Le abitudini invalse, il pedissequo adempimento di un precetto o il timore di essere criticati dalla gente: queste sono spesso le motivazione di certi nostri comportamenti, come la frequenza alla messa domenicale. Si tratta di motivazioni esterne, formali, che non prorompono da una convinzione interiore. Gesù si scagliava contro questi atteggiamenti, con accuse pesanti: definiva ipocrita questo popolo che mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me (7,6). Anche certe abitudini o tradizioni sono pesantemente condannate: possono rendere vana la parola di Dio, come nel caso in cui un’offerta di denaro consentiva di eludere il precetto di onorare i genitori anziani e bisognosi.
Desacralizzare. Un altro atteggiamento condannato da Gesù consiste nell’attribuire valore sacrale a oggetti o gesti esteriori. Così, ad es., ci si illude di raggiungere la purezza attraverso il lavaggio delle mani o di certe stoviglie. L’appello di Gesù è molto chiaro: Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo (7,15). È un netto richiamo alla positività del creato, ben evidenziato già nel racconto della creazione, all’inizio del libro della Genesi, dove tutto è definito cosa buona. Il racconto culmina con la creazione dell’uomo, definito cosa molto buona. In seguito l’uomo ha sempre cercato di togliersi la responsabilità del male, attribuendolo ad altri oppure “oggettivandolo” in cose esteriori. Ma Gesù richiama fortemente alla responsabilità personale di ciascuno di noi, smascherando i nostri alibi e in primo luogo la distinzione tra sacro e profano, puro e impuro. “Non ci si purifica dalla vita quotidiana per incontrare Dio altrove: ci si deve purificare dal peccato che portiamo dentro di noi.”[1]
Grande importanza ecumenica hanno queste indicazioni evangeliche: prima del male, che ci divide, va ricercato il bene che c’è nelle cose e negli uomini, e ci unisce. Le abitudini e le tradizioni, che derivano dagli uomini, e non coincidono con la Tradizione, che deriva da Dio, costituiscono altrettante barriere tra gli uomini e tra le chiese; vanno pertanto abbattute: va ricercata l’essenza della fede, non le sue espressioni umane. Questo viene ribadito poco oltre, nell’episodio della donna pagana, esaudita perché ha manifestato fede in Gesù (7,24-30): la fede al di sopra delle barriere etniche o religiose; cioè l’abolizione di ogni divisione tra gli uomini, che si aggiunge a quella tra sacro e profano, puro e impuro.[2] Ma perché il vangelo di Marco accosta la condanna delle abitudini conservatrici e del formalismo farisaico con l’esaltazione di una fede coraggiosa e la positività dell’uomo e del creato? Si può scorgervi un chiaro intento educativo: Marco vuole istillarci un senso critico nei confronti delle tradizioni e delle leggi, per porre in luce quanto di esse contraddice con la fede e l’amore; per smascherare il rigorismo minuzioso e la cavillosità delle interpretazioni leguleiche, le quali avvantaggiano furbi e ricchi contro le persone semplici; soprattutto per smascherare il pericolo di riporre “fiducia nelle proprie osservanze anziché nell’amore di Dio che gratuitamente ci raggiunge.”[3] Per educarci dobbiamo esercitare attivamente la nostra responsabilità, non attenerci pigramente a norme o tradizioni umane. È necessario affrontare un rischio: il rischio della fede, di affidarci a Lui e non al potere degli uomini.
Un’applicazione di stretta attualità può essere il problema della guerra e della violenza. La mancanza di coraggio, il conservatorismo abitudinario, le interpretazioni leguleiche (con i “se” e con i “ma”) possono spiegare un fatto quasi incredibile: che per quasi due millenni i seguaci di Cristo abbiano benedetto le armi ed esaltato la “missione” di morte degli eserciti. Ciò in evidente contraddizione con il chiarissimo rifiuto della violenza espressa nell’evangelo (…offri l’altra guancia; chi di spada ferisce…). Oggi si può notare con gioia la nascita di un profetico senso critico di molte chiese nei confronti delle guerre e della violenza, così come lo sforzo di comprendere le cause reali e psichiche da cui ha preso origine l’abominio delle guerre di religione.
[1] B. Maggioni, Il racconto di Marco, Cittadella, Assisi 1985, pag. 106.
[2] ivi
[3] ivi, pag. 108.
Per la riflessione:
-desacralizzare;
-positività del creato;
-richiamo alla responsabilità personale;
-puro e impuro;
-ricercare il bene, che ci unisce;
-fede al di sopra delle barriere;
-intento educativo: senso critico verso tradizioni e leggi;
-rischio della fede.
