L’INEDITA INIZIATIVA DI PAPA FRANCESCO, SEGUITA DAL RINCRUDIMENTO DEL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO, IMPONE UNA RIFLESSIONE SUL SENSO ALTO DEL PREGARE
di Piero Stefani*
Problema inquietante. La preghiera non esaudita è da sempre un inquietante tema, proprio dell’esperienza spirituale. È inquietante perché può portare a diversi esiti. Può indurre l’orante a ritenere di aver pregato male o di aver chiesto quanto non è conveniente domandare; può spingerlo a vedere misteriosi disegni di Dio, che, per quanto non compresi dalle creature umane, sono orientati infallibilmente al bene; può persino aprirlo al “silenzio di Dio” e a vivere intensamente la mancata risposta, senza saperla spiegare: è l’esperienza della «notte oscura» dei mistici. Invero vi è un’ulteriore alternativa, in base alla quale la delusione porta alla radicale conclusione che Dio semplicemente non c’è. La preghiera di richiesta diviene allora una proiezione di bisogni di tipo psicologico o sociale. In questo caso il problema della preghiera non esaudita non è risolto, è soltanto dissolto.
Tragedia senza precedenti. Un fronte su cui la preghiera collettiva si è spesso scontrata con il proprio fallimento è quello della pace. Un secolo fa, nei mesi che segnarono il passaggio dal pontificato di Pio X a quello di Benedetto XV, si levarono preghiere perché cessasse la guerra appena deflagrata (ma ce ne furono anche altre che domandavano a Dio di far vincere la propria parte). Il conflitto durò però per oltre quattro anni e assunse la dimensione di una tragedia senza precedenti.
Inedita iniziativa. In dimensioni più contenute, il discorso può essere ricondotto anche all’attualità. La sera del giorno di Pentecoste, l’8 giugno scorso, papa Francesco ha indetto in Vaticano un incontro di preghiera per la pace tra israeliani e palestinesi. L’aspetto assolutamente inedito dell’iniziativa è che a essa parteciparono di persona il presidente israeliano e quello dell’Autorità nazionale palestinese. Nell’estate del 1914 era del tutto inimmaginabile che un papa chiamasse attorno a sé a pregare per la pace sovrani e capi di stato schierati su fronti contrapposti ma pur sempre leader di nazioni cristiane. Un mese fa nei giardini vaticani vi erano invece cattolici, ortodossi, ebrei e musulmani. A quanto ci è dato di vedere l’esito della preghiera è però lo stesso; siamo di fronte a un suo fallimento. Nelle ultime settimane la situazione nell’area israelo-palestinese non ha fatto che peggiorare. Da una situazione di pace latente si è passati a quella di uno scontro cruento che minaccia di trasformarsi in guerra aperta. Nessuno, ora come allora, pensa alla situazione come innesco di un conflitto di enormi proporzioni. In effetti non paiono esserci gli estremi per avanzare previsioni di tal fatta. Tuttavia anche lo scopo della preghiera dei giardini vaticani era mirato e rispetto a quella dimensione circoscritta il saldo è, almeno a breve, negativo.
Debolezza della preghiera? Un mese fa c’è stata una, sia pure contenuta, retorica incentrata sulla preghiera per la pace; oggi chiediamo solo che la riflessione sulla debolezza della preghiera non sia passata del tutto sotto silenzio. Lo facciamo proprio per salvaguardare il senso alto del pregare che quando è tale non può ignorare l’esperienza spirituale del mancato esaudimento. In caso contrario si rischia di consegnare la preghiera per la pace solo a una, sia pure inedita, forma di religione civile.
* Il pensiero della settimana n.486; fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/07/12/486-_-la-esaudita-preghiera-la-pace/
