fa che rallentare il passo di Dio. La religione siamo noi credenti che usiamo Dio secondo i nostri comodi. E in nome di questo Dio comodo uccidiamo i profeti che parlano in nome del vero Dio.

Giustizia umana e giustizia divina. A me fa paura la parola “giustizia”: fa paura soprattutto in questi tempi dove non si parla d’altro che di giustizia, di giudici, di tribunali, di leggi punitive e discriminatorie. Mi chiedo: che cos’è la giustizia secondo Dio? Dare a ciascuno i suoi diritti? Ma quali diritti? Questi diritti di cui parla la giustizia umana corrispondono ai diritti di Dio? La parabola di oggi sconvolge il nostro concetto di giustizia. Potremmo stare qui delle ore a riflettere sul concetto di giustizia, ma non potremo mai far coincidere i nostri pensieri con quelli di Dio. Per un motivo molto semplice: i pensieri di Dio sono alti, i nostri volano basso. Non riusciamo a staccare i piedi dalla terra ferma. Eppure basterebbe un semplice ragionamento: nessuno di noi è uguale ad un altro; ognuno è un sé irripetibile. Non lo dice solo la teologia, ma la scienza. Se ognuno di noi è un sé irripetibile, unico, come potremo parlare di giustizia come legge uguale per tutti? Cosa vuol dire “uguale”? Ognuno è un caso a sé, in tutto, anche nei suoi comportamenti, e come tale deve essere eventualmente giudicato: come un caso a sé. La legge non può essere applicata in modo uguale per tutti. Questo l’ha capito in Italia uno solo, e l’ha capito così bene che si fa leggi per sé. Coerente! Il problema è che ci sono anche gli altri, che sono casi a sé, ma che non possono farsi le leggi a proprio uso e consumo.


Anche nel campo sociale credo che bisognerebbe rivedere il concetto di giustizia. In fondo, l’ordine che vogliamo è sempre fatto sui forti che prendono la giustizia in loro favore per rimanere sempre primi nella graduatoria del consenso popolare. E il popolo non sa e non vuol capire che a subire le conseguenze della giustizia dei forti è sempre il più debole, il più indifeso, l’ultimo. E il potere è così abile da mettere il popolo contro il popolo, i poveracci contro i poveracci, gli operai contro gli operai. La parabola di oggi insegna. Gli operai arrivano a condannare il padrone che ridimensiona il concetto di giustizia in favore dei più deboli. Nella mente operaia di oggi nulla è cambiato: la meritocrazia, uno strumento comodo nelle mani del potere, può diventare la peggiore ingiustizia, se per giustizia intendo quella di Dio che pensa diversamente da noi uomini, abili nel far valere i doni di Dio solo per noi, e Dio ce li ha dati non per imporci sugli altri ma per servire i più deboli. Il vero problema non sta nel pretendere che i nostri pensieri siano uguali a quelli di Dio, ma nel prendere coscienza del divario tra i nostri pensieri e quelli di Dio. La fede dovrebbe aiutarci, la religione non può farlo, perché la religione non fa che ridurre il divario e ridimensiona i pensieri di Dio sui nostri. Ha però un vantaggio, può dire: Dio la pensa come noi!

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